1972, strage di Peteano
Senta, vorrei dirle che xè una machina che la gà due busi sul parabreza. La xè una cinquecento bianca, visin la ferovia, sula strada per Savogna.
La notte del 31 maggio 1972, da un bar di Monfalcone, parte una telefonata anonima ai carabinieri di Gradisca d’Isonzo. Sono le 22.35. Piove a dirotto, quella sera. La prima pattuglia ad arrivare sul posto segnalato è quella dei militari dell’Arma di Gradisca, con l’appuntato Mango e il carabiniere Dongiovanni. L’utilitaria è visibile in un viottolo di terra battuta, subito dopo una curva. Mango decide di chiamare il suo ufficiale, il tenente Tagliari, che parte accompagnato dal brigadiere Antonio Ferraro e dal carabiniere Donato Poveromo. Successivamente arriva una terza pattuglia da Gorizia.
Tagliari decide di dare un’occhiata all’interno, trova la leva che apre il cofano e tira. La leva, scattando, fa scoppiare una bomba nascosta nel portabagagli. Ferraro, 31 anni, siciliano, sposato da poco e in attesa del primo figlio; Poveromo, 33 anni, lucano, anche lui con la moglie incinta; Dongiovanni, di Lecce, 23 anni: i tre sono investiti in pieno dall’esplosione e fatti a pezzi. L’ufficiale, protetto dalla portiera aperta, resta gravemente ferito. Le salme vengono portate nella caserma dei carabinieri, le bare allineate sul biliardo.
Questa è la strage, o più correttamente l’eccidio di Peteano. È uno dei drammatici episodi di quella collaborazione tra terroristi di destra e apparati dello Stato che va sotto il nome di “Strategia della tensione”. E forse l’unico su cui oggi sappiamo (quasi) tutto.
In quei primi anni Settanta questo piccolo angolo di Nord Est non è particolarmente politicizzato: la vita scorre tranquilla, in assenza di benessere, sul confine; la criminalità è di piccolo calibro, furti maldestri, risse, piccole vendette. Gorizia è una città povera. Quando si spargerà la notizia che per l’attentato è stata usata una Cinquecento rubata e imbottita di esplosivo saranno in tanti a commentare, senza cinismo e sgranando gli occhi, “I gà usà una machina nova! Una Cinquecento!”.
Il contesto storico-politico italiano si presenta invece assai intricato.
Il nuovo presidente della repubblica, Giovanni Leone, è stato appena eletto con i voti (contrattati sottobanco ma poi rivendicati pubblicamente) del MSI, il partito neofascista; il 14 marzo muore in circostanze mai chiarite Giangiacomo Feltrinelli; il 7 maggio ‘72 si svolgono le elezioni anticipate, con pesanti provocazioni delle destre un po’ ovunque (a Pisa la polizia, schierata a difesa di un comizio missino, uccide a botte Franco Serantini); dopo il voto si vara un “debole” governo di centro-destra guidato dal democristano Andreotti e dal liberale Malagodi, che in Parlamento saranno spesso salvati in extremis dai voti missini. Il 17 maggio a Milano viene ucciso il commissario Calabresi.
Intanto le inchieste sulla strage di piazza Fontana sono costrette a prendere atto che gli anarchici non c’entrano e che bisogna imboccare la pista nera, fin dall’inizio protetta da molti esponenti dei “servizi”; fra gli uomini della destra collegati alle stragi si fa il nome di Pino Rauti, eletto in Parlamento con il MSI.
Nel febbraio ‘72 si registra lo scioglimento dell’intero comando della Terza armata, ritenuta completamente infiltrata da fascisti. Intanto Graham Martin, ambasciatore degli USA mandato da Nixon per “mettere ordine” in Italia, finanzia Vito Miceli, allora capo dei servizi segreti e manovratore di molti fili che collegano estrema destra, forze dell’ordine e delinquenza comune. Nel Paese tira una “preoccupante aria da golpe” che spinge alcuni gruppi dell’estrema sinistra ad armarsi.
In questo clima, a dirigere le indagini per l’attentato di Peteano è il colonnello Dino Mingarelli, già braccio destro del generale De Lorenzo e in tal veste custode dei nominativi per gli arruolamenti (illegittimi) di neofascisti da affiancare ai carabinieri nel colpo di Stato (“Piano Solo”) previsto per l’estate del ’64 e abortito all’ultimo minuto.
Mingarelli dirige subito l’inchiesta verso gli ambienti di Lotta continua di Trento, ma dalla magistratura milanese giunge l’informazione secondo cui l’attentato è opera di un gruppo terrorista triestino di estrema destra; l’indicazione era stata fornita da Giovanni Ventura, arrestato per la strage di Piazza Fontana, tuttavia il colonnello la scarta, su ordine del SID – il servizio segreto italiano -, chiude la pista nera e ne apre subito un’altra. C’è un gruppetto di sei balordi che i carabinieri tenevano già d’occhio: eccoli, i mostri.
Il 1° aprile ’74 si apre un processo che non deve essere politico, ma la battaglia politica comincia subito. L’avvocato della difesa Nereo Battello accusa Mingarelli di aver sospeso le indagini a destra per ordini giunti dall’alto, di non avere ascoltato come testimone Giovanni Ventura e mette in luce gli errori clamorosi commessi durante le indagini. Il processo si conclude con l’assoluzione per insufficienza di prove, che diverrà una definitiva assoluzione con formula piena nel ‘79. Dopo la conclusione del primo grado di giudizio per il colonnello Mingarelli giunge la promozione a generale. I sei imputati lo denunciano per le false accuse, dando inizio a una nuova inchiesta contro ufficiali dei carabinieri e magistrati per aver deviato le indagini.
I responsabili materiali dell’attentato di Peteano furono Vincenzo Vinciguerra, Carlo Cicuttini e Ivano Boccaccio, aderenti al gruppo eversivo neofascista Ordine Nuovo: la verità si sa solo dodici anni dopo l’eccidio e solo grazie a una spontanea assunzione di responsabilità di Vinciguerra, che, latitante dal ‘74, si costituisce nel ‘79 con l’espressa volontà di non compromettere con la latitanza la sua dignità di militante rivoluzionario. Al momento della confessione egli si trova in carcere per il tentato dirottamento all’aeroporto di Ronchi dei Legionari dell’ottobre ‘72, concluso con la morte dell’ex-paracadutista Boccaccio e la fuga di Cicuttini.
Vinciguerra si assume la responsabilità per “fare chiarezza”, avendo capito che tutte le precedenti azioni dell’estremismo di destra, incluse le stragi, in realtà erano state manovrate da quello stesso regime che si proponeva di attaccare. La confessione gli costa la condanna all’ergastolo. Solo quando la condanna passa in giudicato e non c’è più la possibilità di ricevere benefici in cambio di rivelazioni, collabora.
Ecco, allora c’è una precisazione da fare. L’attentato di Peteano non ha le connotazioni della strage. È strage sul piano giuridico […] perché il numero dei morti poteva essere indeterminato. […] Però non è strage, nel senso che l’attentato colpisce per la prima e unica volta un apparato militare dello Stato. In un posto solitario, dove viene esclusa la possibilità di colpire i civili e ha una finalizzazione esclusivamente di opposizione al regime, cioè non si colpisce l’apparato militare del regime per dare la possibilità al regime di sfruttare quest’attentato. […] Di fronte alla Commissione stragi, Francesco Cossiga ha dovuto ammettere che dopo l’attentato di Peteano iniziò il percorso di divaricazione tra l’Arma dei carabinieri e il SID da un lato, e la destra dall’altro. Cioè l’Arma dei carabinieri pur tacendo, occultando le prove, depistando le indagini, insieme ad altri apparati dello Stato (Ministero dell’interno, Guardia di Finanza) prese atto che dall’estrema destra gli era venuto un attacco di quella gravità. E cominciò a prendere le distanze. Quindi a definire l’attentato di Peteano una strage si confondono un po’ le idee alle persone nel senso addirittura di far credere che l’attentato di Peteano avesse le stesse finalità della strage di Piazza Fontana, della strage di Bologna, della strage dell’Italicus. Esattamente l’opposto.
Cicuttini, condannato all’ergastolo in contumacia, viene catturato ventisei anni dopo la strage, con uno stratagemma, ed estradato in Italia, dove muore nel 2010. È accertato che il segretario del MSI Almirante gli abbia fatto pervenire 35.000 dollari, durante la latitanza, per sottoporsi a un intervento alle corde vocali onde impedirne il riconoscimento come autore della telefonata che aveva attirato i carabinieri nella trappola di Peteano. Accusato di favoreggiamento aggravato degli autori (militanti e dirigenti del suo partito) di un attentato terroristico, Almirante si avvale per anni dell’immunità parlamentare per evitare il processo (che invece condanna l’avvocato che fece da tramite), fino ad essere amnistiato in quanto ultrasettantenne.
Nei vari filoni processuali, per Peteano vengono condannati alcuni militanti per la partecipazione all’organizzazione armata Ordine Nuovo; un perito e svariati ufficiali dei Carabinieri, per falsa testimonianza; ma soprattutto è accertata con sentenza passata in giudicato l’opera di depistaggio nelle indagini svolta dal generale Mingarelli, dal colonnello Chirico, dal maresciallo Napoli e dal colonnello Santoro, condannati per favoreggiamento, falso, soppressione di atti e peculato.
Come ha scritto il senatore Pellegrino nella sua relazione della Commissione Stragi,
può ritenersi un fatto storico accertato […] l’illecita copertura attribuita agli estremisti di destra da parte di alti ufficiali dell’Arma dei Carabinieri, tra questi il col. Mingarelli, [così come] certo, o almeno estremamente probabile, deve ritenersi altresì che altro settore degli apparati, e cioè il SID, conoscesse l’identità dei colpevoli fin dal 1972.
Per un simile spiegamento di coperture eccellenti a un eccidio di uomini dello stato, una spiegazione sembra offrirla la scoperta della struttura di Gladio, emersa proprio durante le indagini del giudice Casson sulla strage di Peteano. Dalla cava di Aurisina, scoperta pochi mesi prima dell’attentato e poi identificata come uno dei nascondigli di Gladio, potrebbe esser giunto l’esplosivo impiegato nell’attentato. I depistaggi servivano a impedire che venisse alla luce la struttura segreta, che aveva complesse ramificazioni proprio nel nordest, la zona più esposta alla “minaccia comunista”? Secondo Vinciguerra, il Ministero degli interni e la polizia di stato hanno dato l’ordine di disinteressarsi di Peteano. Sono state fatte sparire le prove, le lettere anonime che descrivevano gli attentatori.
Nell’ordinanza di rinvio a giudizio il giudice veneziano Felice Casson scrive:
Troviamo ancora una volta carabinieri, servizi segreti, magistrati, politici, fascisti di vario genere, concorrenti nelle protezioni e negli aiuti accordati a personaggi e a movimenti eversivi fin dagli anni Sessanta, anche in relazione a gravissimi episodi delittuosi quali una strage, o a movimenti di stampo neofascista con fini non sempre chiari e non sempre in contrasto con il potere legale.
Silvia Boverini
Fonti:
www.it.wikipedia.org; “Almirante, il protettore dei terroristi fascisti che uccisero i carabinieri”, www.globalist.it; “31 maggio 1972: strage di Peteano”, www.labottegadelbarbieri.org; G. Cecchetti, “Per la strage di Peteano condannati due alti ufficiali”, https://ricerca.repubblica.it; F. Fain, “La strage di Peteano, 45 anni di dolore”, https://ilpiccolo.gelocal.it; www.ilpost.it; M. Vittorelli, “Do you remember Peteano?”, www.nazioneindiana.com; G. Carotenuto, “Via Giorgio Almirante, terrorista”, www.gennarocarotenuto.it


























Suo padre Leonid era un artista e un professore della Scuola moscovita di pittura, che aveva illustrato i libri di Lev Tolstoj; sua madre, Rosa Kaufmann, era pianista, Anche Boris desiderava diventare pianista e compositore. Perciò, durante l’infanzia, si dedicò al piano e studiò la musica e la composizione. A 18 anni, terminato il liceo tedesco di Mosca, Boris Pasternak si iscrisse alla Facoltà di filosofia, ma poi, dopo aver visitato l’Italia e la Svizzera, mentre seguiva il semestre all’Università di Marburgo, decise che quel che faceva per lui era la poesia.
Poi Boris Pasternak si dedicò alla ricerca di una scarna semplicità del verso e di una misura classica. Si allontanò, quindi, dal futurismo, sia perché non apprezzava l’aggressività dei futuristi russi sia perché aveva sviluppato una maggiore propensione per atmosfere intime, domestiche. Però, con L’anno 1905 (1927) e Il luogotenente Schmidt (1927), Boris Pasternak si riferì alla rivoluzione del 1905, pur calandola in una lontananza fiabesca. Nel frattempo, come il protagonista del suo successivo e unico romanzo, Il dottor Zivago, anch’egli si sposò, nel 1922, ed ebbe un figlio per poi separarsi dalla moglie, dopo alcuni anni, nel 1931. Come Yuri Zivago anche Boris Pasternak si innamorò di un’altra donna. Che sposò nel 1934, per poi trasferirsi nel sobborgo moscovita di Peredelkino nel 1936. Le successive raccolte, invece, realizzate nel corso della Seconda Guerra Mondiale, come Sui treni mattinali (1943), o La vastità terrestre (1945), riflettevano il contesto storico e la lotta del popolo sovietico contro l’invasione nazista (in questa rubrica,
Per il regime era inammissibile la circolazione in Unione Sovietica e all’estero di un libro che, fortemente autobiografico, ardiva illustrare la realtà del bolscevismo, senza fare sconti sui lati più oscuri della gloriosa Rivoluzione d’ottobre. Come accadeva al protagonista del romanzo, così anche Boris Pasternak pagava il prezzo di cercare la verità e di dirla con la propria arte. Il dottor Živago, infatti, fu bandito dal governo che sottopose l’autore a persecuzioni sia sul piano intellettuale che su un altro, ben più tangibile. Furono le pressioni del regime e la sorveglianza dei servizi segreti che condussero Boris Pastrnak negli ultimi anni della sua vita alla povertà e all’isolamento. Fortunatamente lo pubblicò, in Italia, Feltrinelli nel 1957 e la critica occidentale lo accolse con entusiasmo. Tanto che nel ’58 gli venne assegnato il Nobel.
Morì due anni più tardi, a Peredelkino. Ormai era in condizioni non tanto dissimili da quelle dottor Zivago, al termine del romanzo: solo, emarginato e povero.
Boris Pasternak negò sempre di aver pensato a Zivago come ad un ritratto di se stesso. Però, nel romanzo Pasternak inserì come “poesie di Zivago” alcuni suoi componimenti lirici.
Fu l’anno dopo, però, che Romy Schneider interpreto il film decisivo per il suo futuro. L’amore di una grande regina (1954) la vide impegnata nel ruolo della giovane Regina Vittoria d’Inghilterra, mentre la baronessa Lehzen, fedele governante della regina, era interpretato da sua madre Magda. Il regista Ernst Marischka fu così soddisfatto della collaborazione con Romy Schneider che pensò subito a lei per il ruolo della principessa Sissi. I tre film su Sissi che girarono insieme grazie al il fascino delle scene, alla sfarzosa solennità dei costumi, al fatto fosse che fossero realizzati in Technicolor e, soprattutto, grazie all’intensa presenza scenica della giovane attrice ottennero un successo straordinario. La trilogia di Sissi, dedicata all’imperatrice d’Austria Elisabetta, prodotta nel triennio 1955-1957, procurò, infatti, a Romy Schneider un’immensa popolarità, rendendola agli occhi del pubblico europeo un simbolo di freschezza, ingenuità ed entusiasmo. Per i produttori Romy Schneider era un investimento sicuro e non esitarono a persistere nel farle interpretare invariabilmente la parte della fanciulla pura, onesta e allegra in favole romantiche e commedie divertenti, appoggiati in ciò dalla madre che si occupava anche della promozione e della cura dell’immagine della figlia.
a i suoi primi passi nel mondo del cinema. Presto, però, le cose si sarebbero trasformate. Alain Delon diventò sempre più famoso e richiesto, mentre la carriera di Romy Schneider iniziò a segnare il passo. Fu il compagno a darle un aiuto fondamentale, supportando, anche contro la riluttanza e l’insicurezza di lei, il suo spirito ribelle. Infatti, nell’estate 1960, Romy Schneider andò a far visita Delon a Ischia, dove egli stava girando Delitto in pieno sole, diretto da René Clement, e l’attore cercò di convincerla a contattare il regista italiano Luchino Visconti. Spaventata Romy Schneider tornò a Parigi, ma Delon, giunto a Roma, riuscì a convincerla a raggiungerlo per conoscere Visconti. Il progetto di costui era la rappresentazione dello spettacolo teatrale Peccato, che sia una puttana di John Ford e intendeva avere Romy Schneider come protagonista femminile, accanto a Delon. L’attrice cercò di dissuadere il regista, non sentendosi in grado di recitare in teatro e per di più in francese, un’opera scritta da un inglese e diretta da un regista italiano, debuttando nel Théâtre di Parigi. Anche sua madre era contraria al progetto di Visconti e Alain Delon. Costui, però, che credeva fermamente nel talento teatrale di Romy Schneider e aveva intenzione di investire il proprio denaro per permetterle di partecipare a questo lavoro teatrale, alla fine riuscì a spuntarla. Dopo molte prove, Romy Schneider riuscì a calarsi nel personaggio di Annabelle, scoprendo di avere una vocazione come attrice teatrale. E anche se un attacco di appendicite portò alla revoca della prima dello spettacolo in radio e televisione, la prima, spostata al 29 marzo 1961, fu un successo unanimemente riconosciuto. Tra il pubblico vi erano non soltanto attrici della levatura di Anna Magnani e Ingrid Bergmann, ma anche Magda Schneider e Wolfi, il fratello di Romy. Romy Schneider non soltanto recitò 120 rappresentazioni dello spettacolo e, con lo stesso regista, interpretò uno degli episodi del film Boccaccio’70, ma da quel momento in poi, divenne un’attrice internazionale. Lavorò in costose e impegnative co-produzioni europeo-americane, dirette da autori di spessore notevole e di corpose ambizioni artistiche e spettacolari, come Il processo (1962, di Orson Welles) e Il cardinale (1963, di Otto Preminger) e I vincitori (1963, di Carl Foreman), ricavandone notorietà e soddisfazioni. Nel ’64, però, la relazione con Alain Delon terminò.
Dopo un momento di depressione, Romy Schneider conobbe Harry Meyen, attore e regista, di origine ebraica, che sposò nel luglio ‘66. Dal loro rapporto nacque, David, il 3 dicembre 1966. Il periodo di tranquillità e felicità fu funestato nel febbraio 1967 dalla morte di suo padre, Wolf Albach-Retty, colpito da due infarti. L’anno dopo, grazie ad Alain Delon, ottenne una parte nel film epocale La piscina, di Jacques Deray. Il fatto di lavorare insieme al divo francese portò la stampa ad ipotizzare il risorgere di una relazione tra i due.
Ma Romy Schneider non lasciò che i pettegolezzi le rovinassero la serenità raggiunta. Nel frattempo inanellava una sfilza di interpretazioni pregevolissime per personaggi eterogenei: L’amante (1970, di Claude Sautet) con Michel Piccoli e Lea Massari; La Califfa (1970, di Alberto Bevilacqua), accanto ad Ugo Tognazzi; Il commissario Pellissier (1971, di Claude Sautet,), di nuovo con Michel Piccoli; L’assassino di Trotsky (di Joseph Losey) con Alain Delon e Richard Burton.
Inoltre, diretta da Luchino Visconti, tornò a vestire i panni dell’imperatrice Elisabetta di Baviera in Ludwig II (1972), al fianco di Helmut Berger e Silvana Mangano. La sua versatilità trovò ulteriori conferme in un’altra commedia, di nuovo di Claude Sautet, E’ simpatico, ma gli romperei il muso, al fianco di Yves Montand, e nel drammatico Noi due senza domani (1973, di Pierre Granier-Deferre) con Jean-Louis Trintignant. Nel giugno del ’73, si separò dal marito Harry Meyen, e dalla Germania, si trasferì nuovamente in Francia, continuando a lavorare instancabilmente in opere di successo.
Nel frattempo, però era attenta a quel che succedeva in quegli anni politicamente, socialmente e culturalmente tumultuosi. Infatti, partecipò nel giugno del 1971 alla campagna di auto-denuncia nella battaglia femminista a favore della legalizzazione dell’aborto che si stava sviluppando in tutta Europa. Negli anni Settanta l’aborto era illegale non soltanto in Italia ma anche in Germania e, attraverso una coraggiosa auto-denuncia sulla rivista tedesca Stern, anche Romy Schneider ammise di aver abortito, pur sapendo di rischiare la prigione e di poter generare uno scandalo dannoso per la propria immagine e la propria carriera. Come si è visto, non andò così. E anche sul versante privato, la rottura del rapporto con Meyen, fu compensato dall’inizio di un uovo rapporto con il suo segretario Daniel Biasini, di nove anni più giovane, che sposò il 18 dicembre del ’75. Poco dopo scoprì di essere incinta, ma perse il bambino a causa di un incidente d’auto, all’inizio del 1976.
Quell’anno, durante il quale le veniva assegnato il premio Cèsar addirittura per due interpretazioni maiuscole in altrettanti film, L’importante è amare, di Andrzej Zulawski e per Frau Marlen di Robert Enrico, rilasciò un’intervista quasi catartica e destinata a restare riservata fino a poco tempo fa. Parlando con Alice Schwarzer del magazine Emma, il 12 dicembre del 1976, Romy Schneider, parlando sottovoce e piangendo all’improvviso, confessò di essere convinta che sua madre avesse fatto sesso con Adolf Hitler e spiegò di aver avuto sempre un rapporto complicato, cui non poteva di aver fatto visita al dittatore nella sua residenza sull’Obersalzberg.
Anche tale performance le fruttò il César nel febbraio 1979, ma la soddisfazione, due mesi dopo, fu oscurata dalla notizia che il suo ex marito, Harry Meyen, si era suicidato. Pur non trascurando il lavoro di attrice, Romy Schneider faticò a tenere duro. Riuscì a non lasciarsi sopraffare anche dalla notizia della di sua nonna, Rosa Albach-Retty. Però, l’anno dopo, nel 1981 il matrimonio con Biasini finì, e a Romy venne diagnosticato un tumore al rene destro. Quello stesso anno, il 5 luglio, suo figlio David Christopher, quattordicenne, tentando di scavalcare il cancello in ferro nella abitazione dei suoi nonni, restò infilzato. Il dolore per la morte di David la distrusse. Però in qualche modo riuscì ad interpretare La signora è di passaggio di Jacques Rouffilo, nuovamente accanto a Michel Piccoli. Sopra il titolo del film Romy fece porre una dedica:
Nuovamente premiata per questa interpretazione, Romy Schneider era ormai in condizioni desolanti. Viveva in un albergo di Parigi, da sola, e prendeva sonniferi e stimolanti. Fece un viaggio alle Seychelles con sua figlia e con un nuovo compagno Laurent Petin. Comprò una nuova abitazione a Boissy , a 70 km da Parigi, per dimenticare, per trovare quella pace, che il destino si era crudelmente divertito a sottrarle. Il 29 maggio 1982 morì per un colpo apoplettico.



A prendere le difese dell’insegnante accorse il celebre avvocato Clarence Darrow, insieme ad altri membri dell’American Civil Liberties Union (ACLU).
William Jennings Bryan sosteneva che
Contro l’eminente consulente dell’accusa, come detto, però, si era schierato, in difesa dell’imputato, oltre che della libertà di insegnamento il più illustre patrocinatore del Paese, l’avvocato Clarence Darrow. Un altrettanto determinato difensore dei diritti civili. Costui, infatti, non potendo scagionare dall’accusa il suo assistito, che riconosceva di aver commesso il fatto imputatogli e non era disposto a fare ammenda, aveva una sola strada disponibile: mostrare il lato grottescamente liberticida dell’intera faccenda.
Si trattava, però di una strada in salita, per non dire sbarrata, dal momento che non venivano ammessi a titolo probatorio i libri e i testimoni proposti da Darrow per illustrare la compatibilità tra la teoria di Darwin e il credo religioso.
Per William Jennings Bryan, in realtà, la questione centrale nel processo non era tanto quella della presunta inconciliabilità tra la religione e la teoria di Darwin, ma un’altra dimensione. Si deve considerare che la sua esperienza di Segretario di Stato accanto a Woodrow Wilson lo aveva segnato profondamente. Non aveva soltanto ben presente l’immensa devastazione della Prima Guerra Mondiale (abbiamo ricordato su questa rubrica, 
Tra gli altri anche G.B. Shaw, uno dei fondatori della Fabian Society e della London School of Economics, aveva sostenuto in “Back to Methuselah” che la Prima Guerra Mondiale poteva essere interpretata come un tentativo realizzato dagli Stati di assicurarsi il “predominio del più forte”, seguendo un criterio ispirato al meccanismo della selezione teorizzato da Charles Darwin.
Tale opera si distanziò sotto diversi aspetti dalla vicenda reale e cambiò i nomi dei veri protagonisti, così come l’ambientazione, collocata nella fittizia città di Hillsboro. La commedia ebbe una validissima trasposizione cinematografica nel 1960 (… e l’uomo creò Satana), da parte di Stanley Kramer, nelle vesti di produttore e regista, e con Spencer Tracy, nel ruolo di Darrow, e Frederic March, in quello di Bryan. Il film (di cui abbiamo parlato nel post
Infatti, Young firmò la sceneggiatura con lo pseudonimo di Nathan E. Douglas (alla lista nera e alla caccia alle streghe anticomunista abbiamo dedicato diversi post, tra i quali: 



Antonio Montinaro aveva 29 anni, era sposato e aveva due figli.


di nuovo divo, perfino di respiro internazionale, sotto la direzione di maestri come Nicholas Ray, Stanley Kubrick, Robert Altman e Bernardo Bertolucci; esule in fuga dal fisco, romanziere.
Sterling Hayden venne battezzato con il nome di Sterling Relyea Walter. Alla morte del padre George Walter, a 9 anni, venne adottato da James Hayden. La nuova famiglia fece diversi traslochi (New Hampshire, Massachusetts, Pennsylvania, Washington D.C.), prima di stabilirsi nel Maine, dove Sterling Hayden terminò gli studi. A 17 anni si imbarcò come mozzo. Amava il mare, e la lettura dei romanzi di Robert Louis Stevenson e di Joseph Conrad lo aveva portato a sognare una vita da marinaio. Iniziò come mozzo su un peschereccio, facendo avanti e indietro tra le coste della California – quindi, sul Pacifico – e quelle del Connecticut, sull’Atlantico. Poi trovò lavoro come pescatore sull’isola canadese di Terranova. Fu svolgendo questo lavoro, che iniziò a sviluppare un’avversione verso il sistema capitalista.
Passò, quindi, a lavorare su delle grandi navi da pesca. In quel periodo fece undici volte viaggi per Cuba, con l’incarico di pompiere. Dopo il diciannovesimo compleanno fu nominato secondo ufficiale. Quando ne compì venti divenne capitano su navi da crociera. Aveva già fatto due volte il giro del mondo. Ma voleva mettersi in proprio. Così, con i risparmi messi da parte acquistò una nave da traghetto per aprire una linea di navigazione. Purtroppo la nave fece naufragio. Naufragò così anche il suo progetto imprenditoriale. Sterling Hayden si ritrovò spiantato. Fece, allora, ricorso all’ultima risorsa economica che gli era rimasta. Il proprio aspetto fisico. Era alto quasi due metri , aveva un corpo asciutto e muscoloso, e la sua era una faccia che non poteva passare inosservata. Iniziò a lavorare come modello. Così, una delle maggiori compagnie cinematografiche americane, la Paramount, lo notò e lo assunse. Dapprima, per un brevissimo periodo, come controfigura, poi come attore di secondo piano in un paio di film. Sul set del secondo di questi, il non eccelso Passaggio a Bahama (1942, di Edward H. Griffith), conobbe Madeleine Carroll. Era un’attrice inglese di talento e di indiscutibile fascino. Avendo interpretato due ottime pellicole del “periodo inglese” di Alfred Hitchcock – Il club del trentanove (1935) e Amore mistero (1936) -, era stata chiamata ad Hollywood, diventando nel 1938, senza essere una sex-symbol, l’attrice meglio pagata al mondo. Aveva affiancato divi come Gary Cooper (in due film), TyronePower, Ronald Colman e Henry Fonda. Ma si innamorò dello sconosciuto Sterling Hayden. I due si sposarono quasi subito.
Madeleine Carroll, in quel periodo, aveva messo da parte il suo impegno cinematografico. La sua unica sorella, Margaret, era morta in Gran Bretagna sotto le bombe dell’aviazione tedesca. La Carroll, quindi, si dedicava quasi a tempo pieno al lavoro in diversi ospedali della Croce Rossa. Sterling Hayden, già, antifascista, fece propria la causa anti-nazista della moglie. Entrati in guerra gli Stati Uniti, dopo l’attacco a Pearl Harbour del 7 dicembre 1941, Sterling Hayden entrò nel C.O.I. (Coordinator of Information), che presto si trasformò nell’O.S.S. (Office of Strategic Service), un organismo di intelligence esclusivamente dedito ad azioni di guerra (destinato a diventare l’attuale C.I.A.).
Mentre la moglie operava come volontaria curando i soldati americani feriti sul fronte italiano, egli, entrato nei Marines sotto un altro nome (John Hamilton), combatteva le truppe naziste su quel fronte e poi, come agente segreto, sul fronte jugoslavo. Paracadutato in aiuto dei patrioti croati, compì azioni belliche tali da meritarsi la “Stella d’argento” e la “Arrowhead device” dalle forze armate americane ed un particolare riconoscimento dal Maresciallo Tito in persona.
Sterling Hayden, allora attore di secondo piano, pur avendo già lasciato il partito, si unì ad un folto gruppo di star e registi, tra i quali Katharine Hepburn (ne abbiamo parlato
La Commissione anticomunista, tuttavia, per quanto riguardava Hollywood, se l’era presa fino a quel momento soltanto con registi e sceneggiatori, tralasciando gli attori.
E come attore Sterling Hayden era sul punto di affermarsi. John Huston, uno dei registi più apprezzati tra quelli emersi negli ultimi dieci anni, gli aveva offerto il ruolo da protagonista nella trasposizione cinematografica di un romanzo noir, un best seller, del romanziere e sceneggiatore W. R. Burnett. Il film, Giungla d’asfalto (1950, di John Huston), ebbe un successo di pubblico e di critica impressionante e divenne immediatamente un classico intramontabile.
Altri attori si erano esposti quanto lui contro la marea demagogica e anticostituzionale montante. Stelle sulla breccia da molti anni, come Spencer Tracy (l’abbiamo ricordato nel post
il regista Nicholas Ray, un altro ribelle, un liberal inviso alla Commssione e agli anticomunisti sfegatati, gli offrì un ruolo immortale. Quello di partner della diva sul viale del tramonto, Joan Crawford, moglie del regista, nel western dichiaratamente antimaccartista Johnny Guitar (1954, di Nicholas Ray).
A questo cult senza tempo, seguì un’altra performance efficacissima in un thriller a sfondo politico, tristemente profetico, su un complotto per assassinare il presidente degli Stati Uniti, accanto a Frank Sinatra: Gangsters in agguato (1956, di Lewis Allen). E in mezzo ad altre pellicole di interesse relativo, un ruolo roccioso nel secondo film di un genio emergente della Settima Arte, Stanley Kubrick. Sotto la sua direzione, Sterling Hayden impersonò il rapinatore disilluso di Rapina a mano armata (1955).
Nel 1959, dopo un amarissimo divorzio, che gli pose severi limiti nella possibilità di vedere i propri figli, reagì alla depressione, prendendo con sé tutti e quattro i suoi bambini e partì per Tahiti, sfidando le decisioni del Tribunale. Quindi, nel 1960 si sposò con Catherine Devine McConnell, che rimase la sua compagna fino alla fine e che gli diede altri due figli. Restò lontano da Hollywood per altri quattro anni, tormentato dal fisco, visse a Parigi in un barcone, passando il tempo a scrivere quella che sarebbe diventata la sua autobiografia. Poi rispose alla richiesta di Kubrick di entrare nel cast di Il dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba (1964, di S. Kubrick). Recitando accanto a Peter Sellers (impegnato in ben tre ruoli) e a George C. Scott, Sterling Hayden si prese una sublime rivincita politica. Impersonò un generale dell’aviazione, che imputava le proprie defaillances sessuali con la giovane amante ad un complotto comunista. In questa commedia apocalittica, egli seppe dare una credibilità quasi commovente ad un militare paranoico che scatena la terza guerra mondiale, nucleare (!), essendo convinto che la propria impotenza sessuale sia dovuta ad un folle sabotaggio ordito dai sovietici, i quali avrebbero contaminato l’acqua potabile negli Stati Uniti.
Partecipò negli anni Sessanta ad alcuni prodotti di qualità, continuando a navigare in giro per il mondo, tra una produzione e l’altra, ma ritornò in auge nei primi anni Settanta.
Dapprima, grazie ad una parte di contorno ne Il padrino (1972), il capolavoro di Francis Ford Coppola, in cui interpretava McCluskey il poliziotto corrotto ucciso da Al Pacino, alias Michael Corleone. E subito dopo, interpretando un ruolo in cui c’era molto di suo, il romanziere ubriacone e suicida di Il lungo addio (1973, di Robert Altman), duettò superbamente col protagonista Elliot Gould.
Inoltre ebbe un momento di popolarità partecipando ad un seguitissimo show televisivo della NBC, nel corso del quale raccontò molte delle sue disavventure. Poi, nel 1975, dovette rinunciare alla parte poi andata a Robert Shaw, ne Lo squalo (1975, di Steven Spielberg). Era, infatti, uscito dagli Stati Uniti per sfuggire al fisco americano. Ma nel suo soggiorno forzato in Europa Bernardo Bertolucci lo arruolò nel ricchissimo cast di Novecento (1976), che comprendeva Robert De Niro, Gerard Depardieu, Dominique Sanda, Romolo Valli, Donald Sutherland, Stefania Sandrelli, Alida Valli, Laura Betti, Stefania Casini e Burt Lancaster.
In particolare, Bertolucci gli affidò la parte di Leo Dalcò, il patriarca della famiglia contadina. E Sterling Hayden fu di un’efficacia sconcertante nell’interpretare questo contadino (socialista) emiliano. Vi mise una forza e un’autenticità uniche.
Sembrava davvero non aver mai fatto altro che il bracciante nella bassa emiliana. Ogni suo gesto e ogni suo sguardo esprimevano una dignità e un’autorevolezza naturali e antiche.
Sterling Hayden visse, dunque, da protagonista le più macroscopiche contraddizioni del Novecento. L’amore per una donna e per la causa della libertà, insieme allo spirito d’avventura, lo resero un eroe della Seconda Guerra Mondiale. L’isteria e la paranoia collettive e il carattere grigio e subdolo della Guerra Fredda lo resero un traditore. Furono la scrittura e l’amore per il mare, oltre a quello per i figli, a salvarlo dalle forze autodistruttive generate dalla vergogna e dal senso di colpa. 