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18 risultati per la ricerca di: legittimazione culturale della violenza

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La violenza sui social e la mediazione dei conflitti: una proposta di Social Media Conflict Management

Come possiamo reagire alla tendenza crescente ad una comunicazione sempre più violenta sui social? Rispondiamo all’odio con un altro odio, che è frutto della paura e dell’angoscia suscitate dall’odio delle comunicazioni violente? Reagiamo con la violenza verbale alla violenza verbale? Demonizziamo chi, comunicando in modo violento, diffonde la violenza, finendo così anche noi con il contribuire alla demonizzazione altrui e alla legittimazione culturale della violenza? Oppure pensiamo alla de-escalation, cioè tentiamo di disinnescare le premesse della violenza, come, ad esempio, la de-umanizzazione dell’altro? Se la mediazione dei conflitti approdasse sui social (si potrebbe chiamarla Social Media Conflict Management), adempirebbe anche ad una funzione culturale: contribuirebbe a riabituarci a pensare (quindi anche a leggere e a ragionare) anche sui social. 

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Colpa della vittima?

Perché si dovrebbe sostenere che è per colpa della vittima se essa ha subito una violenza? In realtà, non si dovrebbe, punto e basta. Però, a volte sui media e sui social, a volte, si tende ad attribuire la colpa alla vittima. Perché? Perchè viene ri-vittimizzata e a volte strumentalizzata?

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Autorizzazione della violenza

La continua demonizzazione e criminalizzazione degli immigrati e il tentativo di screditamento ed emarginazione di coloro che non nutrono sentimenti xenofobi fanno parte di una linea politica intrinsecamente violenta. Che, però, ha come possibile effetto, e forse anche come obiettivo politico o perfino come dato costitutivo, la creazione di condizioni culturali favorevoli ad un’autorizzazione della violenza razzista.

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La politica della scorrettezza politica

Per alcuni anni pare esservi stata una forma di pensiero che, nutrendosi soprattutto inizialmente di un’ispirazione liberal e radical come movimento di idee sorto nelle università americane, dagli anni ottanta in poi, si é gradualmente affermata fino a diventare prevalente, se non dominante, riverberandosi anche sul piano normativo: si tratta della correttezza politica. Tale forma […]

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Psiconani ed ebetini, gufi e rottami, rosiconi e alessitimici, infami e bamboline: l’autolegittimazione delle aggressioni verbali nel conflitto politico

Nella vita di tutti i giorni capita che i protagonisti di un conflitto – in famiglia, sul luogo di lavoro, sul pianerottolo, ecc. – assumano atteggiamenti che rasentano il codice penale oppure che varchino decisamente le soglie del lecito, commettendo reati quali: ingiuria (per l’art. 594 del Codice penale, punito con la reclusione fino a […]

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Distanziamento spaziale e distanziamento umano

Il distanziamento spaziale, al quale siamo stati vincolati per via del Coronavirus, non è traducibile in distanziamento umano. O, almeno, non dovrebbe. Tuttavia, negli ultimi anni, un certo distanziamento umano è stato così largamente propagandato e praticato, che l’esperienza dell’epidemia potrebbe non bastare a farci capire la natura auto-distruttiva del “ribaltamento valoriale” che lo sottende. In questo post, allora, ipotizziamo che si potrebbe conseguire un avvicinamento umano, se nuove politiche economico-sociali, finalmente attuative dei compiti assegnati alla Repubblica dalla Costituzione, si integrassero con un New Deal culturale e relazionale: cioè con servizi e prassi di ascolto, per dare alla paura, al dolore e alla rabbia la dovuta cittadinanza, impedendogli di pretendere i pieni poteri, e di mediazione, per ri-umanizzarci reciprocamente.

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La deumanizzazione delle persone senza fissa dimora

In questo post si propongono delle riflessioni sulla de-umanizzazione in generale e, in particolare, sulla deumanizzazione di cui sono fatte oggetto le persone senza fissa dimora.  Sempre di più, infatti, nella nostra società regna l’indifferenza nei confronti di queste persone, tanto che si giunge a vivere e a pensare come “normale” la condizione di marginalizzazione sociale: i nostri sentimenti, al riguardo, appaiono così anestetizzati che non proviamo più neppure indignazione per il fatto che vi siano delle persone costrette a dormire per la strada, anzi, percepiamo quella situazione come se fosse una condizione naturale, se non addirittura una colpa imputabile proprio a chi finisce per strada.

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Paul Newman, un uomo oggi

«Ciò che vorrei scritto sulla mia tomba», disse una volta Paul Newman, «è che sono stato parte della mia epoca».

Lo fu, eccome se lo fu. E fu anche fortunato, certo. Però, seppe condividere i benefici che la fortuna gli portò. Si batté per le sue idee e i suoi valori, in campo politico, culturale, sociale e ambientale, con la stessa generosità con cui si impegnò nel sostegno verso i sofferenti e con lo stesso sentimento di gratitudine. Poco prima di morire disse alle sue figlie:

«è stato un privilegio essere qui».