Bruno Caccia, l’unico magistrato assassinato al Nord dalle mafie

Bruno Caccia venne ucciso, il 26 giugno 1983. Il Procuratore Capo della Repubblica di Torino, impegnato ad indagare sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nel capoluogo piemontese, quella domenica sera di fine giugno, mentre si chiudevano i seggi per le elezioni politiche, come d’abitudine, stava portando il cane a spasso, senza scorta. Abitava in via Sommacampagna 9, una traversa di Corso Moncalieri, a pochi passi dal Ponte Umberto I, la prosecuzione di Corso Vittorio Emanuele II che, scavalcato il Po, esita nel breve Corso Fiume. Via Sommacampagna è la terza parallela di quest’ultimo, una via dritta, che sale ripida sulla collina torinese. A pochi passi da casa, alle 23:35, il Procuratore Capo Bruno Caccia fu colpito da una serie di proiettili sparati dal fucile di precisione dell’autista di una Fiat 128. Il secondo passeggero scese dall’auto, si avvicinò a Bruno Caccia e gli sparò ancora. In tutto furono 14 i proiettili che colpirono il Procuratore.

Bruno Caccia fu soccorso quasi immediatamente e subito trasportato al pronto soccorso del vicino Ospedale delle Molinette. Ma era già morto, quando vi arrivò.

Aveva 65 anni, una moglie, la professoressa Carla Ferrari, sposata nel 1953 e tre figli: Guido, Paola e Maria Cristina.

Dalle indagini sulle BR e Prima Linea a quelle sulle infiltrazioni di ‘ndrangheta e Cosa Nostra in Piemonte e Valle d’Aosta

Bruno Caccia era nato a Cuneo il 16 novembre 1917 in una famiglia la cui appartenenza alla magistratura risaliva agli inizi del 1800. Fino al termine del ginnasio era vissuto a Cuneo, poi la famiglia aveva traslocato a La Spezia, dove suo padre, magistrato, era stato trasferito. Diplomatosi con la maturità classica ad Asti, si era iscritto alla facoltà di giurisprudenza di Torino, laureandosi nel 1939, con la lode, e ottenendo l’anno dopo anche la laurea in Scienze Politiche. Nel 1941 aveva superato il concorso in magistratura.

Dopo essere stato uditore presso il Tribunale di Torino, aveva assunto il ruolo di sostituto procuratore. Divenuto Procuratore della Repubblica ad Aosta, nel 1964, aveva condotto un’indagine sull’assessore socialista Milanesio e su delle speculazioni edilizie. Poi era stato nominato Sostituto alla Procura Generale di Torino. Aveva seguito diverse inchieste, incluse alcune sulle Brigate Rosse. Nel 1980, divenuto Procuratore Capo, aveva proseguito, intensificandola, l’attività di indagine sulle colonne torinesi delle Brigate Rosse e di Prima Linea.

Ottenuta la collaborazione dei primi grandi pentiti del terrorismo rosso, Patrizio Peci e Roberto Sandalo, quelle colonne furono sostanzialmente smantellate. Bruno Caccia si occupò, però, anche delle tangenti delle giunte rosse nel Comune di Torino e dello scandalo petroli o scandalo dei 2000 miliardi, riguardante un immenso affare di contrabbando di petrolio e di relativa frode fiscale da duemila miliardi di lire. Inoltre, aveva stimolato la procura ad intensificare la lotta al traffico degli stupefacenti e alla criminalità mafiosa. Bruno Caccia, infatti, aveva riunito intorno a sé un gruppo di giovani magistrati per indagare sulle ramificazioni della mafia in Piemonte. Il suo fu il primo vero pool antimafia che avrebbe ispirato poi quello di Falcone e Borsellino.

Secondo il pentito Domenico Agresta, i boss della ‘ndrangheta avevano cercato di avvicinarlo, ma Bruno Caccia li aveva scacciati. E, sostenne Agresta, questo suo “irrispettoso” rifiuto determinò la decisione di ucciderlo:

«Erano entrati nel suo ufficio senza prendere un appuntamento. Ma lui gli aveva sbattuto la porta in faccia, li aveva cacciati in malo modo. Placido Barresi me lo raccontò in carcere: la cosa che più lo faceva arrabbiare era proprio questo, che lui non li avesse neppure fatti parlare. Per questo decisero di ucciderlo, mi disse che avevano deciso il cognato Mimmo e Ciccio Mazzaferro che all’epoca comandavano».

Le prima indagini sull’omicidio di Bruno Caccia: la pista terroristica

In realtà, in un primo momento, grazie ad una serie di depistaggi, le indagini sull’assassinio di Bruno Caccia furono orientate vero le BR. Appena dieci minuti dopo l’omicidio era arrivata, infatti, una prima rivendicazione da parte delle Brigate Rosse, seguita da altre inviate alla Rai di Milano, al Corriere della Sera e al Giornale d’Italia. In un primo momento furono considerate credibili, dal momento che erano in corso dei processi alle colonne torinesi delle Brigate Rosse e di Prima Linea.  Le perquisizioni delle celle dei terroristi, la negazione da parte loro di qualsiasi coinvolgimento nell’omicidio e una telefonata a La Stampa da parte di terroristi di estrema destra dei NAR (ne abbiamo parlato su questa rubrica, nei post I Nuclei Armati Rivoluzionari assassinano Francesco Straullu 21 ottobre 1981 e Quel “no” di Maurizio Arnesano), crearono più di qualche dubbio sulla validità della pista terroristica. ma anche questa si rivelò infondata.

La collaborazione del boss catanese Ciccio Miano e la condanna del ‘ndranghetista Domenico Belfiore

Poi, un anno dopo, nel luglio 1984, il boss del clan dei Catanesi di stanza a Torino come riferimento di Cosa Nostra per il narcotraffico in Piemonte, Francesco ‘Ciccio’ Miano, prese la decisione di collaborare con gli inquirenti. Diventò, quindi, informatore dei Servizi Segreti e cominciò a riferire sul traffico di droga che i siciliani gestivano con il clan di ‘ndrangheta di Domenico Belfiore, leader dei calabresi a Torino. In particola, Miano si rese disponibile a registrare, grazie ad un apparecchio a bobina nascosto sul suo corpo, le sue conversazioni in carcere con il boss ‘ndranghetista Belfiore. Miano registrò in tutto 36 conversazioni, nelle quali si affrontava il rapporto tra calabresi e siciliani a Torino, che trasformatosi in alleanza, in quanto tale non resse a lungo. Tra le varie rivelazioni di Ciccio Miano ci fu anche il nome di colui che aveva dato l’ordine di ammazzare Bruno Caccia: proprio il leader dei calabresi Belfiore.

In dieci anni si svolsero cinque processi per l’omicidio di Bruno Caccia, che si conclusero, nel 1995, con la condanna all’ergastolo di Domenico Belfiore quale mandante dell’omicidio.

L’ipotesi dei famigliari di Bruno Caccia su scenari più complessi

Ma nel 2014 i familiari del procuratore, rappresentati dal legale Fabio Repici, presentarono un esposto con una denuncia che cambiava non poco lo scenario alla base dell’omicidio di Bruno Caccia. Per la famiglia c’erano elementi idonei a ipotizzare che l’omicidio fosse collegato alle indagini che il Procuratore Capo stava svolgendo sul riciclaggio di denaro sporco al Casinò di Saint Vincent. Venne, quindi, avviata un’inchiesta a carico di Rosario Pio Cattafi (detto Saro), un avvocato con un passato da estremista di destra presso l’organizzazione terroristica neofascista Ordine Nuovo (ne abbiamo parlato anche nei post Il 10 luglio del ’76 il giudice Occorsio fu ucciso da un terrorista neofascista di Ordine Nuovo1972, strage di Peteano), ex-intermediario tra industrie e governi nella compravendita di armamenti e ritenuto il mediatore della mafia di Barcellona Pozzo di Pozzo e di apparati dello Stato, e del calabrese Domenico Latella. Costui, già fornitore di pezzi di ricambio alla Marina Militare e alla Guardia di Finanza, in quegli anni aveva operato come sicario al servizio della Cosa Nostra catanese a Milano e Torino. E, da ergastolano, aveva ottenuto la libertà, anche se trent’anni dopo la polizia scoprì la sua partecipazione al sequestro di Cristina Mazzotti, diciottenne rapita nel 1975 in provincia di Como e uccisa nonostante i genitori avessero pagato il riscatto di un miliardo.

L’idea era che dietro l’omicidio del Procuratore Bruno Caccia ci fosse la longa manus dell’intelligence italiana, la quale in quegli anni trattava con la mafia, sicché il delitto sarebbe stato pianificato per fermare le indagini sui traffici in Valle D’Aosta. La figlia di Bruno Caccia, Paola, ricordò al quotidiano La Stampa che poco prima di essere assassinato suo padre aveva spiccato i mandati di perquisizione al Casinò di Saint Vincent. In particolare, secondo questa prospettiva, il coinvolgimento della mafia catanese e di ambienti collusi nella vicenda del Casinò di Saint Vincent non sarebbe stata una pista alternativa, ma integrativa a quella esitata nella condanna contro Belfiore.

L’arresto e i processi di Rocco Schirripa come esecutore materiale dell’omicidio di Bruno Caccia

Poco prima del Natale 2015, la Direzione Distrettuale Antimafia di Milano arrestò Rocco Schirripa ritenendolo l’esecutore dell’assassinio del Procuratore Bruno Caccia, ma il 30 novembre 2016 la Corte d’Assise, avendo rilevato un errore procedurale, da parte delle Procura, di gravità tale da invalidare le prove raccolte, emise nei confronti di Schirripa una sentenza di non luogo a procedere. Il processo bis contro Schirripa iniziò il 10 febbraio 2017, e Demetrio Latella, denunciato dai famigliari di Bruno Caccia, chiamato a testimoniare, si avvalse della facoltà di non rispondere.  Secondo la Procura di Milano non c’era nulla di concreto a suo carico circa l’omicidio di Bruno Caccia, l’avvocato Repici e la famiglia del magistrato ucciso ritenevano, invece, che Latella fosse stato un intermediario tra la criminalità organizzata e una zona grigia ostile al Procuratore. L’avvocato Repici chiese anche 10 milioni di euro di risarcimento per la famiglia Caccia e criticò la Procura per non aver voluto indagare ulteriormente sulla pista catanese. Il 17 giugno di quell’anno Rocco Schirripa venne condannato all’ergastolo e, il 14 febbraio del 2019, in appello la condanna fu confermata.

A Bruno Caccia, il 26 giugno 2001 è stato intitolato il Palazzo di giustizia di Torino. Inoltre a lui e alla moglie è dedicato un cascinale a San Sebastiano da Po (TO).  La Cascina Bruno e Carla Caccia è frutto del sequestro, in virtù della legge 109/96 di tali beni alla famiglia Belfiore, in particolare a Salvatore Belfiore, fratello di Domenico. La Cascina Caccia è gestita dall’Associazione Acmos, aderente alla rete di Libera.

«Noi famigliari vogliamo solo la verità», Paola Caccia

«Sono passati 36 anni, ma a Torino, ancora oggi, quasi non si può parlare di Bruno Caccia», ha detto Paola Caccia. «Non mi spiego perché, dopo 30 anni, anche nella vicenda giudiziaria, continuino a esserci grandi resistenze. Noi famigliari vogliamo solo la verità di quel 26 giugno 1983 […] Parlare di Caccia, come emerso dalle carte, non si poteva, perché tabù, come se in questa storia ci fosse qualcosa di indicibile. Trentasei anni in cui abbiamo dovuto lottare, combattere, per avere risposte concrete».

Anche l’ex magistrato Mario Vaudano, 74 anni, allora giudice istruttore a Torino, poi divenuto Procuratore ad Aosta e infine magistrato dell’Ufficio Europeo Antifrode (OLAF), divenuto consulente della famiglia Caccia, ha affermato che le piste suggerite dalla famiglia Caccia e dall’avvocato Repici vanno approfondite. E ha ricordato che il magistrato Olindo Canali, all’epoca dell’inchiesta, uditore giudiziario del Pubblico ministero titolare dell’indagine, Francesco Di Maggio, disse di aver appreso, alcuni anni dopo, che in casa di Cattafi era stato trovato il finto volantino delle Brigate Rosse che rivendicava l’assassinio del magistrato. La DDA di Milano ritenne la testimonianza di Canali smentita da quella dell’ufficiale dei carabinieri, Eugenio Morini, che partecipò alla perquisizione della casa di Cattafi. Inoltre, secondo Mario Vaudano, che ha fatto notare come gli altri possibili testimoni indicati dall’avv. Repici non vennero ascoltati, la pista del Casinò di Saint Vincent andava maggiormente esplorata, perché «Lì si riciclavano anche tangenti della politica. Un giro molto più grande di Cattafi».

Alberto Quattrocolo

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *