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La mediazione dei conflitti come strumento di ascolto della vittima.

Intervista ad Alessio Gaggero, Psicologo e Mediatore presso il Centro di Mediazione Penale della Città di Torino.

“L’obiettivo principale dei percorsi di mediazione è riuscire a dare la parola alle vittime. Perché all’interno del procedimento penale minorile non c’è molta attenzione per le persone che hanno subito il reato. Spesso le vittime non vengono, non dico comprese o aiutate, ma nemmeno ascoltate.”

Come sei entrato in contatto con il tema della mediazione dei conflitti?

Ricordo di aver sentito parlare della mediazione dei conflitti per la prima volta da un professore all’Università. Lui parlava di mediazione civile e commerciale, che è uno dei vari rami della mediazione dei conflitti. Ricordo che mi piacque molto l’idea del poter risolvere il conflitto fuori dall’ambito giudiziario, quindi facendo parlare le persone. Ho parlato con il Presidente dell’Associazione Me.Dia.Re. che mi ha spiegato meglio l’approccio umanistico trasformativo, utilizzato nei Servizi di Mediazione dei Conflitti gestiti dall’équipe di Me.Dia.Re. Mi è piaciuto e per questo ho deciso di seguire il Master. Lo trovai molto vicino alla mia formazione psicologica, poiché l’attenzione è rivolta alla persona, all’individuo che hai di fronte, questo è quello che ho trovato interessante, che mi è risuonato molto. A differenza di altri approcci che sono più incentrati sul tentativo di trovare un accordo, l’approccio trasformativo-umanistico mi sembra particolarmente incentrato sull’ascolto e sul riconoscimento della persona ed è da lì che si parte per poi ricostruire tutto il resto. Non si parte, dunque, con l’obiettivo di arrivare all’accordo ma dal contatto, dalla relazione tra te (il mediatore) e l’altra persona. Ecco, questa è la cosa che più apprezzo di questo approccio.

Quale aspetto ti è piaciuto di più del percorso formativo svolto con Me.Dia.Re.?

Mi sono piaciute molto le simulate. Quindi, la possibilità di mettere in pratica la teoria grazie alle simulazioni, dove però ti trovi realmente a mettere in gioco te stesso, all’interno di una dinamica conflittuale: o come confliggente o come mediatore. Quindi non sei buttato allo sbaraglio a sperimentare sul campo, perché sei comunque dentro un contesto protetto, che è quello dell’aula, però ti sperimenti nella gestione dei conflitti portati da te o dagli altri corsisti. Si tratta, quindi di conflitti reali, tra persone reali, che devi gestire con l’aiuto dei formatori. Non è come avere a che fare con dei conflitti descritti sui libri. Questo è stato sicuramente uno dei punti di forza del Master. In sostanza, qualcuno portava un conflitto reale, che aveva vissuto sulla propria pelle, e lui e altre persone lo interpretavano in classe. Si simulava il percorso di mediazione: c’erano due corsisti che, come mediatori, svolgevano prima un colloquio con il primo confliggente, poi con il secondo e poi gestivano l’incontro faccia a faccia con i due.

Cosa, al contrario, ti è piaciuto poco?

Ho fatto il Master molto tempo fa, all’epoca non c’erano tantissimi contributi di docenti esterni. Non l’ho sentito tanto sul momento, ma poi ho notato che successivamente sono stati inseriti gli interventi di docenti esterni che portano altre esperienze e professionalità, e questo mi sembra molto apprezzabile.

Cosa ti ha messo più in difficoltà durante il percorso di formazione e tirocinio?

Le simulate stesse. Sono le situazioni più sfidanti, che ti attivano di più, in cui ti metti di più in gioco. Sono le più interessanti ma anche le più difficili. Hai di fronte una persona che chiaramente non è il confliggente vero, non ce l’ha realmente a morte con qualcuno, ma il conflitto lo prende ed è come se fosse davvero il soggetto reale. E tu sei lì e devi ascoltare, ecc. È molto utile farle perché poi quando ti trovi realmente ad affrontare un colloquio di mediazione, hai già fatto un bel po’ di esperienza.

Su quale argomento ti sei concentrato nella tesi finale?

La mia tesi riguardava la mediazione dei conflitti all’interno di famiglie omogenitoriali. Avevo visto che mancava praticamente del tutto letteratura sull’argomento. Non c’è mai stata attenzione su questo aspetto.
Alla luce della tua esperienza formativa e lavorativa, come definiresti la mediazione dei conflitti in poche parole?
Dare la possibilità ad esempio a due persone che a un certo punto si sono trovate in un conflitto di esprimere i loro vissuti, le loro emozioni di fronte a una persona esterna che non ti giudica, questo secondo me è in sintesi la mediazione dei conflitti.

Qual è il dispositivo di mediazione proposto da Me.Dia.Re.?

Il dispositivo prevede un numero non rigido, ma di solito almeno tre, di incontri preliminari svolti con ciascuna delle parti, valutando la possibilità di fare un incontro di mediazione. Poi eventualmente dopo l’incontro di mediazione si può anche tornare a fare alcuni colloqui individuali, per valutare con le singole persone come stanno e come è andato l’incontro e il percorso più in generale. Il modello comunque si costruisce molto sulla base delle esigenze specifiche delle persone che hai di fronte. Come dicevo prima, non ti rifai a degli schemi preimpostati. Hai un’idea di quello che può succedere, sei consapevole che puoi fare diversi colloqui individuali, alcuni colloqui di mediazione, poi tornare a quelli individuali. Costruisci il percorso in base alle esigenze delle persone.

Come si è svolto il tuo tirocinio?

Come tirocinio ho fatto diversi colloqui di mediazione famigliare, seguito da un tutor, che era anche un formatore. Ho visto due casi nello specifico. Abbiamo fatto diversi colloqui ma non siamo mai arrivati all’incontro di mediazione vero e proprio. Abbiamo visto due casi distinti. In un caso c’erano lui e lei, nell’altro solo lei. Abbiamo fatto diversi colloqui ascoltando le persone, cercando di capire se c’era la disponibilità delle due parti di fare un colloquio di mediazione. Io seguivo abbastanza quello che faceva il tutor, avendo pochissima esperienza professionale. Era la prima volta che mi trovavo in stanza con degli utenti. Era la prima volta che cercavo di ascoltare il vissuto che ci veniva portato dagli utenti, cercando di riconoscergli quelle parti che magari non erano state loro riconosciute dall’altro o dall’altra. Cercavamo di capire se fosse il caso di far incontrare le persone per dare loro l’opportunità di parlarsi in un luogo neutro come quello della stanza di mediazione.

Parlaci del tuo attuale lavoro.

Attualmente lavoro nel Centro di Mediazione Penale del Comune di Torino. È un ufficio del Comune di Torino che collabora con la Procura del Tribunale dei Minorenni. La Procura ci invia i casi di minorenni che hanno commesso reati non particolarmente gravi che il Procuratore valuta possa essere utile mandare in mediazione, per cui ci invia il fascicolo e ci chiede di provare a realizzare i percorsi di mediazione. Si fanno quindi colloqui individuali con le persone e poi si cerca di farle incontrare, se c’è la voglia e la disponibilità e se noi lo riteniamo opportuno. Ovviamente tutto il percorso è su base volontaria e coperto dal segreto professionale.

Quali sono i tuoi obiettivi, quando inizi un percorso di mediazione?

L’obiettivo principale credo che sia dare la parola ai ragazzi e alle vittime. Perché all’interno del procedimento penale minorile – non so per gli adulti – non c’è molta attenzione per le persone che hanno subito il reato. Spesso le vittime non vengono non dico comprese o aiutate, ma nemmeno ascoltate. Quindi già questo per noi è un successo: riuscire a far sentire ascoltata una vittima. Dall’altra parte, stiamo parlando di minori che hanno commesso un reato, quindi il nostro obiettivo è anche farli ragionare su cosa vuol dire un reato, il limite, il confine tra gioco e reato. Far comprendere che ci sono limiti che sarebbe meglio non oltrepassare. Poi se riusciamo a far incontrare le due o più parti in causa questi due obiettivi separati, responsabilizzazione dell’indagato e ascolto della vittima, nel momento del colloquio faccia a faccia vengono potenziati. Nel senso che la vittima ha la possibilità di dire a chi gli ha arrecato il danno come è stata lei come persona, e dall’altra parte il ragazzo ha la possibilità di vedere negli occhi della vittima e di ascoltare con le proprie orecchie gli effetti di quello che ha fatto. Quindi questi obiettivi vengono raggiunti ancora di più.

In questo senso, qual è il senso più profondo della mediazione dei conflitti?

Credo che, spingendoci oltre la stanza di mediazione, uno degli obiettivi ulteriori sia prevenire la recidiva: dare la possibilità di fermarsi a riflettere su ciò che è accaduto, tanto dentro quanto fuori di sé, dovrebbe evitare che si commetta in futuro un altro reato. Considerato che parliamo di adolescenti, è inevitabile che si commettano degli errori: l’importante è farne tesoro e trasformarli in esperienza, piuttosto che considerarli una macchia indelebile o il primo passo verso una carriera criminale. Questo vale tanto per i ragazzi, quanto per le famiglie, che spesso ci richiedono uno spazio per sé, utile a rileggere quanto accaduto sotto questa nuova luce.
Di più, spesso ci confrontiamo con realtà in cui il dialogo, il confronto verbale non sono considerati mezzi di soluzione dei conflitti: le parti si nascondono, per così dire, dietro denunce e controdenunce, evitando accuratamente di parlarsi, quando non dietro la violenza fisica. Il nostro intervento, che mette parole laddove spesso, appunto, non sono nemmeno considerate utili, diffonde la cultura del dialogo, che dovrebbe poi essere una delle basi fondanti delle nostre democrazie.

Sei soddisfatto del tuo lavoro?

Il lavoro è molto interessante e molto sfidante. Ci confrontiamo con situazioni molto difficili, con persone spesso molto arrabbiate, perché lavoriamo in ambito penale e minorile, quindi stiamo parlando di denunce, di reati, quindi il conflitto si è esacerbato al punto da essere uscito dai confini della legge. Ovvio che in tutti i tipi di conflitto la rabbia emerge a un certo punto ma in questo caso le persone sono ancora più arrabbiate proprio per il fatto di aver superato quei confini.

Ti sei sentito abbastanza preparato, quando hai iniziato a svolgere questo lavoro?

Devo dire che tra il tirocinio e le simulazioni che abbiamo svolto al Master non è che fossi già pronto all’azione, ma avevo già visto quali potevano essere le dinamiche conflittuali tra le persone, avevo già provato a sperimentare me stesso all’interno di un conflitto tra persone che non conosco. Il Master mi ha dato degli strumenti senza i quali mi sarei trovato in grossa difficoltà e forse avrei fatto anche dei danni alle persone che sono arrivate in mediazione.

Raccontaci una situazione che ti ha messo in difficoltà, nel corso del tuo lavoro.

Due ragazzini hanno litigato e sono venuti alle mani. È partita la denuncia da un genitore verso l’altro, una situazione abbastanza comune per quella che è l’utenza del nostro centro. Però in questo caso noi abbiamo visto sia la vittima che l’indagato, però dopo i primi colloqui abbiamo avuto la netta impressione che fosse molto difficile poterli mettere uno di fronte all’altro, un po’ per la fragilità dell’uno, un po’ per la mancanza di empatia dell’altro. Quindi abbiamo chiuso i colloqui un po’ perplessi circa la possibilità di fare un incontro di mediazione. È stato un momento abbastanza triste, mi sono sentito impotente, avrei voluto poter fare di più, ma le cose avevano preso una brutta piega, non sapevo cosa fare. Dopo qualche giorno fortunatamente ci siamo sentiti telefonicamente e siamo riusciti a trovare la disponibilità di entrambi ad un incontro di mediazione, che successivamente abbiamo svolto ed è andato molto bene. Alla fine i due ragazzi si sono anche stretti la mano, un risultato davvero eccezionale, considerando le premesse!
Un altro esempio di percorso di mediazione è quello partito da un danneggiamento di cosa pubblica da parte di un gruppo di ragazzi, svoltosi in un piccolo paese di montagna. In seguito ai colloqui individuali con tutti gli interessati, che, ognuno col suo tempo, hanno compreso il disvalore del proprio gesto, abbiamo organizzato un incontro con l’amministrazione comunale. In quell’occasione, è stata la viva voce del sindaco a spiegare ai ragazzi come il loro comportamento avesse causato uno spostamento delle risorse pubbliche verso la riparazione del danno, privando altre voci di bilancio di quell’ammontare. Sempre durante il faccia a faccia, è emerso il desiderio, da parte dei ragazzi, di riabilitare la propria immagine agli occhi della comunità danneggiata: l’amministratore ha dunque proposto di far pubblicare sul giornale locale i risultati delle attività socialmente utili che i ragazzi avrebbero svolto in seguito, permettendo alla comunità di tornare a considerarli come Marco, Matteo, Alessio e Alessandra [nomi di fantasia], e non più come i delinquenti che avevano commesso quel reato.

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