30 giugno 1960: Genova resiste
Ma perché, dopo quindici anni, dobbiamo sentirci nuovamente mobilitati per rigettare i responsabili di un passato vergognoso e doloroso, i quali tentano di tornare alla ribalta?
(Sandro Pertini, “U brichettu”, 28 giugno 1960)
Il 30 giugno 1960, dopo settimane di intensa mobilitazione, la città di Genova è attraversata da un’imponente manifestazione popolare, convocata dalla Camera del Lavoro e sostenuta da tutte le forze antifasciste, per protestare contro l’imminente VI congresso nazionale del Movimento Sociale Italiano (MSI). La sede prescelta è il Teatro Margherita, a pochi passi dal ponte monumentale in ricordo dei Caduti per la libertà, nel cuore del capoluogo ligure, città medaglia d’oro alla Resistenza in cui l’antifascismo è un valore ancora molto vivo.
Ad accendere ancor più gli animi la comunicazione che presiederà l’evento Carlo Emanuele Basile, prefetto della città fino a quindici anni prima, soprannominato “il boia” e fedele collaboratore dei nazisti, responsabile dei più efferati eccidi di partigiani, della massiccia deportazione in Germania di operai genovesi, nonché ligio esecutore della persecuzione anti-ebraica nazifascista.
Appare subito evidente il tentativo di rilegittimare il fascismo alla guida del paese, a pochi mesi dalla costituzione del governo di Ferdinando Tambroni, un monocolore democristiano eletto grazie ai voti determinanti del MSI, esecutivo che creò contrasti nella stessa DC.
Il MSI ottiene l’autorizzazione a tenere il proprio congresso a Genova dal 2 luglio come ringraziamento per l’appoggio a Tambroni, ma c’è di più. Scrive Danilo Montaldi:
Genova è una delle città più rosse […], un porto in cui le lotte hanno spesso scavalcato le indicazioni delle direzioni sindacali. Genova dunque è un importante campione, il cui risultato è possibile riferire alle masse di tutto il Paese. L’intenzione della maggioranza di governo era dunque quella, autorizzando il congresso fascista nella città, di misurare la temperatura del Paese, e di dimostrare la possibilità di un’apertura all’estrema destra fascista, senza timori dal punto di vista della reazione.
Si tratta di un vero e proprio test di politica autoritaria da imporre a una città che, come ricordano con orgoglio alcuni protagonisti di quei giorni, si era resa libera addirittura due giorni prima del 25 aprile ‘45.
Lo sdegno in città monta rapidamente nel corso del mese di giugno, tra appelli, dichiarazioni, comizi, tafferugli, cortei, scioperi, boicottaggi da parte dei cittadini ai danni dei congressisti in arrivo, rapporti di polizia, schieramento mediatico; il MSI minaccia di difendere il congresso con un centinaio di picchiatori delle proprie sezioni romane; il questore genovese viene sostituito con Giuseppe Lutri, noto per le sue precedenti attività di contrasto alla Resistenza torinese, mentre viene inviata in città una squadra del famigerato reparto Celere di Padova, specializzato nella repressione dei moti di piazza.
La città resiste. Non si tratta semplicemente di opposizione alla scelta provocatoria di una forza politica; è invece un punto di snodo della storia sociale e politica d’Italia. Sono ancora vivi e attivi quasi tutti i protagonisti della vicenda che era parsa chiudersi nel ’45 e, non solo a Genova (vi sono antefatti a Milano, Livorno, Bologna), appare necessario tornare a difendere i valori della Costituzione nata dalla Resistenza. Quei fatti si inseriscono nella crisi degli equilibri politici nazionali e, più in generale, in un mutamento profondo dello scenario internazionale, ove si muovevano i primi passi del processo di distensione e della decolonizzazione. I moti del ’60 non possono essere considerati semplicemente un punto di saldatura tra le generazioni, anzi rappresentavano un momento di conflitto, di richiesta di cambiamento profondo, non limitato agli equilibri politici. Dirà Paride Batini, all’epoca ventiseienne, in seguito leader portuale genovese: “Il miracolo economico lo stavano costruendo sulla nostra pelle, noi volevamo giocarci il futuro.”.
Nelle piazze genovesi scendono cittadini d’ogni età, uomini e donne, operai, portuali, studenti, militanti, ex partigiani. Entra in scena quella che fu definita la generazione “dalle magliette a strisce”, i giovani che per motivi d’età non avevano fatto la Resistenza, ma ne avevano respirata l’aria entrando in fabbrica o studiando all’Università; ragazzi che avevano vissuto il passaggio dall’Italia arretrata degli anni ‘40-‘50 all’Italia del boom, della modernizzazione, del consumismo, delle migrazioni bibliche dal Sud al Nord, di una difficile integrazione sociale e culturale. Li chiamavano “teddy boys”, con tono vagamente sprezzante, a indicarne la presunta fascinazione per il mito americano. Li ha raccontati Primo Moroni, futuro libraio milanese, scrittore, intellettuale mai allineato, presente nel ’60 ai fatti di Genova:
Eravamo tutti giovani, generosi e intransigenti, portavamo i jeans, avevamo il mito dell’America e siccome i soldi in tasca erano pochi ci vestimmo con delle magliette comprate per trecento lire nei grandi magazzini. Non ci interessava una vita passata solo lavorando, preferivamo guadagnare meno ma avere più tempo libero, però quando ci fu da protestare non ci tirammo certo indietro.
Nonostante le indicazioni ufficiali della dirigenza dei partiti della sinistra, che invitano alla calma e temono provocazioni, i manifestanti genovesi non vengono abbandonati dai loro rappresentanti istituzionali: si schierano il costituente Umberto Terracini, buona parte del PCI, la CGIL (UIL è contraria, CISL lascia libertà agli iscritti), l’ANPI; al comizio del 28 giugno in Piazza della Vittoria, il deputato Pertini infiamma l’uditorio nel discorso noto come “U brichettu” (il fiammifero):
La polizia sta cercando i sobillatori di queste manifestazioni, non abbiamo nessuna difficoltà ad indicarglieli. Sono i fucilati del Turchino, di Cravasco, della Benedicta, i torturati della Casa dello Studente che risuona ancora delle urla strazianti delle vittime, delle grida e delle risate sadiche dei torturatori. […] Io nego che i missini abbiano il diritto di tenere a Genova il loro congresso. Ogni iniziativa, ogni atto, ogni manifestazione di quel movimento è una chiara esaltazione del fascismo. Si tratta, del resto, di un congresso qui convocato non per discutere, ma per provocare e contrapporre un passato vergognoso ai valori politici e morali della Resistenza.
Pertini chiede a tutti di scendere in piazza il 30 giugno per tutelare la libertà conquistata con il sacrificio di migliaia di persone.
E la popolazione risponde. Racconta Giordano Bruschi, partigiano:
Il “miracolo genovese” sorprese tutti, a cominciare da noi del direttivo CGIL. Alle 14.30 la piazza traboccava, il corteo partì da solo, dai vicoli dalle strade i rivi di folla crescevano, alle 16 la sosta in via XX settembre di fronte al sacrario dei caduti consentì un conteggio: eravamo in 100.000. Tambroni voleva dare una lezione a chi osava contestare il centrodestra, 4000 poliziotti in assetto di guerra con il reparto celerini di Padova capofila delle repressioni di strada; poi 2000 carabinieri e 2000 finanzieri.
La grande manifestazione conclude pacificamente il suo percorso. Ma, dopo il corteo, nessuno torna a casa, sorgono presidi antifascisti spontanei e Piazza De Ferrari diviene il luogo strategico della partita. Alle 17, l’ordine di sgombero: inizia un carosello selvaggio di camionette, lacrimogeni, lavoratori manganellati, giovani piangenti, cittadini cacciati nella vasca di De Ferrari. Poi, la scelta della Celere di inseguire chi si rifugia nei vicoli capovolge la partita: la struttura di Genova verticale, quella cantata da Caproni, i “caruggi”, divengono l’arma segreta di Genova antifascista.
Vico San Matteo, vico Falamonica, vico Castagna, salita Pollaioli, Ravecca, diventano fortezze di popolo, i celerini ricevono dalle case colpi di ombrello, di bastone, di pentole, lanci di vasi, olio, acqua calda. In pochi minuti lo scenario cambia, Piazza De Ferrari è gradualmente accerchiata da migliaia di cittadini. Quelli della “Severino”, i garibaldini che nell’aprile ’45 avevano liberato Genova dai tedeschi, applicano la tattica partigiana dell’autodifesa: barricate sulle strade di accesso costruite con sedie e tavolini dei bar, auto e camionette; tavole, sassi e mattoni, prelevati dal vicino cantiere di Piccapietra; un flusso ininterrotto sino allo scontro, in cui la Celere ha la peggio e il comandante finisce nella fontana.
Tambroni chiede al prefetto Pianese di far intervenire l’esercito; Giorgio Gimelli, presidente dell’ANPI e Bruno Pigna, segretario della Cgil di Genova, mediano coi manifestanti per smobilitare le barricate ma senza ritirarsi e senza accettare compromessi. Partigiani e lavoratori presidiano le stazioni, molti congressisti neppure scendono dai treni. A Roma la DC discute, litiga con Tambroni e Segni che sostengono l’intervento militare, Moro e Fanfani trattano coi socialisti per scaricare Tambroni.
Alle 23.00 del 1° luglio il prefetto Pianese comunica a Bruno Pigna che il congresso del Movimento Sociale Italiano è revocato. Il presidente del consiglio, sostenuto dal presidente Gronchi, non si dimette. Lo scontro sociale e politico rimane aspro in tutta Italia e Tambroni emana direttive per impedire con la forza le manifestazioni contro il governo.
Il tributo di sangue pagato nei giorni successivi sarà molto alto. Il 5 luglio a Licata, in Sicilia, la polizia provoca il primo morto, Vincenzo Napoli. Il 6 luglio squadroni a cavallo caricano gli antifascisti a Roma, a Porta San Paolo, ferendo alcuni deputati di PCI e PSI. Il 7 luglio gli scontri si spostano a Reggio Emilia, dove muoiono cinque operai: Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Marino Serri, Emilio Reverberi e Afro Tondelli. L’8 luglio la CGIL indice uno sciopero generale. A Palermo vengono uccisi Francesco Vella, Rosa La Barbera, Giuseppe Malleo e Andrea Cangitano, a Catania Salvatore Novembre. Centinaia i feriti.
Il 19 luglio Tambroni si dimette, dando avvio alla stagione del centrosinistra.
Nel processo che segue gli scontri di Genova sono imputate 43 persone, di cui 7 già agli arresti. La Corte di Cassazione decide lo spostamento del processo a Roma. Le arringhe di difesa sono fondate su argomenti politici come la salvaguardia dei valori della Costituzione e della libertà personale, sulla legittimità della resistenza in caso di gravi provocazioni. Gli imputati, difesi dal senatore Terracini con l’organizzazione “Solidarietà Democratica” e supportati durante la durata del processo con raccolte di fondi dall’ANPI, verranno quasi tutti condannati nel luglio ‘62, per pene massime di 4 anni e 5 mesi.
Dopo i fatti del 1960 e fino agli anni Novanta, verrà “marginalizzato” il peso politico pubblico dei neo-fascisti, che saranno comunque utilizzati come manovalanza per le trame golpiste e le stragi che, fino agli anni Ottanta inoltrati, saranno al centro della strategia della tensione nello stato “nato dalla Resistenza”.
Silvia Boverini
Fonti: www.it.wikipedia.org; F. Astengo, “Genova 1960. La rivolta antifascista”, http://contropiano.org; G. Marchetti, “30 giugno 1960: il “No pasaràn!” di Genova (e quel che accadde prima e dopo)”, www.genova24.it; P. Stacciali, “30 Giugno 1960 – Genova”, http://www.osservatoriorepressione.info; M. Philopat, “La strada bruciata delle magliette a strisce”, www.antiwarsongs.org; D. Lifodi, “Scor-data: 30 giugno 1960”, www.labottegadelbarbieri.org; “30 giugno 1960: la battaglia di Genova”, www.rifondazione.it


























Nell’arco di colline, una sorta di un contrafforte, che separa la Valdichiana dalla Valdambra, l’estrema propaggine del Valdarno superiore, ci sono, tra gli altri centri abitati, Civitella, Cornia e San Pancrazio. Tutti e tre in provincia di Arezzo e vicini tra loro. Cornia è una località del Comune di Civitella, mentre San Pancrazio è un borgo del Comune di Bucine. Sono dei bei posti, come ce ne sono tanti in Toscana e, più, in generale in Italia. Ma all’inizio dell’estate del 1944, sotto la dominazione nazifascista, anche la natura quieta e contemplativa di luoghi come Civitella della Valdichiana poteva essere improvvisamente stravolta dalla ferocia. Come avvenne la mattina del 29 giugno del 1944, quando Civitella, Cornia e San Pancrazio vennero circondati da unità della Divisione corazzata Hermann Goering. Costoro avevano avuto la consegna di uccidere tutti gli uomini di età superiore ai quindici anni e di bruciare le case. E la eseguirono con scrupolo: le vittime quella mattina furono 244 e i tre abitati vennero pressoché totalmente distrutti. Per molto tempo si pensò a questa strage come ad una rappresaglia seguita ad un’azione partigiana. Come abbiamo visto su questa rubrica,
La successiva strage del 29 giugno a Civitella, Cornia e San Pancrazio venne decisa, in realtà, quasi certamente, il 25 giugno, quando, nell’ambito del ripiegamento della Decima Armata tedesca, sconfitta nella battaglia del Trasimeno, il territorio della Valdichiana fu affidato alla competenza della Divisione corazzata Hermann Goering, acquartierata a Villa Carletti, presso Monte San Savino. Si trattava di una delle più brutali compagnie tedesche presenti in Italia in quel periodo. L’intera operazione venne pianificata e diretta da un comando che si era installato nella villa sotto la guida di Heinz Barz. Lo scopo era quello di stroncare le attività partigiane. E il metodo era la ferocia. Una ferocia che a Civitella, Cornia e San Pancrazio si traduceva nell’ammazzare donne e uomini, bambini e anziani, nel commettere violenze sessuali su molte donne e nel fare poi scempio di numerosi cadaveri. La Divisione Hermann Goering era composta in larghissima parte da giovani volontari, di 18 anni, provenienti dalla Hitlerjugend e da organizzazioni a partecipazione volontaria del Partito Nazista. Questa Divisione era stata impiegata nei territori dell’Europa occupata, mai al fronte, e si era specializzata nella realizzazione di massacri di civili. Dal marzo del 1944, giunta in Toscana, aveva partecipato a diverse operazioni nell’Appennino, ma aveva già contribuito a diversi eccidi fin dall’ottobre del 1943 fino. Tra quelli precedenti all’eccidio di Civitella, Cornia e San Pancrazio, sempre in provincia di Arezzo c’era stato nell’aprile ’44, il massacro di tutti gli abitanti di Vallucciole, donne e bambini e infanti, inclusi.
La mattina presto del 29 giugno, attorno alle cinque, i primi ad essere uccisi furono gli abitanti delle frazioni più vicine a Civitella. Anch’essi come gli altri si preparavano per andare alla messa del giorno dei santi Pietro e Paolo.
Quelli della Hermann Goering erano arrivati contemporaneamente nelle due località verso le sei del mattino e subito presero a sterminare intere famiglie, incendiandone anche le case e i fienili. A Solaia, oltre all’intera famiglia Valli, i due genitori e i loro due bambini, di tre e sette anni, fu ucciso anche un bambino piccolo in braccio alla madre Modesta Rossi, una staffetta partigiana di trent’anni, moglie del partigiano Dario Polletti. Madre e figlio furono uccisi in casa, a colpi di scure, sotto gli occhi dell’altro figlio di sette anni, Mario. Modesta Rossi si era rifiutata di rivelare il nascondiglio dei partigiani ai fascisti della Repubblica di Salò (ne abbiamo ricordato la costituzione nel post 

l ritiro dei deputati dell’opposizione sull’ Aventino fu dovuta al fatto che fino al giugno del 1924 i partiti di opposizione, finiti in minoranza, collocandosi dalla parte della Costituzione, erano rimasti gli unici custodi della legalità di fronte ad un governo, quello di Mussolini, che non sapeva cosa fosse la legalità e se ne infischiava della Costituzione. Si battevano sul terreno del diritto e della morale e contavano, con una specie di autoillusione, sul Re, quale garante del rispetto del diritto, non comprendendo che Vittorio Emanuele III non aveva alcuna intenzione di tutelare la legalità e, avendo lasciato che il fascismo fosse passato dall’opposizione al governo, grazie all’uso della violenza, del raggiro e della corruzione, era anche disposto a lasciargli proseguire la sua opera di instaurazione della dittatura
La lista nazionale del Fascio littorio (il cd. listone) aveva raccolto il 64,9% dei voti e aveva visto eletti tutti i suoi 356 candidati alla Camera dei Deputati 
Il 12 giugno alla Camera, l’opposizione accusò esplicitamente Mussolini di aver fatto scomparire Matteotti. Il giorno dopo il Presidente del Consiglio dei Ministri, parlando alla Camera dei Deputati, sostenne di non essere coinvolto nella scomparsa di Matteotti, dicendosene anzi addolorato. Poi, lasciò che al termine della seduta, il Presidente della Camera dei Deputati, il nazionalista Alfredo Rocco, comunicasse che i lavori parlamentari era aggiornati sine die. Questo rinvio della prossima riunione della Camera ad una data da definirsi, toglieva di fatto alle opposizioni ogni possibilità di risposta da parte dell’opposizione all’interno del Parlamento. Quel giorno, però, i gruppi parlamentari d’opposizione dichiararono di non voler partecipare alla seduta della Camera, per sfiducia verso il governo. Tra il 14 e il 16 giugno, per placare l’opinione pubblica, Mussolini si dimise dalla carica di Ministro degli Interni, che esercitava insieme a quella di Presidente del Consiglio dei Ministri e fece dimettere Emilio De Bono da Direttore generale della Polizia, nominandolo Comandante generale della Milizia, inoltre venne esonerato il Questore di Roma e si dimisero il Sottosegretario agli Interni, Aldo Finzi e il Capo dell’Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio, Cesare Rossi. In pratica, alcuni degli uomini più direttamente coinvolti nel delitto Matteotti, come mandanti e come autori di un’opera di copertura e depistaggio per sviare le indagini e coprire gli autori materiali.
Mussolini era isolato e il suo regime pareva in bilico, barcollante. Ancor più in bilico apparve due giorni dopo con l’arresto dei rapitori di Matteotti, individuati da testimoni oculari e accusati di omicidio volontario. Anche la mossa dei fascisti di accusare gli oppositori di «speculazione scandalistica», parve un’arma spuntata. Le violenze fasciste, cui Mussolini aveva messo la museruola, ripresero con brutalità: il 22 giugno, a Torino gli squadristi devastarono l’abitazione del senatore Alfredo Frassati, direttore de La Stampa. Lo stesso giorno, a Bologna, Farinacci e Grandi radunarono 50.000 camicie nere che urlavano la loro determinazione a difendere il regime, presto imitati dai fascisti di Ferrara, Cremona e Milano. Intanto il 24 giugno il Senato, controllato da membri ultraconservatori o apertamente fascisti votava la fiducia a Mussolini con soli 21 voti contrari e 6 astenuti, mentre vari gerarchi fascisti manifestavano la propria fedeltà al regime.
Il 26 giugno 1924, quindi prima ancora che fosse ritrovato il corpo del deputato socialista, i parlamentari dell’opposizione si riunirono nella sala della Lupa di Montecitorio, oggi chiamata anche sala dell’Aventino. Il 27 giugno i gruppi di opposizione, con l’eccezione dei comunisti, decisero all’unanimità di non prendere più parte ai lavori della Camera finché non fosse stata abolita la milizia, sciolte le organizzazioni segrete incaricate della repressione e ripristinata la legalità e finché il governo Mussolini non avesse chiarito la propria posizione a proposito della scomparsa di Giacomo Matteotti. Spiegarono di avere abbandonato la Camera per costituirsi in unico parlamento legittimo, visto che la composizione della Camera dei Deputati uscita dalle urne era stata compromessa dalla violenza e dai brogli del governo fascista e visito che nel parlamento ufficiale era ormai impossibile esercitare ogni funzione libera per gli eletti del popolo. Quei parlamentari, dunque, votarono un ordine del giorno che costituì la base della secessione dell’Aventino. Tale definizione si collegava ad un episodio della storia dell’antica Roma, quello in cui i rappresentanti della plebe, avevano espresso la loro protesta contro i patrizi riunendosi sul colle Aventino nel 494 a.c.
Contestualmente avviavano una risoluta compagna contro le violenze di ogni genere commesse dagli estremisti, arrivando a sostituirsi alla sonnecchiante polizia nel denunciare i crimini, a tentare di stimolare la magistratura ad indagare e a mettere in allarme l’opinione pubblica. Immediatamente si schierò dalla loro parte Piero Gobetti che costituì a Torino, Milano, Bologna, Firenze, Roma, Napoli e altre grandi città dei gruppi di “Rivoluzione liberale” per diffondere le idee dell’ Aventino. Anche la stampa palesò la propria disapprovazione al regime in nome della morale politica. Perfino il Giornale d’Italia, dell´ultraconservatore Salandra, abbandonò le sue posizioni filofasciste per esigere che si facesse luce piena sulla vicenda di Matteotti e si tornasse alla legalità. Si trattava di un comportamento che rifletteva i sentimenti delle classi medie, fino a quel momento vicine a Mussolini, considerato il leader capace di restituire la pace sociale, ma che ora ne prendevano le distanze. Così se perfino alcuni miliziani, per l’indignazione crescente, non osavano apparire in pubblico o strappavano la tessera del partito, la folla aveva ritrovato il coraggio di applaudire i più noti deputati dell’ Aventino al loro passaggio. Contestualmente chi aveva sostenuto il fascismo per opportunismo se ne distanziava e analogamente facevano organizzazioni come l’Associazione Nazionale dei Combattenti e l’Associazione dei Mutilati e Invalidi di Guerra.
nelle mani del fascismo. Carlo Sforza, insignito del Collare dell’Annunziata, onorificenza che lo autorizzava a considerarsi cugino del re, ricordò che:
Mussolini, pur preoccupato e a momenti incerto sul da farsi, appena quindici giorni dopo il ritrovamento del cadavere di Giacomo Matteotti, rivolgendosi agli operai delle miniere di mercurio del Monte Amiata, il 31 agosto, rispondendo alle accuse dei parlamentari dell’ Aventino, disse che
Non era semplice una minaccia, quella del Presidente del Consiglio dei Ministri, e neppure un’ipotesi o una dichiarazione d’intenti. Era contemporaneamente una descrizione della realtà e un programma. Qualche giorno prima i miliziani fascisti si erano scatenati a Napoli. Il 5 settembre a Torino, su indicazione di Mussolini, gli squadristi picchiarono selvaggiamente davanti al portone di casa sua, Piero Gobetti, e a Roma, ammazzarono a baionettate un cameriere. Due mesi dopo, il 5 dicembre, Mussolini replicò con tracotanza a un discorso di opposizione tenuto al Senato da Luigi Albertini, che era direttore del Corriere della Sera. Mentre a Firenze, un gruppo dei 10.000 squadristi lì riunitisi, incendiavano la sede del Nuovo giornale e quelle del giornale dell’Associazione Combattenti, nonché le sedi della massoneria e del Circolo di cultura, ad Arezzo, Pisa, Siena e Bologna devastavano le sedi dei giornali e le abitazioni degli uomini dell’ Aventino.
Poi il 9 novembre 1926 la Camera dei deputati, riaperta da Mussolini solo per approvare le leggi eccezionali, deliberava anche la decadenza dei 123 deputati aventiniani, ai quali furono aggiunti anche il fascista dissidente Massimo Rocca e tutti i comunisti. Gli unici rappresentanti dell’opposizione a Montecitorio rimasti erano 6 deputati appartenenti alla fazione di Giolitti. Peraltro, la sera prima, Antonio Gramsci, in violazione dell’immunità parlamentare ancora vigente, era stato arrestato.
Bruno Caccia venne ucciso, il 26 giugno 1983. Il Procuratore Capo della Repubblica di Torino, impegnato ad indagare sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nel capoluogo piemontese, quella domenica sera di fine giugno, mentre si chiudevano i seggi per le elezioni politiche, come d’abitudine, stava portando il cane a spasso, senza scorta. Abitava in via Sommacampagna 9, una traversa di Corso Moncalieri, a pochi passi dal Ponte Umberto I, la prosecuzione di Corso Vittorio Emanuele II che, scavalcato il Po, esita nel breve Corso Fiume. Via Sommacampagna è la terza parallela di quest’ultimo, una via dritta, che sale ripida sulla collina torinese. A pochi passi da casa, alle 23:35, il Procuratore Capo Bruno Caccia fu colpito da una serie di proiettili sparati dal fucile di precisione dell’autista di una Fiat 128. Il secondo passeggero scese dall’auto, si avvicinò a Bruno Caccia e gli sparò ancora. In tutto furono 14 i proiettili che colpirono il Procuratore.
runo Caccia fu soccorso quasi immediatamente e subito trasportato al pronto soccorso del vicino Ospedale delle Molinette. Ma era già morto, quando vi arrivò.
Nel 1980, divenuto Procuratore Capo, aveva proseguito, intensificandola, l’attività di indagine sulle colonne torinesi delle Brigate Rosse e di Prima Linea.
In realtà, in un primo momento, grazie ad una serie di depistaggi, le indagini sull’assassinio di Bruno Caccia furono orientate vero le BR. Appena dieci minuti dopo l’omicidio era arrivata, infatti, una prima rivendicazione da parte delle Brigate Rosse, seguita da altre inviate alla Rai di Milano, al Corriere della Sera e al Giornale d’Italia. In un primo momento furono considerate credibili, dal momento che erano in corso dei processi alle colonne torinesi delle Brigate Rosse e di Prima Linea. Le perquisizioni delle celle dei terroristi, la negazione da parte loro di qualsiasi coinvolgimento nell’omicidio e una telefonata a La Stampa da parte di terroristi di estrema destra dei NAR (ne abbiamo parlato su questa
Poi, un anno dopo, nel luglio 1984, il boss del clan dei Catanesi di stanza a Torino come riferimento di Cosa Nostra per il narcotraffico in Piemonte, Francesco ‘Ciccio’ Miano, prese la decisione di collaborare con gli inquirenti. Diventò, quindi, informatore dei Servizi Segreti e cominciò a riferire sul traffico di droga che i siciliani gestivano con il clan di ‘ndrangheta di Domenico Belfiore, leader dei calabresi a Torino. In particola, Miano si rese disponibile a registrare, grazie ad un apparecchio a bobina nascosto sul suo corpo, le sue conversazioni in carcere con il boss ‘ndranghetista Belfiore. Miano registrò in tutto 36 conversazioni, nelle quali si affrontava il rapporto tra calabresi e siciliani a Torino, che trasformatosi in alleanza, in quanto tale non resse a lungo. Tra le varie rivelazioni di Ciccio Miano ci fu anche il nome di colui che aveva dato l’ordine di ammazzare Bruno Caccia: proprio il leader dei calabresi Belfiore.
Ma nel 2014 i familiari del procuratore, rappresentati dal legale Fabio Repici, presentarono un esposto con una denuncia che cambiava non poco lo scenario alla base dell’omicidio di Bruno Caccia. Per la famiglia c’erano elementi idonei a ipotizzare che l’omicidio fosse collegato alle indagini che il Procuratore Capo stava svolgendo sul riciclaggio di denaro sporco al Casinò di Saint Vincent. Venne, quindi, avviata un’inchiesta a carico di Rosario Pio Cattafi (detto Saro), un avvocato con un passato da estremista di destra presso l’organizzazione terroristica neofascista Ordine Nuovo (ne abbiamo parlato anche nei post
Costui, già fornitore di pezzi di ricambio alla Marina Militare e alla Guardia di Finanza, in quegli anni aveva operato come sicario al servizio della Cosa Nostra catanese a Milano e Torino. E, da ergastolano, aveva ottenuto la libertà, anche se trent’anni dopo la polizia scoprì la sua partecipazione al sequestro di Cristina Mazzotti, diciottenne rapita nel 1975 in provincia di Como e uccisa nonostante i genitori avessero pagato il riscatto di un miliardo.
Il 17 giugno di quell’anno Rocco Schirripa venne condannato all’ergastolo e, il 14 febbraio del 2019, in appello la condanna fu confermata.
Anche l’ex magistrato Mario Vaudano, 74 anni, allora giudice istruttore a Torino, poi divenuto Procuratore ad Aosta e infine magistrato dell’Ufficio Europeo Antifrode (OLAF), divenuto consulente della famiglia Caccia, ha affermato che le piste suggerite dalla famiglia Caccia e dall’avvocato Repici vanno approfondite. E ha ricordato che il magistrato Olindo Canali, all’epoca dell’inchiesta, uditore giudiziario del Pubblico ministero titolare dell’indagine, Francesco Di Maggio, disse di aver appreso, alcuni anni dopo, che in casa di Cattafi era stato trovato il finto volantino delle Brigate Rosse che rivendicava l’assassinio del magistrato. La DDA di Milano ritenne la testimonianza di Canali smentita da quella dell’ufficiale dei carabinieri, Eugenio Morini, che partecipò alla perquisizione della casa di Cattafi. Inoltre, secondo Mario Vaudano, che ha fatto notare come gli altri possibili testimoni indicati dall’avv. Repici non vennero ascoltati, la pista del Casinò di Saint Vincent andava maggiormente esplorata, perché «Lì si riciclavano anche tangenti della politica. Un giro molto più grande di Cattafi».

Finita la seconda guerra mondiale la città di Berlino si trovava nel cuore di quella parte della Germania che era stata occupata dalle forze armate dell’Unione Sovietica. Erano stati i russi, infatti, che, dopo aver ricacciato fuori dai confini sovietici le armate di Hitler e di Mussolini che l’avevano invasa, a partire dall’Operazione Barbarossa, avviata il 22 giugno 1941 (l’abbiamo ricordata su questa
Ma l’avanzata verso la Germania era stata ostacolata dal fallimento di alcune operazioni – a partire dal disastro sanguinoso dell’Operazione Market Garden (si veda il post
Se prima la collaborazione tra Stati Uniti e Unione Sovietica aveva prodotto la vittoria sulle forze nazi-fasciste, ora le due super-potenze si disputavano l’egemonia sul vecchio continente. L’URSS, per prevenire eventuali future aggressioni, sentiva la necessità di avere alle proprie frontiere una cintura di Stati governati da regimi filo-sovietici; mentre gli Stati Uniti, sentivano di dover rinunciare all’idea di ritirarsi dal continente, visto che la Gran Bretagna, uscita prostrata dalla guerra, non era in grado da sola di contrastare efficacemente l’espandersi dell’influenza sovietica.
In quell’anno la cessazione definitiva di ogni possibilità di collaborazione tra Mosca e Washington e la trasformazione del rapporto tra le potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale in Guerra Fredda, in termini di contrapposizione diretta tra due blocchi militarmente organizzati, era maturata sempre più velocemente. Nella parte occidentale dell’Europa, e, in particolare in Francia e Italia, si concludeva la collaborazione tra i partiti comunisti e i partiti borghesi, mentre nell’Europa orientale, a febbraio, come era già avvenuto in tutti i Paesi inseriti nella zona di influenza sovietica, anche in Cecoslovacchia veniva imposto con la forza un governo a guida comunista. Si spegneva così nell’Europa dell’Est ogni residua possibilità di Stati governati con criteri di pluralismo politico. Pochi mesi dopo, inoltre, si produceva una rottura tra l’Unione Sovietica e la Yugoslavia di Tito, deciso a seguire una politica autonoma rispetto alla linea decisa da Mosca. Ma era soprattutto a Berlino che le posizioni tra URSS, da una parte, USA, Gran Bretagna e Francia, dall’altra, erano sostanzialmente divergenti.
Ma le prospettive e i programmi tra gli occidentali, soprattutto Stati Uniti e Gran Bretagna, e l’Unione Sovietica erano assolutamente divergenti. L’URSS pensava alla Germania come uno stato centralizzato, ritenendo che ciò avrebbe meglio garantito il pagamento delle riparazioni di guerra stabilite dagli accordi di Yalta e Potsdam ed era assai poco interessata a rendere la Germania una nazione florida, essendo stati invasi due volte da uno stato tedesco negli ultimi trent’anni. Mentre, gli anglo-americani volevano che la Germania fosse uno stato federale, o comunque diviso in regioni dotate di ampia autonomia ,e ritenevano che le riparazioni dovute dalla Germania andassero sospese per consentirle una più rapida ripresa economica della Germania e togliere il popolo tedesco da quella miseria, che secondo gli americani era l’anticamera del totalitarismo. Nel mese di febbraio le potenze occidentali tennero una prima conferenza tra di loro a Londra, nell’ambito della quale discussero la riunione delle zone francese, britannica e statunitense in un unico stato tedesco occidentale, dotato dei necessari organi di governo e di una propria Costituzione. I sovietici, però, non erano stati informati di tale complessiva prospettiva, radicalmente antitetica rispetto alla loro. Queste divergenze condussero, dunque, alla frattura nella collaborazione quadripartita nel Consiglio di controllo, durante la riunione del 20 marzo: il rappresentante sovietico Sokolovskij lasciò bruscamente la sala dopo aver aspramente criticato gli occidentali per il loro rifiuto di sottoporre al Consiglio stesso i progetti della conferenza di Londra. Ai primi di giugno, allora, gli occidentali diffusero un comunicato in cui si spiegava il sopraddetto, ma si taceva un punto importantissimo
. Il comunicato, infatti, non faceva cenno alla decisione, la più importante, di una fusione economica delle tre zone occidentali attraverso una riforma monetaria, consistente nell’introduzione di nuova moneta (il Deutsche Mark). In pratica, si voleva totalmente isolare la zona sovietica dal resto della Germania. La riforma monetaria venne annunciata il 18 giugno ed entrò in vigore tre giorni dopo. Lo scopo principale dichiarato era quello di arrestare l’inflazione monetaria, impeditiva della ripresa economica, ritirando la vecchia moneta tedesca e scambiandola con la nuova nel rapporto di 10 a 1. I sovietici levarono forti proteste diplomatiche e diedero luogo anch’essi ad una riforma monetaria nella parte da essi controllata. Ma la decisione degli occidentali di estendere la circolazione del nuovo marco anche ai settori occidentali di Berlino, che svelava la volontà di rafforzare il legame tra l’ex capitale tedesca e il resto della Germania sottoposto al controllo occidentale, fece illividire di rabbia l’Unione Sovietica. Era chiaro che, così facendo, americani, inglesi e francesi, rendevano Berlino Ovest un avamposto occidentale nel cuore della zona sovietica.
L’insofferenza dei sovietici verso gli ex alleati occidentali era cresciuta inesorabilmente, già nel periodo precedente, Tanto che un anno prima all’inizio dell’estate del 1947, diversi quotidiani locali scrissero che si prevedeva un prossimo abbandono di Berlino da parte delle forze occidentali. Inoltre i treni provenienti da Ovest e diretti a Berlino venivano bloccati per ore, a causa di semafori inspiegabilmente rossi oppure per via di interminabili controlli dei bagagli dei passeggeri. Dopo la diffusione del comunicato, la rabbia sovietica subì un’impennata. Così, al principio dell’estate, il 24 giugno 1948, le telescriventi dei giornali berlinesi trasmisero un proclama dell’amministrazione militare sovietica:
Alle sei del mattino infatti la radio sovietica aveva annunciato il blocco per motivi tecnici della linea ferroviaria Helmstedt– Berlino e, sempre ricorrendo ad analoghi pretesti, comunicava la chiusura delle altre comunicazioni terrestri. Agli anglo-americani fu chiaro che si trattava di un ultimatum o meglio di un ricatto: se l’Occidente non riconosceva l’autorità sovietica su tutta la città di Berlino, i berlinesi sarebbero stati ridotti alla fame.
Le forze occidentali erano state colte del tutto impreparate da questa mossa sovietica. Non avevano previsto alcun piano per reagire ad un evento simile. Scartata l’ipotesi di forzare il blocco, suggerita dal generale Clay, governatore militare statunitense a Berlino, la Casa Bianca e Westminster decisero di rifornire provvisoriamente la città mediante un ponte aereo, sperando di pervenire rapidamente ad una soluzione diplomatica. Ma dare luogo ad un ponte aereo non era un’impresa da poco. Gli abitanti di Berlino Ovest avevano bisogno di 12.000 tonnellate di viveri al giorno. Farli arrivare unicamente per via aerea, sulle prime parve impossibile.
Non c’era altra soluzione, però. Anzi, in seguito ci si rese conto che era anche la migliore soluzione, essendo lo strumento più adatto per resistere all’assedio. Ciò, però, fu appurato grazie alla straordinaria organizzazione delle forze aeree anglo-statunitensi, che meritatamente passò alla storia.
Infatti, Dopo appena 13 giorni di attuazione del blocco da parte dei sovietici, americani e britannici facevano atterrare all’aeroporto Tempelhof di Berlino un aereo ogni 93 secondi, scaricando in ventiquattr’ore 6.393 tonnellate di merci (poi si arrivò perfino a trasportare una intera centrale elettrica smontata pezzo per pezzo). Grazie ad un rigoroso razionamento di tutte le merci trasportate a Berlino gli abitanti poterono superare l’inverno ‘48-’49. Fallì, però, la mediazione tentata da una commissione di esperti nominati dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
L’intesa giunse soltanto a primavera inoltrata. Il 5 maggio 1949 fu annunciata la fine del blocco per il giorno 12. A Berlino erano state scaricate due milioni e mezzo di tonnellate di merci; settanta aviatori anglo-statunitensi erano morti in incidenti di volo; gli Stati Uniti avevano speso per il ponte 350 milioni di dollari, la Gran Bretagna 17 milioni di sterline, i tedeschi 150 milioni di Deutsche Mark.

. Il 1° settembre del ’39, infatti, la Germania aveva dato il via alla Seconda Guerra Mondiale, attaccando e devastando rapidamente la Polonia, poi si era impadronita della Danimarca e aveva occupato la Norvegia entro la primavera del 1940. E, se il 14 giugno di quell’anno i soldati di Hitler, dopo aver sbaragliato le forze anglo-francesi, avevano marciato a Parigi, sotto l’Arco di Trionfo, 8 giorni dopo la Francia, nel frattempo vilmente e pateticamente attaccata anche dall‘Italia di Mussolini (lo abbiamo ricordato su questa
Due anni prima, il 23 agosto 1939, 8 giorni prima di dare il via alla guerra, aggredendo la Polonia, la Germania nazista e l’U.R.S.S. avevano firmato un trattato, noto come il “patto Ribbentrop-Molotov“, dal nome dei rispettivi ministri degli Esteri. Tale patto aveva disciplinato la spartizione della Polonia e stabilito il principio della non aggressione. Grazie ad esso la Germania aveva potuto non solo aggredire lo stato polacco, per poi procedere alle successive aggressioni delle altre nazioni europee, senza temere un’offensiva sovietica da est e continuando a ricevere forniture di petrolio, grano ed acciaio provenienti proprio dall’impero sovietico. Parallelamente, l’Unione Sovietica aveva occupato la porzione orientale della Polonia, come previsto nel trattato nazi-sovietico e il 30 novembre 1939 aveva attaccato la Finlandia, contando sull’acquiescenza tedesca. Hitler, però, aveva continuato a considera l’Unione Sovietica come il suo principale nemico. Sicché, se il suo programma iniziale era stato quello di assicurarsi prima una vittoria definitiva ad occidente, annientando anche la Gran Bretagna, per poi attaccare in un secondo momento la Russia, dall’estate del 1940, cominciò a pensare che quest’invasione non potesse essere ulteriormente posposta.
L’Unione Sovietica a fine giugno-inizio luglio 1940 aveva imposto alla Romania di cederle oltre alla regione della Bessarabia anche la parte settentrionale della Bucovina e aveva occupato il territorio di Herța, suscitando in Hitler il timore di perdere in un prossimo futuro il petrolio rumeno. Così, il Führer, alla fine del settembre 1940, s’impegnò a garantire i ridimensionati confini della Romania, dopo che altri territori rumeni erano stati ceduti a Paesi filo-tedeschi, in virtù di accordi imposti dalla Germania. Cioè, una parte della Transilvania settentrionale all’Ungheria e la Dobrugia meridionale alla Bulgaria.
Un’operazione che stava iniziando ad entusiasmarlo, man mano che si convinceva del suo sicuro successo, tanto che nel consiglio di guerra del 18 febbraio ai suoi generali disse:
Tra l’autunno del 1940 e la primavera del 1941 Hitler aveva iniziato un enorme spostamento di materiali, mezzi e truppe verso i confini orientali del Reich, mentre aerei da ricognizione tedeschi ad alta quota studiavano il terreno in vista della prossima avanzata: tali attività non erano sfuggite ai servizi segreti sovietici, ma questi segnali erano respinti da Stalin, il quale non solo non aveva protestato con il governo tedesco, ma aveva ordinato alla stampa sovietica di tacere su tali fatti, aveva imposto di adempiere generosamente agli invii pattuiti rifornimenti di grano, materiali e materie prime alla Germania e si era rifiutato di mobilitare l’esercito. Ciò anche se a fine marzo il Sottosegretario di Stato statunitense Sumner Welles, su disposizione del Segretario di Stato Cordell Hull, aveva trasmesso, all’ambasciatore sovietico a Washington, Konstantin Umanskij, un rapporto, basato su informazioni provenienti da affidabili fonti tedesche, in cui era rivelata l’intenzione della Germania nazista di attaccare di lì a poco l’Unione Sovietica. Inoltre, Stalin non tenne in alcun conto un memorandum reali intenzioni di Hitler, fattogli pervenire dal Primo Ministro Britannico, Winston Churchill, il 19 aprile. Ancora il 16 giugno 1941, Stalin scriveva di suo pugno su di un rapporto di un ufficiale tedesco che rivelava la data esatta dell’attacco da parte della Germania:
Mezz’ora dopo, alle 3 e mezzo del mattino, i cannoni tedeschi diedero il via al cannoneggiamento lungo un fronte di centinaia di miglia. Il generale tedesco Günther Blumentritt, annotò che venivano intercettato continuamente lo stesso messaggio dagli avamposti sovietici: «ci stanno sparando addosso, cosa dobbiamo fare?». A tali sconvolti interrogativi il comando superiore sovietico rispondeva: «dovete essere impazziti, e perché non trasmettete in codice?». Così, l’invasione tedesca, che colse di sorpresa i sovietici, fu, inizialmente, davvero molto rapida.
E tali “mansioni” furono svolte scrupolosamente: le vittime ebree delle Einsatzgruppen nel territorio sovietico occupato furono 2.200.000 uomini, donne, vecchi e bambini, ai quali vanno aggiunti decine di migliaia di cittadini sovietici non ebrei. Ma la pianificazione nazista del terrore riguardava non soltanto lo sterminio degli ebrei, ma anche dei membri dell’amministrazione sovietica. Ai primi di marzo del ’41, Hitler, infatti, aveva spiegato ai capi delle tre armi e ai principali comandanti delle truppe destinate all’ Operazione Barbarossa che quella che si apprestavano a combattere «È una lotta tra ideologie e razze diversi e dovrà essere combattuta con una durezza, una spietatezza e una inesorabilità senza precedenti […] I commissari del popolo dovranno essere eliminati».
Così venne diramato “l’Ordine relativo ai Commissari politici”. Per sradicare ogni dubbio, il 16 luglio del ’41, ad invasione appena cominciata, Hitler precisò che la soluzione migliore era «fucilare chiunque ci guarderà di traverso». In realtà, uno dei modi utilizzati dai nazisti per incutere il terrore in tutta la popolazione consisteva nell’impiccare o nell’inchiodare i funzionari del Partito Comunista alle porte. Per risparmiare tempo, però, più spesso venivano fucilati, per lo più insieme ai bambini, alle donne e agli uomini ebrei. Non è dato, quindi, sapere quanti commissari comunisti siano stati ammazzati, poiché nella contabilità nazista non venivano distinti dalle vittime ebree.
Certamente gli ebrei “liquidati” erano moltissimi di più, dato che erano assai più numerosi dei commissari e che ad essere uccise erano intere famiglie, con ritmi e sistemi industriali. Una sorte crudele era riservata anche ai soldati sovietici presi prigionieri: in tutto i tedeschi catturarono 5 milioni e 250 mila soldati sovietici. Di questi 3.800.000 furono presi tra il 21 giungo e il 6 dicembre del ’41. Complessivamente, alla cattività sopravvisse appena un quinto dei russi catturati. «Per noi più prigionieri muoiono e meglio è», affermava Alfred Rosenberg.
Contestualmente veniva pianificata un’opera distruzione di ogni industria e un’attività di così vasta e sistematica rapina di ogni risorsa russa, a partire da quelle alimentari ,che dovevano essere destinate a nutrire il popolo tedesco, che esplicitamente i vertici nazisti affermavano: «Non v’è dubbio che molti milioni di persone moriranno per fame quando porteremo via dal Paese le cose che ci sono necessarie».
Come abbiamo ricordato nel post 