Cosa significa “coventrizzare”?

Il termine coventrizzare (“to coventrate”) è nato in riferimento a quel che accadde alla città inglese di Coventry, tra il 14 e il 15 novembre del 1940.

Tra le città britanniche che nel secondo conflitto mondiale venivano colpite dall’aviazione tedesca vi era anche Coventry. Bombardata già una prima volta il 25 agosto 1940 e, ancora, ad ottobre, con attacchi più brevi, che uccisero 176 persone, colpendo non soltanto l’aeroporto, ma anche l’ospedale, Coventry non aveva ancora visto il peggio. Non era stata, infatti, ancora “coventrizzata”. Ciò accadde soltanto a metà novembre di quell’anno. Quella che è stata chiamata l’ora più buia per la Gran Bretagna, tuttavia, era già iniziata in piena estate.

Arriviamo a Coventry, quindi, partendo da alcuni tra i tanti fatti accaduti in quella prima estate della Seconda Guerra Mondiale.

La disperata resistenza della Gran Bretagna

A luglio del 1940, l’Inghilterra era rimasta sostanzialmente da sola a fronteggiare l’avanzata delle forze nazifasciste – tedesche e italiane – in Europa e in Africa. Il Belgio e la Francia si erano arrese ad Hitler. Il contingente militare britannico, che aveva cercato di fermare le poderose conquiste delle armate tedesche, era stato evacuato da Dunkerque e da altre spiagge e porti francesi. Era iniziata la battaglia d’Inghilterra (di cui abbiamo parlato qui).

L’11 luglio Winston Churchill, che era diventato primo ministro di un governo di unità nazionale, disse ad un generale: «Non ho mai odiato gli unni nell’ultima guerra, ma adesso li detesto come pidocchi». I tedeschi, «gli unni», infatti, due giorni avevano iniziato a bombardare il suolo inglese e quel giorno avevano colpito il Galles meridionale. In una settimana 88 civili erano stati uccisi dalle bombe germaniche. L’invasione tedesca pareva imminente. E Churchill prevedeva che, in quel caso, anche le donne britanniche sarebbero state chiamate a combattere contro i soldati tedeschi. Il 14 luglio alla radio disse:

«dobbiamo batterci tutti senza perdere fiducia e senza venire meno al nostro dovere, finché l’oscura maledizione di Hitler scomparirà dalla nostra epoca»

Nel frattempo erano i piloti della Royal Air Force (RAF) quelli che, in condizioni disperate, tentavano di fermare quell’opera di devastazione svolta dall’aviazione tedesca e, in misura minore, da quella italiana. I bombardamenti sull’Inghilterra, cioè, che doveva preludere all’operazione Leone Marino: lo sbarco sulle coste britanniche del contingente d’invasione.

Il 15 settembre era finita la Battaglia d’Inghilterra

Churchill non era disposto a cedere a nessuna prospettiva di negoziato con la Germania. Sapeva che sarebbe stato soltanto un inganno. Hitler fino a quel momento aveva sempre violato gli accordi stipulati e se n’era perfino infischiato della neutralità dei singoli Stati quando gli aveva fatto comodo invaderli.

«… per quanto la prova sia dura o lunga, o entrambe le cose, non verremo mai a patti, non tollereremo che si parlamenti; possiamo mostrare misericordia, mai la imploreremo», aveva detto il Primo ministro britannico nel suo discorso radiofonico di quel 14 luglio 1940.

Il 24 agosto, però, per la prima volta i bombardieri tedeschi colpirono Londra, in pieno centro, di giorno. Il giorno dopo Churchill ordinò che la RAF colpisse Berlino. Era una questione non solo militare ma politica, occorreva dimostrare al popolo tedesco che gli inglesi, per quanto feriti, non cedevano, anzi si rialzavano sempre e si battevano; e occorreva dar prova di tale capacità reattiva anche alla gente di Londra. Nelle settimane seguenti, però, i bombardieri tedeschi continuarono a colpire Londra e gli aeroporti della RAF, nonostante gli sforzi dei piloti britannici, che, sui loro Spitfire, incessantemente ingaggiavano, in condizioni di inferiorità numerica, frenetici combattimenti contro quei bombardieri e contro i caccia di scorta a quelli, nel disperato tentativo di contrastare l’opera di devastazione in corso.

Domenica 15 settembre 1940, si diressero verso Londra 230 bombardieri e 700 caccia tedeschi. Arrivarono ad ondate a partire dalla metà mattina. A mezzogiorno circa tutti gli arei da caccia della RAF erano in volo. Se fosse arrivata una nuova ondata di bombardieri tedeschi, non vi sarebbe stato un solo aereo inglese di riserva da far decollare per contrastarla. E la nuova ondata arrivò. Gli aerei inglesi in volo dovevano, quindi, tornare alle basi per rifornirsi e tornare su a combattere.

I tedeschi non la spuntarono sui caccia inglesi. Persero quel giorno 59 bombardieri. Troppi per ripetere un attacco di simili dimensioni.

I bombardamenti continuarono, ma per gli inglesi era chiaro che il momento peggiore era superato.

Un lungo bombardamento senza fine

Il 17 settembre Churchill intervenne ai Comuni:

«Sono sicuro, come lo sono che domani sorgerà il sole, che ne usciremo vittoriosi».

Quel giorno, però, l’esercito italiano, muovendo dalla Libia, aveva invaso l’Egitto, penetrandovi per 60 miglia. Inoltre, la nave passeggeri City of Benares che stava navigando verso il Canada era stata affondata dai siluri tedeschi. 77 bambini e 72 adulti britannici erano stati inghiottiti dall’Atlantico.

Il 17 ottobre, mentre nella sola Londra, erano già stati spazzate via dalle bombe 10.000 civili e gli aerei tedeschi colpivano anche le navi mercantili provenienti nell’Atlantico, per quanto la fiducia degli inglesi si fosse ridestata, il timore di un’invasione tedesca era ancora attualissimo. Il 21 ottobre era stato affondato il 500° mercantile inglese. Erano già andate perse due milioni di tonnellate di merci. Quella sera affondarono altre 41 navi mercantili provenienti dal Canada.

 

I bombardamenti inglesi su Torino, Monaco di Baviera e Taranto

L’8 novembre la Royal Air Force tentò di demoralizzare il nemico. Attaccò sia Monaco di Baviera che Torino. Qui, per la prima volta, i 12 aerei inglesi che bombardarono la città colpirono gli stabilimenti della FIAT Lingotto. In questa prima fase della guerra, i bombardamenti sulla città sabauda non avevano ancora raggiunto l’intensità che si sviluppò dal 1942, incidendo limitatamente sulla vita quotidiana dei torinesi. I danni erano limitati, come anche il numero delle vittime, ma il bombardamento causò qualche imbarazzo al governo di Mussolini, la cui retorica sull’invincibilità dell’Italia fascista venne intaccata.

Decisamente più importante fu il bombardamento su Monaco di Baviera, anche per il valore simbolico e politico, quindi propagandistico di tale incursione, sulla città in cui si trovava il quartier generale del Partito Nazionalsocialista.

Occorreva, però, alla Gran Bretagna, qualcosa di più del bombardamento sulla Hauptstadt der Bewegung (“capitale del movimento” nazista); peraltro quell’incursione su Monaco di Baviera non era paragonabile a quelle compiute dai tedeschi sulle città inglesi. Ai britannici occorreva una vittoria vera.

Era vero che il 15 settembre i caccia e i bombardieri tedeschi avevano avuto la peggio sul cielo londinese, ma quella sconfitta germanica era stata dovuta ad una reazione difensiva, non ad un attacco aereo britannico. inoltre le bombe tedesche continuavano a distruggere i centri inglesi e ucciderne gli abitanti, senza sosta.

La vittoria per gli inglesi arrivò finalmente l’11 novembre, a Taranto. Si trattò della prima vittoria navale inglese da quando Churchill era primo ministro. Come abbiamo ricordato nel post dedicato a quel fatto, l’attacco sul porto pugliese mise in ginocchio la flotta della regia marina, che Mussolini intendeva impiegare per sconfiggere l’energica difesa opposta dall’esercito greco all’invasione dispiegata dal contingente italiano presente in Albania.

 

14 novembre 1940: è arrivato il momento di colpire gli italiani

Il 14 novembre Churchill partecipò al funerale di Neville Chamberlain, l’ex primo ministro con cui tanto aveva polemizzato ai tempi del patto di Monaco. Winston Churchill riteneva folle e suicida il tentativo di Chamberlain di trattare con Hitler. Però, rispettava l’onestà e l’amore per la pace che avevano indotto Chamberlain a fidarsi del Fuhrer. Resse, pertanto, il drappo funebre durante le esequie. Poi, tornato a Downing Streett, telegrafò a Sir Archibald Wavell, il comandante delle forze britannica nel Nord Africa:

«È arrivato il momento di assumerci rischi e colpire gli italiani per terra, cielo e mare».

Si riferiva alla Libia, divenuto una colonia italiana a seguito dell’invasione del 1911 (ne abbiamo parlato qui, qui e qui).

 

14 e 15 novembre: la coventrizzazione di Coventry

Alle 15,50 i servizi di informazione seppero che potevano arrivare i bombardieri tedeschi e che sarebbero stati tanti. È controverso se fosse noto o meno da subito al Primo ministro la destinazione degli aerei tedeschi. Pare probabile che ritenesse che il bersaglio principale fosse Londra.

Furono subito fatti decollare dei bombardieri inglesi per colpire gli aeroporti nel continente da cui sarebbero partiti i bombardieri tedeschi. Anche su Coventry si alzarono in volo i caccia britannici. Questi, nel corso dell’attacco che poi fu dispiegato dall’aviazione tedesca, arrivarono ad essere un centinaio.

Tre ore dopo circa giunsero centinaia di bombardieri tedeschi a ondate. Le difese antiaeree, preallertata dal Ministero dell’Aereonautica, svilupparono un tale fuoco, da costringere i bombardieri germanici a non scendere ad una quota più bassa. Tuttavia, le fabbriche di munizioni di Coventry vennero centrare e anche il centro cittadino con la sua cattedrale, che fu ridotta in macerie.

Le incursioni iniziate, in quella sera di plenilunio (il nome in codice del raid tedesco era “Sonata al chiaro di Luna”), si protrassero fino alle 6.15 del mattino successivo, il 15 novembre 1940.

Alle 2 del mattino la contraerea inglese aveva smesso di sparare per mancanza di munizioni. Le fabbriche erano ridotte ad un ammasso di rovine in fiamme, le vie delle città erano inondate delle macerie degli edifici, Oltre duecento incendi avevano prodotto un unico gigantesco rogo con una temperatura di circa 1.500 °C. Le fiamme rendevano visibile la città agli altri bombardieri in avvicinamento anche a 200 chilometri di distanza.

Vennero uccisi 568 civili soltanto nel centro. Ma il bombardamento, complessivamente, nonostante la popolazione si fosse rifugiata all’inizio dell’attacco nei ricoveri (spesso di fortuna), costò la vita a 1.236 persone e ne ferì, anche gravemente, migliaia. Furono 4.330 le abitazioni distrutte insieme a due ospedali, tre chiese, l’80% delle fabbriche, i rifugi antiaerei, le stazioni ferroviarie e di polizia, gli uffici postali, i cinema e i teatri, tutta la rete dei trasporti tramviari e stradali, le centrali elettriche, la rete di distribuzione del gas e dell’acqua e, come detto, la cattedrale di Coventry, il simbolo della città, risalente al XIV secolo, che fu colpita da 12 bombe incendiarie.

La reazione inglese

Per una settimana i bombardamenti tedeschi colpirono anche Birmingham e Londra. Nella capitale persero la vita 484 civili, mentre 228 furono uccisi a Birmingham.

La rappresaglia inglese colpì Berlino il 16 novembre e il 18 Amburgo, uccidendo 233 civili tedeschi.

 

Notizie buone per Churchill dal fronte Nordafricano

I bombardieri tedeschi continuavano a colpire, e l’8 dicembre anche la Camera dei Comuni fu parzialmente distrutta. Quello stesso giorno, però, Sir Archibald Wavell, Commander-in-Chief Middle East, comunicò che era riuscito a prendere prigionieri in Nord Africa 500 soldati italiani; il giorno dopo scrisse di averne presi altri 7.000, inclusi 3 generali. Il 4 gennaio del 1941, ne venivano catturati altri 45.000 e il 6 gennaio le truppe britanniche di Wawell riuscivano ad entrare nella città libica di Tobruch.

Un mese dopo Wavell faceva prigionieri altri 130.000 italiani e si impadroniva di tutta la Cirenaica.

Churchill, allora, elaborò l’idea di fare della Cirenaica «l’inizio dell’Italia ibera». Secondo, il suo progetto la Gran Bretagna, proprio partendo dalla Cirenaica, doveva staccare gli italiani da Mussolini. Anzi, pensò di inviare circa 5.000 soldati italiani antifascisti in Italia. Il 12 febbraio, però, giunse a Tripoli, al comando dell’Afrikakorps, Erwin Rommel, il generale tedesco che Hitler considerava il suo asso nella manica, con l’ordine di cacciare gli inglesi dalla Cirenaica. Mentre gli italiani in Africa Orientale, venivano sconfitti dalle truppe inglesi e perdevano le colonie dell’Etiopia e della Somalia, l’Afrikakorps alla fine di aprile, in Libia, aveva fatto retrocedere le ormai stremate truppe anglosassoni della Western Desert Force verso il confine egiziano. Iniziava per gli inglesi e gli australiani rimasti a Tobruk un lungo assedio.

La guerra, del resto, era ancora agli inizi. Tante, davvero tante, altre città furono coventrizzate, in Europa come in Asia, nei successivi quattro anni e mezzo.

 

Alberto Quattrocolo

 

Fonti Correlli, I generali del deserto, BUR, Milano, 2001

De Luna, Torino in guerra, in N. Tranfaglia (a cura di), Storia di Torino. Dalla Grande Guerra alla liberazione (1915-1945), Vol. 8, G. Einaudi, Torino 1998, pp. 695-829

Gilbert, Churchill, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano, 1992

Patricelli, Marco, L’Italia sotto le bombe. Guerra aerea e vita civile 1940-1945, GLF Laterza, Roma – Bari, 2009

Shirer. (1962), Storia del Terzo Reich, Giulio Einaudi Editore S.p.A., Torino, 1962

www.wikipedia.org

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