Ciaccio Montalto è condannato a morte dalla mafia

Tristemente, si ingrossano le fila degli uomini di legge uccisi dalla mafia. Ne abbiamo ricordati molti in questa rubrica, ma la lista è ancora lunga. Oggi si aggiunge un magistrato siciliano, di Trapani, che nella sua città cercò di riportare la voce dello Stato, così a lungo silente.

Trapani è la provincia dove lo Stato che ha comandato è quello di Cosa Nostra, dove per costruire il nuovo Palazzo di Giustizia ci sono voluti decenni, dove anche i fidanzamenti e i matrimoni sono stati regolati dalle regole dell’onorata società, dove potrebbe anche non essere necessario leggere atti giudiziari, intercettazioni, relazioni della Commissione antimafia, saggi e articoli di stampa per farsi un’idea di cosa si intende per mafia: basterebbe vedere il numero delle estorsioni denunciate per capire quante non lo saranno mai […]
(Rino Giacalone, Liberainformazione.org)

Nato a Milano da famiglia trapanese, Giangiacomo Ciaccio Montalto fece ritorno nei suoi luoghi d’origine e a neanche trent’anni divenne Sostituto Procuratore. Qui, la sua vita iniziò a incrociarsi con quella della famiglia Minore: Antonino, Calogero, Giuseppe e Giacomo, quattro fratelli, quattro “uomini d’onore” tra i più potenti della provincia, e non solo. La loro attività era tra la peggiore immaginabile, cui non mancò la corruzione di un collega di Montalto: grande scandalo destarono i 150 milioni accettati dal Sostituto Procuratore di Trapani Antonio Costa per un’assoluzione su un caso di omicidio.

Più volte il magistrato mise i bastoni fra le ruote al clan trapanese, che a quel tempo poteva vantare anche il sostegno dei sanguinari Corleonesi. Si ipotizza che cercarono, dapprima, di scoraggiarlo “con le buone”: famose le assoluzioni per insufficienza di prove che costellarono la carriera del procuratore (quaranta ordini di cattura con l’accusa di associazione mafiosa erano intollerabili). Poi passarono alle minacce: un giorno trovò il disegno di una croce nera sul cofano della propria auto, ma rifiutò la protezione personale:

Le poche volte che aveva accennato all’argomento sicurezza era stato per dire che le scorte non salvano la vita ma ne mettono in pericolo altre e che, in ogni caso, non riteneva di essere così “importante” da essere ucciso.
(Salvatore Mugno, “Una toga amara. Giangiacomo Ciaccio Montalto la tenacia e la solitudine”)

Decise quindi di seguire il filone d’indagine che aveva aperto in quei dieci anni di lavoro in Sicilia, risalendo però la penisola: chiese il trasferimento a Firenze, dove si temeva che si estendessero i tentacoli della piovra mafiosa, sia trapanese che corleonese. Fu probabilmente questa l’ultima goccia per i clan: in quella notte del 1983, fu crivellato di colpi insieme alla propria auto a Valderice, mentre rientrava a casa. Lo piansero la moglie e le tre figlie, oltre a ventimila persone accorse per rendere omaggio a quel combattente caduto.

Quattro anni dopo l’omidicio di Guido Rossa, di cui abbiamo parlato ieri, è ancora il Presidente Pertini a dare voce allo Stato:

Il popolo italiano non può essere confuso con il terrorismo e il popolo siciliano non può essere confuso con la mafia.

 

Alessio Gaggero

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