Martin Luther King: Sono un uomo!

Free at last

(“Finalmente libero”, epitaffio per Martin Luther King)

È il 4 aprile del 1968, al Lorraine Motel di Memphis. Una camera del secondo piano, la 306, sempre la stessa. Il letto sfatto e una valigia ancora da aprire. Martin Luther King si affaccia al balcone e chiede a un sassofonista nel cortile di suonare il suo gospel preferito, “Take My Hand, Precious Lord”. Dall’altro lato della strada qualcuno imbraccia un fucile di precisione e prende la mira: sono le 18:01. Il sangue, i soccorsi, il St. Joseph’s Hospital. Un’ora dopo l’icona dell’America nera si spegne.

Nei giorni successivi i tumulti infiammano le principali città degli Stati Uniti, si conteranno 46 morti, 2.600 feriti e 21.000 arresti: l’omicidio viene interpretato come “una dichiarazione di guerra al popolo afroamericano”. In contrasto con tali eventi, il funerale di King, il 9 aprile, si svolge con la semplicità da lui stesso richiesta quand’era in vita: due asinelli trasportano la bara, il sermone funebre non menziona premi e onori ricevuti, ma lo ricorda come l’uomo che aveva cercato di dare da mangiare agli affamati, coprire coloro che non avevano i vestiti, essere chiaro e duro sulla questione della guerra in Vietnam e infine “amare e servire l’umanità”.

Un killer solitario?

Il delitto è risolto in tempi brevissimi: viene individuata la traiettoria del proiettile, identificato l’occupante della stanza da cui presumibilmente era partito lo sparo, rinvenuta l’arma abbandonata e piena d’impronte digitali, e nel giro di due mesi viene arrestato a Londra James Earl Ray, un pregiudicato con simpatie segregazioniste, condannato l’anno successivo a 99 anni di reclusione come unico colpevole.

La famiglia di King ha sempre sostenuto che Ray non fosse l’assassino, ma un capro espiatorio trovato al momento giusto. Sia la scelta del motel Lorraine sia l’assegnazione della solita stanza erano state effettuate all’ultimo minuto, non programmate; diversi testimoni avevano indicato un punto di partenza dello sparo molto lontano da quello acquisito agli atti; la circostanza dell’abbandono dell’arma del delitto recante tracce inequivocabili appariva sospettosamente propizia all’inchiesta; la fuga e breve latitanza del presunto killer, in possesso di documenti falsi riconducibili a persone veramente esistenti e a lui somiglianti, facevano pensare a una rete organizzata di appoggi eccellenti.

No, una cospirazione

Come già accaduto per JFK, come avverrà poco dopo per Bobby Kennedy, anche per la morte di Martin Luther King le autorità, guidate nelle indagini dal capo dell’FBI, J. Edgar Hoover, apparivano determinate nel dimostrare al popolo americano e al mondo che il killer fosse uno squilibrato solitario e disorganizzato. A distanza di anni, la Commissione del Congresso, pur non riuscendo a trovare le prove, scriverà che nel caso di JFK, così come di MLK, non fu una persona sola ad agire ma probabilmente si trattò di una cospirazione, di cui però non si indicavano i mandanti. Loyd
Jowers, proprietario del ristorante nei pressi del motel Lorraine, rilascerà nel 1983 un’intervista circa l’esistenza di una cospirazione nata con l’intento di eliminare King; nel 1999 una giuria decreterà che King fu vittima di una cospirazione che includeva lo stesso Jowers.

Dal National Association for the Advancement of Colored People al Southern Christian Leadership Conference

Una persona che secondo coscienza infrange una legge ingiusta e accetta di finire in prigione perché la comunità si renda conto dell’ingiustizia, in realtà manifesta il più alto rispetto per la legge stessa.

Attorno a questo principio si dipana la breve vita e l’esperienza politica di Martin Luther King, figlio del profondo sud degli States (Georgia). Cresciuto nel quartiere borghese di Atlanta noto come “Paradiso Nero per gli eletti della razza inferiore”, non sfugge alle discriminazioni ancora consolidate negli anni Quaranta e Cinquanta della sua giovinezza.

Laureato in Teologia e sposato con Coretta, a venticinque anni diviene il pastore di una delle città dove la situazione razziale era tra le più dure, Montgomery; entra a far parte della sede locale del NAACP (National Association for the Advancement of Colored People) e diventa vicepresidente del Consiglio dell’Alabama per i rapporti umani.

Nel ’55 a Montgomery esplode il caso Rosa Parks, la donna afroamericana che rifiutò di cedere il posto in
autobus a un passeggero bianco: il pastore è tra i promotori di un’estenuante protesta non violenta, basata sul boicottaggio degli autobus locali da parte della comunità nera, conclusasi, dopo incidenti e arresti (compreso quello dello stesso King), solo nel ‘56, quando la Corte Distrettuale e la Corte Suprema degli Stati Uniti stabiliscono che la segregazione forzata di passeggeri neri e bianchi sugli autobus operanti a Montgomery viola la Costituzione Americana.

Nel ’57 King fonda la “Southern Christian Leadership Conference“, un movimento che si batte per i diritti di tutte le minoranze e che si fonda su precetti legati alla non-violenza di stampo gandhiano, suggerendo la nozione di resistenza passiva:

siamo stanchi di essere segregati e umiliati. Non abbiamo altra scelta che la protesta. Il nostro metodo sarà quello della persuasione, non della coercizione”.

Le prime campagne erano incentrate sull’abolizione di quel sistema di norme segregazioniste vigenti in particolare negli stati del Sud, note informalmente come “Leggi Jim Crow”. Durante gli anni della lotta, King viene più volte arrestato e molte manifestazioni finiscono con violenze e arresti di massa, egli stesso subisce minacce e attentati; ottiene però riconoscimenti sempre più ampi e supporti politici e materiali, anche all’estero.

Nel ’60 incontra J. F. Kennedy, ottenendone dichiarazioni di sostegno; alle elezioni Kennedy conquista il
settanta per cento dei voti della comunità nera e nella sua agenda entrano di prepotenza i temi dei diritti civili (voto, lavoro, pari opportunità) per gli afroamericani. Grazie anche all’appoggio della Casa Bianca, King e gli altri leader della SCLC proseguono le loro campagne, soprattutto in Alabama, Mississippi e Georgia.

Nel ’63 inizia a Birmingham, in Alabama, una campagna per eliminare le politiche sociali, civili ed economiche segregazioniste del paese, ormai divenuto simbolo della più feroce discriminazione razziale. Il Reverendo Fred Shuttlesworth, prima di invitare Martin Luther King nella “città più segregata l’America“, si è rivolto ai tribunali, chiedendo che i parchi siano aperti a bianchi e neri; ha vinto, ma la città ha chiuso i parchi. Ai sit-in e alle marce la polizia risponde con gli arresti e il tribunale con un’ingiunzione vieta ogni manifestazione. La risposta è la disobbedienza civile: violare le leggi che si ritengono ingiuste, subendone le conseguenze penali. Così, il 12 aprile, Venerdì Santo, King, Shuttlesworth e altre 50 persone marciano per i diritti civili dei neri e vengono arrestati.

Il nemico è l’uomo bianco medio, che sacrifica la giustizia sociale sull’altare dell’ordine pubblico

Dal carcere King scrive la famosa lettera in cui cita Sant’Agostino e Tommaso d’Aquino, rimarcando che il suo movimento stava violando leggi ingiuste, facendo notare come il tanto celebrato Boston Tea Party del ‘700 – quando un gruppo di coloni americani gettò in mare il carico di tè di una nave diretta in Inghilterra – fosse un atto illegale all’epoca, mentre tutto quello che fece Hitler in Germania fu completamente legale.

Nello stesso scritto propone anche una visione della lotta per i diritti civili inedita: il nemico, l’oppressore, non è il governo o il Ku Klux Klan. Il nemico è l’uomo bianco medio, che sacrifica la giustizia sociale sull’altare dell’ordine pubblico. L’uomo bianco che da un lato dice di condividere il fine del movimento, mentre dall’altro guarda con paternalismo i neri dall’alto in basso e ne critica i metodi della protesta.

Dovete attendere un momento migliore” dice l’uomo bianco all’uomo di colore, si legge nella lettera.

Dopo 8 giorni King esce di prigione e la campagna si riorganizza, si preparano i manifestanti alla protesta non violenta, si raccolgono soldi per pagare gli avvocati. Il 2 maggio sfilano migliaia di adolescenti, è la Crociata dei bambini. A centinaia vengono portati via dalla polizia, il più giovane ha solo otto anni; il giorno dopo le
forze dell’ordine usano idranti e cani contro i ragazzi, sotto gli occhi di tutto il mondo. Ormai le carceri sono piene e iniziano le trattative. Alla fine di maggio il tribunale Supremo rimuove lo sceriffo e l’intero Consiglio Comunale e le leggi segregazioniste vigenti nella città vengono eliminate, ma si susseguono attentati e minacce contro gli attivisti del movimento.

I have a dream

Sull’onda dell’indignazione per i fatti di Birmingham, il presidente Kennedy presenta al Congresso un
provvedimento che sancisce pari diritti per bianchi e neri d’America: l’idea è fortemente osteggiata dagli stati del Sud. King, insieme ai leader delle sei principali organizzazioni per la lotta per i diritti civili dei neri, guida verso Washington la celeberrima “marcia per il lavoro e la libertà” (28 agosto 1963) in cui circa 250.000 persone, di cui 50.000 afroamericane, si radunano per celebrare la proclamazione di emancipazione di Lincoln. Kennedy, inizialmente timoroso, appoggia infine la manifestazione: la folla assiste alla stretta di mano tra il presidente e i leader della SCLC e al celebre discorso “I have a dream” di King, che diviene il discorso-simbolo della marcia e uno dei più famosi della storia oratoria americana.

Nel ’64 gli viene conferito il premio Nobel per la Pace per l’impegno nella lotta contro il razzismo attraverso la protesta non violenta, ma in patria le battaglie, gli arresti, gli attentati contro il pastore e gli attivisti proseguono.

Il 7 marzo 1965, giorno noto come “Bloody Sunday” (l’abbiamo ricordato in questo post di Corsi e Ricorsi), gruppi di bianchi segregazionisti e polizia impediscono la marcia da Selma a Montgomery e gli scontri si protraggono per giorni: le immagini e le testimonianze delle brutalità della polizia fanno il giro degli Stati Uniti, rendendo partecipe gran parte dell’opinione pubblica dell’entità della questione sollevata dal movimento. La marcia si tiene due settimane dopo e il presidente Johnson annuncia la presentazione della legge sul diritto al voto, la Voting Rights Act, firmata in agosto.

Sono un uomo!

È una vittoria storica. Ma King non lotta solo per le persone di colore, combatte per un mondo migliore. Nel
1966 si trasferisce a Chicago e modifica parte della sua impostazione politica, entrando direttamente in conflitto con la Casa Bianca: si dichiara contrario alla guerra del Vietnam e si astiene dal condannare le violenze delle organizzazioni estremiste, denuncia le condizioni di miseria e degrado dei ghetti delle metropoli e avvia la Poor People’s Campaign, domandando aiuti economici per le fasce sociali più deboli, composte da afroamericani, ma anche da indiani, portoricani e minoranze in genere.

E poi il tema dei morti sul lavoro: per questo Martin Luther King si trova a Memphis il giorno in cui viene ucciso. Il primo febbraio ‘68 due spazzini muoiono schiacciati dal loro camion a causa di un guasto; ne scaturisce uno sciopero di protesta, i cartelli recano la scritta “Sono un uomo!”. King decide di andare sul posto per dare visibilità nazionale alla mobilitazione. La sera del 3 aprile, di fronte ai netturbini in rivolta, tiene il suo ultimo discorso, profetico ma anche denso di inquietante premonizione, diventato celebre come il discorso dalla “Cima della montagna”.

Il giorno dopo, lo sparo che, commenta il giornalista Furio Colombo, rivela

un’America più grande di quella che la cultura, la sociologia e la politologia americana avevano ritenuto di identificare. Da quegli spari si va direttamente, attraverso i decenni, all’incredibile sorpresa dell’elezione di
Donald Trump […]: non ricordo alcun americano […] che [ne] avesse previsto la vittoria. Questo ci dice che la gravità del movimento sotterraneo di opposizione di suprematismo bianco e di opposizione all’evoluzione dell’America verso la parità dei diritti era molto grande, ed è ancora molto grande, più grande di quanto la cultura americana sia stata in grado di percepire e raccontare”.

Silvia Boverini

 

Fonti: www.it.wikipedia.org;
S. Vaccara, “Martin Luther King, il “patsy” James Earl Ray e il giornalista che sapeva troppo”, www.lavocedinewyork.com;
L. Marfé, “Martin Luther King: cinquant’anni fa moriva il mito”, www.ilmattino.it;

https://biografieonline.it; “Il Re dell’Amore è morto”, www.rainews.it;

D. Ruzza, “Il sogno di Martin Luther King, a 50 anni dalla sua morte”, https://left.it

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