Il 22 settembre 1922 si consuma la strage di Casignana

L’interrogazione parlamentare dell’onorevole Mastracchi, in merito ai fatti di cui trattiamo oggi, testimonia della situazione calabrese durante il primo dopoguerra:

Lamentavo nella mia interrogazione che le autorità locali si facessero indirettamente conniventi con le clientele locali per contrastare ai combattenti reduci dalle trincee, ai contadini calabresi, il diritto di rivendicare con l’effettivo lavoro quei terreni tenuti per decenni incolti dai signori feudatari.

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Svariati ettari di terreno risultavano, infatti, nelle mani dei possidenti locali, che non permettevano ai braccianti di sfruttarli come avrebbe voluto, impedendone, di conseguenza, l’emancipazione dal giogo economico cui erano sottoposti.

Il 2 settembre 1919, il Governo Nitti emise un decreto in favore degli ex combattenti: da quel momento in poi, potevano essere assegnate terre incolte ad associazioni o enti da essi costituiti. Un nutrito gruppo di speranzosi fondò, quindi, la Cooperativa Garibaldi, a cui fu concessa la foresta di Callistro, proprietà della famiglia Carafa: per quattro anni avrebbero avuto l’opportunità di occupare legittimamente quell’appezzamento di terra. Il prefetto di Reggio Calabria aveva dunque riacceso la fiamma della speranza in quei poveri contadini: l’indipendenza economica, e sociale, si profilava all’orizzonte.

Fu lo stesso prefetto che, tuttavia, pochi giorni più tardi accolse la domanda dei Carafa, con cui chiedevano la restituzione della foresta, spegnendo così quel tenue bagliore. Ai braccianti rimasero solo gli strumenti del proprio lavoro, non la terra su cui utilizzarli. Arriviamo, quindi, al 22 settembre: da una parte abbiamo i contadini della cooperativa, guidati da sindaco e vice di Casignana, Ceravolo e Micchia; dall’altra, il vicecommissario Rossi e i carabinieri di scorta, affiancati dai nemici della stessa cooperativa, fra cui alcuni fascisti. I primi si recavano a notificare l’inviso provvedimento, mentre i secondi si ribellavano a quell’atto, vissuto come repressivo della loro libertà. Un colpo di fucile ferì gravemente Ceravolo, e in un attimo si scatenò la sparatoria. Tre morti, sei feriti gravi e diverse decine di feriti lievi si contarono al placarsi delle armi.

Considerato il rischio di diffusione dell’ideale socialista, in seguito alla morte di chi lo portava come bandiera, Giuseppe Bottai, gerarca fascista, scese in quelle terre per meglio valutare la situazione: non si poteva permettere un cambiamento tanto radicale come quello della liberazione dei contadini. Il viaggio di verifica si svolse tranquillamente, ma, proprio sul finire, un agguato ferì a un braccio un componente del suo seguito.

Giuseppe Naim, Presidente della cooperativa Garibaldi, non aveva partecipato alla marcia del 22 settembre, essendosi recato a Reggio Calabria, per dirimere la questione direttamente con Prefetto. Se questo gli valse la salvezza dall’eccidio, la sua abitazione non uscì indenne dagli eventi: la rappresaglia per l’affronto subito dalla squadra di Bottai le costò la devastazione.

 

Alessio Gaggero

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