1978, approvata la legge n. 194 che introduce e disciplina l’interruzione volontaria di gravidanza

Nel 1973, la diciassettenne Gigliola Pierobon fu rinviata a giudizio per essere ricorsa all’aborto clandestino: grazie al suo coraggio e a quello della sua avvocata Bianca Guidetti Serra, il processo divenne un grande evento mediatico capace di portare nelle case degli italiani il tema dell’interruzione di gravidanza, in anni in cui il corpo delle donne era estromesso non solo dal dibattito politico, ma anche dalle conversazioni quotidiane, e l’aborto era sanzionato con la reclusione da due a cinque anni in quanto delitto “contro l’integrità e la sanità della stirpe”.

Anche da quella vicenda presero forza le lotte per legalizzare l’interruzione volontaria di gravidanza, che condussero, il 22 maggio 1978, alla tormentata approvazione della legge n. 194. Oltre ad affermare il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, all’assistenza ospedaliera pubblica in caso di interruzione per motivi di salute, economici, sociali o familiari, il testo della nuova norma dichiarava che l’intervento “non deve essere un mezzo per il controllo delle nascite” e a tal fine destinava 50 miliardi di lire l’anno per finanziare i consultori territoriali, nati tre anni prima e all’epoca non ancora del tutto andati a regime.

Il lungo cammino che portò alla regolamentazione dell’aborto vide il Paese schierato su fronti opposti. Manifestazioni, sit-in, auto-denunce, assemblee di auto-consapevolezza, i primi consultori autogestiti e i viaggi verso le cliniche inglesi e olandesi organizzati dal CISA (Centro Informazioni per la Sterilizzazione e l’Aborto); la sentenza della Corte Costituzionale che nel ‘75 sancì la prevalenza della salute della madre rispetto alla vita del nascituro, riconoscendo la legittimità dell’aborto terapeutico; la proposta di referendum abrogativo degli articoli del codice penale riguardanti le diverse fattispecie di reato d’aborto, promossa dalla Lega XIII maggio e da L’Espresso, unitamente a Partito Radicale e Movimento di liberazione della donna, Lotta continua, Avanguardia operaia e PdUP-Manifesto, che raccolsero oltre 700.000 firme; sei proposte di legge sull’aborto, avanzate da PCI (schieratosi con molto ritardo nella campagna pro-choice), Liberali, PSDI, Movimento di Liberazione della Donna e DC.

Nonostante la decisa condanna del mondo cattolico, le incertezze dei politici e le tante ambivalenze che generarono criticità (ancora attuale quella relativa all’obiezione di coscienza), la legge fu varata e dal 5 giugno 1978 anche negli ospedali italiani fu praticabile l’interruzione di gravidanza. In un momento storico in cui anche la pillola anticoncezionale era illegale – fino al 1971 -, la battaglia civile per ottenere la depenalizzazione dell’aborto rivelò tutte le contraddizioni di un’Italia profondamente divisa.

Soprattutto, il dibattito che precedette l’approvazione della legge 194 produsse un autentico choc culturale in merito a temi ritenuti fino ad allora innominabili. Nell’Italia degli anni Sessanta, la legge che costringeva le donne ad abortire clandestinamente faceva da paravento a una realtà che non aveva né censo né classe, di cui tutti sapevano, ma che non veniva riconosciuta come problema. E invece il problema c’era: l’aborto era un’industria dalle solide fondamenta costruite sul corpo di milioni di donne. La voce delle donne mise improvvisamente in luce una quotidianità dell’aborto fatta di silenzi che nascondevano indicibili umiliazioni, di pratiche mediche rischiose che mettevano in pericolo la vita, di improponibili geografie della clandestinità rispondenti a sistemi di interessi che, sulla necessità e sulla disperazione delle donne, hanno costruito solide fortune. Una situazione che costringeva il sistema di valori di ognuna a rimodularsi rispetto all’urgenza di trovare una qualunque via d’uscita. L’attaccamento ai precetti della Chiesa e le convinzioni morali fino ad un momento prima credute indiscutibili, le credenze, le diffidenze, i costumi sessuali appresi, l’adesione alla morale dominante, le paure: di fronte a una gravidanza non voluta tutta questa rete emozionale subiva una scossa molto violenta.

Negli anni Sessanta modelli radicati imponevano ancora la maternità come principale realizzazione di sé per le donne, cui si abbinava una diffusa ignoranza e una drammatica limitatezza non solo dei più elementari servizi sociali, ma anche dei servizi sanitari e di assistenza al parto. Questo il terreno su cui poggiava il milione e mezzo di aborti clandestini stimato dall’Unesco all’inizio degli anni Settanta in Italia e i settanta milioni di lire di giro d’affari annuo per chi li praticava.

All’umiliazione di un processo arrivavano solo le donne più povere e isolate, che abortivano da sole o con l’aiuto di altre donne, nell’impossibilità di ricorrere a un medico o non riuscendo a trovare alternative di alcun genere: “Ho sei figli e ho abortito cinque volte; mio marito entra ed esce dal manicomio. Fino a quando ho potuto ho fatto l’operaia, ora lavoro come donna a ore. Nel 1972 ho fatto l’ultimo aborto. Mi chiedo se è giusto che lo stato processi me senza avermi dato niente, per me e per i miei figli e se adesso devo andare in galera lasciando loro e mio marito in quelle condizioni solo perché non potevo metter al mondo il settimo figlio e non avevo i soldi per andare in Svizzera ad abortire.”. I processi non arrivavano quasi mai a un verdetto, ma venivano rimandati a data da destinarsi oppure conclusi da un pronunciamento di “perdono” nei confronti dell’accusata: la legge non assolveva quindi, perdonava le donne, che restavano però moralmente criminali.

Solo al termine di un percorso durato più di un decennio, attraverso un confronto dialettico serrato e una negoziazione tenace, frutto di una complicata elaborazione femminista, si arrivò all’approvazione della legge 194, per certi aspetti controversa, ma attraverso la quale le donne poterono dirsi finalmente “persone”.

Contro la nuova legge furono avviate tre raccolte di firme per indire altrettanti referendum: una da parte dei Radicali (che ne chiedevano una modifica in senso ancor più ampio) e due da parte del cattolico Movimento per la Vita (una per un’abrogazione “minimale”, una per l’abrogazione totale: quest’ultimo verrà poi dichiarato inammissibile dalla Corte Costituzionale). Il 17/18 maggio 1981 si votò, in un clima reso incandescente dal recente attentato a Giovanni Paolo II: la proposta cattolica fu bocciata a schiacciante maggioranza (68 per cento), quella radicale anche (88 per cento) e la legge 194 rimase in vigore.

Dall’entrata in vigore della legge sono stati 35 i ricorsi per incostituzionalità: tutti i procedimenti sono stati respinti, ma dimostrano comunque che la norma sull’interruzione volontaria di gravidanza resta una delle più contestate.

Eppure, prima del ’78 si registravano tra le 350 e le 450mila interruzioni di gravidanza l’anno, per lo più trattate in ospedale come aborti spontanei, quando in realtà erano procurati; l’anno successivo all’approvazione della 194, gli aborti documentati scesero a 237mila. Stando ai dati raccolti dal Sistema di sorveglianza epidemiologica delle Ivg, gli aborti nel 2016 sono stati 84.926, confermando una diminuzione costante dal 1982.

Secondo la Consulta di bioetica, tuttavia, è la massiccia crescita dell’obiezione di coscienza degli operatori sanitari, che in inglese prende il nome di “rifiuto delle cure”, uno degli aspetti principali che mette a rischio l’applicazione della legge, soprattutto al Sud, dove l’obiezione riguarda l’83,5% dei ginecologi, sfiorando il 100% in Molise, sebbene la stessa 194 preveda un bilanciamento tra obiezione di coscienza e applicazione della legge e obblighi le Regioni a garantire la continuità assistenziale. Secondo l’Associazione Luca Coscioni, nonostante l’aborto sia legalizzato, l’obiezione di struttura, non ammessa dalla legge 194 (solo il 60% degli ospedali con reparto di ostetricia ha un servizio IVG) e la dilagante obiezione di coscienza aggravano anno dopo anno il disservizio in molte regioni, limitando di fatto il diritto alle scelte riproduttive e alla salute di molte donne che vivono nel nostro paese. Anche in conseguenza di ciò, in Italia persiste un sommerso di aborti clandestini per cui ogni anno vengono condannati sette operatori sanitari per interruzioni praticate in strutture non idonee, per lo più studi medici privati.

L’11 aprile 2016, il Comitato europeo dei diritti sociali, organismo del Consiglio d’Europa, ha condannato l’Italia per aver violato il diritto alla salute delle donne che vogliono abortire, riconoscendo che esse incontrano “notevoli difficoltà” nell’accesso ai servizi d’interruzione di gravidanza, anche per l’alto numero di medici obiettori di coscienza.

 

Silvia Boverini

Fonti:
www.it.wikipedia.org; “Aborto, la legge 194 compie quarant’anni. Fra le priorità regolamentare l’obiezione di coscienza”, www.repubblica.it; M. Campitelli, “Aborto, 35 anni fa approvazione legge 194. La più contestata, ma anche più avanzata”, www.ilfattoquotidiano.it; “40 anni di legge 194, quando per la prima volta l’aborto fu possibile”, www.rainews.it; L. Melissari, “I quarant’anni della legge sull’aborto in Italia”, www.tpi.it; www.uaar.it; L. Balzarotti, “Quarant’anni fa nasceva la legge 194: l’aborto non era più un reato”, www.iodonna.it; L. Perini, “Quando la legge non c’era. Storie di donne e aborti clandestini prima della legge 194”, https://storicamente.org; C. Valentini, “Gigliola Pierobon, la contadina veneta grazie a cui l’aborto non è più un reato”, http://espresso.repubblica.it

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