Gli amici del 6 giugno

Gli amici del 6 giugno erano coloro che, quel giorno del 1944, sbarcarono in Normandia. Gli amici del 6 giugno ’44 erano le decine di migliaia di uomini che, sbarcando sulle coste atlantiche francesi, aprivano la via ad altre centinaia di migliaia per liberare, prima la Francia e, poi, il resto d’Europa, soprattutto, quella occidentale, dall’occupazione delle armate di Hitler. Quegli amici del 6 giugno erano persone canadesi, australiane, belghe, cecoslovacche, francesi, greche, olandesi, neozelandesi, norvegesi e polacche, britanniche e americane, che i popoli oppressi da quattro-cinque anni di nazifascismo attendevano spasmodicamente.

Anna Frank aveva appreso via radio, nascosta nel suo nascondiglio ad Amsterdam, la notizia dello sbarco degli alleati nelle coste della Francia settentrionale. Suo papà, Otto Frank, appese una cartina geografica su una parete del loro Alloggio Segreto, cosicché potessero seguire l’avanzata delle truppe alleate. Anna scrisse nel suo Diario:

«Si starà avvicinando la tanto anelata liberazione […] Oh, Kitty, la cosa più bella dell’invasione è che ho la sensazione che siano in arrivo degli amici».

Chi e quanti erano gli amici del 6 giugno ‘44?

Gli amici del 6 giugno di Anna Frank

Coloro che Anna e Otto Frank consideravano amici in arrivo dall’Inghilterra erano oltre centocinquantamila persone. Soldati. Molti di leva, altri volontari. Alcuni alla prima esperienza sotto il fuoco nemico, altri già veterani sopravvissuti ad altre battaglie. Credevano tutti nell’habeas corpus, nella divisione dei poteri, nelle libertà fondamentali, nell’uguaglianza …? Quei 150.000 erano tutti unanimemente motivati a ridare agli europei la libertà e la giustizia? In altri termini, sapevano contro chi e per che cosa combattevano?

Forse no, forse non tutti. Probabilmente vi erano tra questi soldati dei razzisti e degli antisemiti. Insomma, non tutti quei 156.000 uomini, verosimilmente, erano, nel loro cuore, esattamente come Anna Frank e suo padre li immaginavano.

Tuttavia fu il sacrificio di quei 7.884 uomini, che vennero uccisi o furono feriti sulle spiagge dello sbarco, di quei 3.799, che subirono un’analoga sorte dopo essersi lanciati con il paracadute o essere atterrati sugli alianti nell’entroterra, e delle decine di migliaia che misero in gioco la loro vita – e la loro psiche, immergendosi in un’esperienza orrenda -, a dare un contributo fondamentale per liberare l’Europa dal dominio più brutale, sanguinario e disumano mai conosciuto. Ma per raggiungere quest’obiettivo, per porre termine alla guerra, occorsero ancora altri 11 mesi e milioni di morti, militari e civili. 

Anna Frank e la sua famiglia furono tra questi ultimi. Scoperti e arrestati dalla Gestapo il 4 agosto del 1944, vennero internati e, il 2 settembre, durante l’appello, furono selezionati per il trasporto ad Auschwitz. Solo il papà di Anna Frank sopravvisse.

6 giugno 1944, il D-Day

Il 6 giugno ’44 è ricordato come il “D-Day“, recuperando il nome in codice dell’operazione. In realtà, la D maiuscola di “D-Day” significa semplicemente “giorno”, il giorno stabilito per una missione. Il codice “D-Day”, in effetti, era un’espressione generica con la quale s’indicava l’inizio di una particolare manovra. Prima del 1944 era già stato usato diverse volte. Dopo il 6 giugno del 1944 l’espressione D-Day divenne sinonimo  di Sbarco in Normandia.  Il segretissimo nome in codice dell’operazione, però, era “Overlord“.

L’espressione D-Day è stata anche interpretata come “Decision Day” (giorno della decisione) oppure come “Deliverance Day” (giorno della liberazione). In ogni caso fu sulle spiagge della Normandia che la maggior parte degli amici del 6 giugno 1944 sbarcarono, all’alba, mentre un’altra parte di essi si era paracadutata o era atterrata a bordo di silenziosi alianti nell’entroterra, al buio, alcune ore prima.

Degli oltre centocinquantamila amici del 6 giugno ’44 persone, infatti, 130.000 erano saliti sui mezzi da sbarco, mentre altri 20.000 erano a bordo di aerei e alianti. Si trattava – e ancora è – della più grande e complessa operazione di sbarco mai compiuta.

L’inizio del giorno più lungo

Il feldmaresciallo Erwin Rommel, perlustrando le strutture difensive tedesche sulla costa francese, predisposte per far fallire lo sbarco che si sapeva sarebbe avvenuto in qualche punto di quel litorale, predisse che quello sarebbe stato il giorno più lungo. Era sulla battigia, affermava Rommel, che si sarebbe determinato il successo o il fallimento della temuta invasione del continente europeo da parte degli alleati. Infatti, confidò al suo aiutante di campo Helmuth Lang:

«Credete a me, Lang! Le prime ventiquattr’ore dopo lo sbarco, saranno decisive. […] per gli alleati come per i tedeschi si tratterà del giorno più lungo».

Ma gli amici del 6 giugno ’44, gli amici di Anna Frank, non si presentarono subito sulle coste. La loro prima apparizione fu un po’ più in là e il loro giorno più lungo iniziò molto prima dell’alba. I primi amici del 6 giugno arrivarono dal cielo poco dopo la mezzanotte, a bordo di 9.200 aerei alleati, che avevano lasciato gli aeroporti britannici, per dirigersi sulla Bretagna. Inoltre due bombardieri della RAF, dopo aver sganciato il loro carico di bombe, proseguirono verso l’entroterra, dove paracadutarono 200 piccoli paracadutisti che, quando toccarono il suolo spararono all’impazzata. Erano stati soprannominati “Ruebens” ed erano manichini di gomma, addobbati con paracadute e petardi per simulare il fuoco di armi leggere

Diversioni, segreti, trucchi e inganni degli alleati e della resistenza francese

Si trattava di un diversivo finalizzato a far affluire i tedeschi nell’entroterra, lontano, quindi, dalle zone in cui i veri paracadutisti sarebbero entrati in azione. L’espediente funzionò. Permettendo alle unità di paracadutisti francesi di atterrare senza essere sorpresi dai soldati tedeschi che da 4 anni avevano invaso la loro terra. Quei paracadutisti dovevano unirsi agli uomini e alle donne della resistenza bretone. Costoro, infatti, immediatamente diedero esecuzione al piano Violet, cioè all’interruzione di linee telefoniche e cavi sotterranei e alla distruzione di ripetitori e centraline, nonché ad altri sabotaggi, col fine di impedire comunicazioni e collegamenti tra le truppe dislocate nella regione interessata dallo sbarco e quelle presenti in altre aree, nonché con Berlino. Anche le forze aeree americane e britanniche, decollando dalle basi inglesi, ben prima del 6 giugno, avevano svolto un intenso programma di bombardamento delle linee di comunicazione francesi, colpendo soprattutto i nodi ferroviari e i ponti, per intralciare i movimenti dei tedeschi in vista del D-Day [1].

Gli amici del 6 giugno che arrivarono con la pioggia

Tuttavia gli alleati non avevano trascurato di bombardare tutta la costa settentrionale della Francia, per evitare che i tedeschi indovinassero il vero luogo prescelto per lo sbarco. E la scelta della Normandia non era stata, ovviamente, casuale: la regione del Pas de Calais era stata scartata perché, nonostante avesse le spiagge più adatte, fosse molto vicina alle coste inglesi e rappresentasse un più diretto accesso alla Germania, era, proprio per questi motivi, il punto di sbarco più prevedibile. Qui, infatti, l’alto comando tedesco si aspettava che lo sbarco sarebbe avvenuto. E a consolidare tale convinzione aveva provveduto in precedenza l’intelligence britannica.

Un contributo determinante per l’esito di questa battaglia, che salvò l’Europa, cambiando definitivamente il corso della guerra nel vecchio continente, fu dato anche dalle condizioni metereologiche. Lo sbarco era stato pianificato per il giorno precedente, ma il 5 giugno una vasta perturbazione aveva indotto gli alleati a rinviare lo sbarco. Però il servizio metereologico inglese segnalò un breve miglioramento per il giorno successivo. I tedeschi, convinti che mai gli alleati avrebbero tentato lo sbarco con condizioni meteo così avverse e il mare così mosso, furono, quindi, colti di sorpresa [2].

Lo sbarco del 6 giugno 1944

Il 6 giugno del ’44, come detto, i primi a toccare il suolo francese, quando ancora era notte fonda, erano stati i paracadutisti. Decine di paracadutisti però atterrarono morti, uccisi, mentre galleggiavano in aria, dal fuoco nemico [3]. All’alba, dopo un imponente bombardamento navale della costa, da 4.266 navi di ogni specie (di cui 700 da guerra), la più grande armata marittima della Storia, si staccarono i mezzi da sbarco, giovandosi della copertura della flotta aerea, che compì 10.743 missioni aeree sulla Normandia, sganciandovi 12.000 tonnellate di bombe [4]. Molti mezzi da sbarco, però, saltarono in aria, urtando le mine tedesche affisse sui pali piantati nel fondale sabbioso. Coloro che scendevano dai mezzi, e riuscivano a non affogare o ad essere falciati dai tedeschi, appena balzati in acqua avevano a che fare, sulla battigia, con campi minati e cavalli di Frisia, e soprattutto con il fuoco delle postazioni tedesche. I soldati del Terzo Reich, infatti, facevano fuoco da bunker e da casematte con mitragliatrici e mortai, sebbene i ricognitori della RAF segnalassero le loro posizioni alle navi, affinché li bombardassero.

Il sangue degli amici del 6 giugno e dei civili

Il peggiore massacro fu quello sofferto dalle truppe americane che sbarcarono sulla spiaggia Omaha (che venne soprannominata bloody Omaha), dove contro le divisioni alleate sparavano incessantemente le batterie di cannoni collocate a ridosso della costa. Qui, in poco tempo più di 1.000 uomini erano stati già fatti a pezzi dalle difese tedesche e quelli che erano riusciti ad attraversare incolumi la spiaggia, continuavano ad essere esposti al fuoco nemico, avendo, per giunta, nell’80% dei casi, armi e munizioni inutilizzabili, a causa dell’acqua e della sabbia, nonostante le custodie stagne in dotazione e l’utilizzo dei profilattici a protezione delle canne dei fucili. Anche se sulle altre spiagge la situazione fu meno sanguinosa, entro le 20:30 del 6 giugno 4.400 soldati alleati persero la vita, sostanzialmente un morto ogni 11 secondi. E di questi più di 2 mila nella sola Omaha. Quasi 8.000 alleati restarono uccisi, cioè uno ogni 6 secondi. Numerosissimi furono anche i civili francesi uccisi dalle bombe alleate, dato che interi villaggi vennero distrutti. Del resto anche la battaglia per la conquista di Caen provocò un massacro di civili, non tanto dissimile da quello del bombardamento di Montecassino. Complessivamente furono un po’ minori le perdite dei tedeschi, anche se persero la battaglia. Del resto, gli errori di comunicazione tra le forze alleate provocarono numerose vittime del fuoco amico. Inoltre, fin da quel primo giorno della liberazione iniziarono le violenze, gratuite, perpetrate verso civili (soprattutto donne) accusati di collaborazionismo. E a queste vanno aggiunte, pare, le violenze sessuali compiute da alcuni soldati alleati [5].

«Le notizie non potrebbero essere migliori» (Adolf Hitler)

Nonostante lo sconvolgimento generale, Adolf Hitler, mentre sbarcavano gli amici del 6 giugno, si mostrò ottimista e fiducioso: nella prima riunione al suo quartier generale, verso la tarda mattinata, disse al feldmaresciallo Wilhelm Keitel che: «Le notizie non potrebbero essere migliori»

Il Führer pensava che con l’inizio della grande battaglia si fosse avverata la possibilità per le sue armate di un confronto diretto e vittorioso con il grosso delle forze anglo-americane. Disse, infatti:

«Finché erano in Gran Bretagna non potevamo arrivare fino a loro. Ora li abbiamo a portata di mano e possiamo distruggerl

Soltanto il 10 giugno Hitler e i suoi generali compresero appieno l’imponenza delle forze alleate che stavano insinuandosi in Francia e la difficile situazione in cui veniva a trovarsi la Wehrmacht.

Non meno sconcertante era la versione diffusa dai giornali dell’Italia settentrionale, laddove Mussolini e la sua truculenta Repubblica di Salò, persistevano in una grottesca propaganda, tanto tronfia quanto fasulla.

Alberto Quattrocolo

[1] L’opera del controspionaggio britannico fu così efficace nel depistare gli agenti tedeschi, convincendoli che quella in Normandia fosse una colossale operazione diversiva, che lo stesso Hitler, ancora il 9 giugno, era convinto che il teatro principale delle operazioni doveva aprirsi a Pas de Calais. Hitler, infatti, credette veritieri i messaggi inviati dalla celebre spia Arabel (“Garbo” per i britannici) e, di conseguenza, la potente 15ª Armata fu mantenuta a Calais, anziché essere inviata in appoggio alla 7ª Armata nel settore normanno. Inoltre, lungo i 50 chilometri di costa normanna interessati dallo sbarco, ogni unità costiera tedesca combatté in totale isolamento, proprio per l’interruzione delle linee telefoniche provocata dal sabotaggio dei partigiani francesi e poi dai bombardamenti aeronavali. Così né i comandanti sul campo, né lo stato maggiore del LXXXIV Corpo d’armata, né i vertici di Berlino poterono avere una visione complessiva della battaglia.

[2] Ciò comportò l’assenza dai rispettivi posti di comando di diversi comandanti, compresi il feldmaresciallo Rommel (che si era recato in Germania per festeggiare il compleanno della moglie) e il colonnello generale Dollmann (che, come altri, si trovava a Rennes per un’esercitazione di guerra)

[3] Del resto, anche i lanci non furono perfettamente centrati sugli obiettivi. Così molti atterrarono nel luogo sbagliato. Tanto che dei primi 600 lanci, solo 160 raggiunsero gli obiettivi prefissati.

[4] La vittoriosa esecuzione dell’operazione Overlord fu dovuta anche all’incontrastato dominio dei cieli da parte dell’aviazione alleata, che permise la devastazione delle reti ferroviaria e stradale e assicurò un supporto tattico, intralciando l’afflusso di rinforzi tedeschi in Normandia.

[5]  Secondo il criminologo statunitense Robert Lilly, in base agli archivi dell’esercito Usa, sarebbero state compiute oltre 3 mila violenze sessuali.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *