Verso uno Stato etico, religioso e sociale

Il 9 dicembre si compie un altro passo verso l’edificazione di uno Stato etico, religioso e sociale. Un passo, che nel suo compiersi pare quasi scontato e che agli italiani sfugge pressoché del tutto. L’intenzione, infatti, è quella di far passare sotto silenzio questo decisivo passaggio della transizione in corso. Il Parlamento è stato adeguatamente demonizzato, i partiti che un tempo vi erano rappresentati, di maggioranza e di opposizione, sono stati prima delegittimati nella percezione di una parte dell’elettorato, poi, divenuti tutti minoranza parlamentare, sono stati emarginati. I governi precedenti sono stati oggetti di una tale campagna di discredito che sono davvero pochi quelli che li rimpiangono. Perciò, questa ulteriore tappa, dal punto di vista del potere, va affrontata senza suscitare alcun clamore, facendola apparire, ai pochissimi che dovessero farci caso, come qualcosa di rilevanza davvero modesta.

Del resto, perché un governo intento ad edificare uno Stato etico, religioso e sociale dovrebbe prendersi la briga e il rischio di rivolgersi al popolo annunciandogli che gli si sta togliendo anche l’ultimo brandello del diritto di eleggere i propri rappresentanti? Perché correre il pericolo che il cittadino si ricreda e si accorga che il Potere sta per riprendersi quasi tutto quello che lui aveva guadagnato nel corso dei secoli, affrontando lotte e repressioni, rivoluzioni e restaurazioni, riforme e controriforme?

 

Dux

Nel 1923 lo scultore Adolfo Wildt, sul modello dei busti romani, ne aveva realizzato uno per Mussolini, presentato alla Biennale di Venezia l’anno dopo. Nel giungo del ’26 Margherita Sarfatti, la direttrice di “Gerarchia”, amica, amante e concubina semiufficiale di Benito Mussolini, sua confidente privilegiata, da lui ascoltatissima consigliera in ambito culturale e rilevantissima organizzatrice del suo mito, oltre che dama di compagnia della regina, aveva dato alle stampe, presso Mondadori, la biografia del «Capo del governo e Duce del fascismo», intitolata “Dux” [1].

Con l’immagine e con la parola si sviluppava ulteriormente, prendendo un nuovo slancio, l’edificazione del mito mussoliniano, concepito dalla stessa Sarfatti e condiviso da Mussolini: questi nella mente degli italiani doveva diventare l’uomo della Provvidenza, colui al quale l’Italia aveva assegnato l’alta impresa di restaurare la grandezza della Roma dei Cesari.

La via costituzionale verso l’instaurazione dello Stato etico, religioso e sociale

Com’è noto, era occorso un po’ di tempo a Mussolini per arrivare fino a lì. Neanche troppo, in effetti, trattandosi di sbranare, un pezzo alla volta, il corpo già ferito, afflitto e stanco del regime democratico dello Stato liberale [2]. Tutti i provvedimenti visceralmente antidemocratici fin lì adottati da Mussolini (riassunti alla nota 2), che avevano portato alla soppressione o alla fortissima restrizione delle libertà fondamentali degli italiani e alla messa fuori legge dell’opposizione, erano stati presi, però, nel rispetto formale della costituzione vigente, grazie all’abilità del Ministro della Giustizia, Alfredo Rocco. Lo Statuto Albertino restava in piedi e non veniva abrogato [3].

Ma per il Duce tutto questo potere non era abbastanza.

Mussolini voleva di più, molto di più. Non gli era sufficiente essere a capo di una tipica dittatura militare, né si accontentava di governare “un regime eccezionale” come quelli instaurati nel periodo liberale per fermare l’affermazione del comunismo. Voleva radicalmente  trasformare gli individui che compongono la società, per sottoporla all’onnipotenza dello Stato. Ma non di uno Stato qualsiasi, bensì di quello che il ministro Rocco, in un discorso del marzo del ’28, chiamò lo Stato etico, religioso e sociale.

Il Partito Nazionale Fascista, come strumento per l’edificazione dello Stato etico, religioso e sociale in senso fascista, con un solo uomo al comando

Dalla sua fondazione nel marzo del 1919 il movimento fascista aveva subito una significativa trasformazione, funzionale ai traguardi che di volta in volta il suo capo e fondatore si dava.

Da “antipartito” a partito di Stato

Fino al ’21 era stato l’“antipartito” generativo di una forza politica nuova in tutto e per tutto, rappresentante il meglio della gioventù uscita e forgiata dalla Grande Guerra. Tra il ’21 e il ’22 era divenuto un’organizzazione politica, classica, sì, ma la cui violenza intrinseca era organizzata militarmente onde costituire un efficace e potente strumento per la conquista del governo. Con la crisi innescata dall’omicidio di Matteotti, il PNF, con il suo braccio armato, poliziesco e militare insieme, era diventato uno strumento per reprimere e isolare l’opposizione. Il 7 aprile del ’26, poche ore dopo il fallito attentato compiuto da Violet Gibson (ne abbiamo parlato qui), Mussolini aveva detto chiaramente che il PNF, divenuto nel frattempo partito unico, sarebbe stato subordinato al governo e al suo capo, che erano l’incarnazione suprema dello Stato. E intendeva uno Stato etico, religioso e sociale fascista.

«Lo Stato fascista è il governo fascista, e il Capo del governo fascista è il capo della rivoluzione fascista»

In quell’occasione davanti al direttorio del PNF, Benito Mussolini aveva affermato:

«La più alta espressione del regime è il governo […] Lo Stato fascista è il governo fascista, e il Capo del governo fascista è il capo della rivoluzione fascista».

Un mese e mezzo dopo, il 25 maggio 1926, a Genova aveva aggiunto:

«Nella vita nazionale vi deve essere uno solo che comanda».

Per ridurre il PNF all’obbedienza più totale, Mussolini aveva silurato Farinacci, colui al quale, già ras di Cremona, nel febbraio ’25, aveva affidato il compito di ridurre il partito all’obbedienza, contando sulla brutalità e l’efficienza che aveva sempre dimostrato. Farinacci, però, per il duce era incline all’indipendenza, quindi, era stato sostituito nel ’26 da Augusto Turati, più capace di trattare con Mussolini, ma di rigorosa intransigenza anch’egli. Tanto che da subito si dedicò a all’espulsione dei militanti sgraditi [4]. Ne risultò un cambiamento anche sociologico, un imborghesimento assai marcato [5].

Il PNF come «strumento cosciente della volontà dello Stato»

Soprattutto, Augusto Turati aveva sottoposto il partito ad una rigida disciplina: non vi erano ammesse le correnti, non poteva valere il principio democratico dell’elezione, visto che era stato abolito per l’intero Paese, doveva essere totalmente subordinato allo Stato. La sua funzione era quella di «strumento cosciente della volontà dello Stato». E in tal senso era concepito il nuovo statuto approvato il 18 ottobre del 1926, che poneva formalmente il Duce al vertice della gerarchia del partito e innalzava il Gran Consiglio del Fascismo (ne abbiamo parlato qui, qui e qui) a «organo supremo del fascismo». Un organo, però, presieduto da Mussolini e convocato su sua iniziativa.

La passività di Vittorio Emanuele III e dei senatori

Certamente il Capo del Governo pativa il non poter essere anche il Capo dello Stato ed era costretto a mettere la sordina ai suoi sentimenti anti-monarchici, che aveva da sempre nel sangue e ribollivano per farsi realtà.

Ma il duce sapeva anche che il Re non avrebbe interferito seriamente nei suoi programmi di fascistizzazione dello Stato e del popolo.

L’accordo tacito tra il Re e il duce per mantenere la finzione della monarchia costituzionale

Formalmente vigente, lo Statuto Albertino conservava al Re il potere di revocare il Capo del Governo e di nominarne un altro, ma Mussolini conosceva due punti deboli del sovrano che erano altrettanti punti di forza per lui: sapeva che per il Re contemplare la decisione di revocargli l’incarico significava misurarsi con il timore che insieme al fascismo potesse cadere anche la monarchia; ne aveva valutato puntualmente il carattere timoroso e indeciso e l’attitudine formalista. D’altra parte, Vittorio Emanuele sapeva che il duce era cosciente di non poter mettere in pratica il suo sogno fondare una repubblica fascista e di essere costretto a preservare la facciata della monarchia costituzionale. Il tentare di farlo, infatti, lo avrebbe portato allo scontro con una forza pericolosissima: quegli ambienti conservatori legati a Casa Savoia in cui si installavano le più alte gerarchie militari

L’inconsistenza quasi totale del Senato

Mussolini aveva accettato anche di conservare il Senato. Ne stimava assai poco i membri e non li riteneva capace di assurgere al rango di difensori della democrazia che egli stava smembrando. Eppure, costoro, di nomina regia e aventi una posizione e uno status tali da non esporli a seri rischi di contraccolpi, se si fossero compattati a difesa della democrazia, magari con il sostegno e lo stimolo di un monarca meno timoroso, avrebbero potuto costituire un centro di opposizione vera. Ma non fu così. Con poche eccezioni, lodevolissime e coraggiose proprio in quanto isolate, i senatori si limitarono a lasciarsi ricoprire dagli onori elargitigli generosamente dal regime, approvandone in cambio anche i più antidemocratici provvedimenti.

La legge del 9 dicembre del ’28 che segnò la totale scomparsa di ogni residuo di democrazia rappresentativa

Analogamente anche la Camera avrebbe potuto essere risparmiata, essendo già stati espulsi gli oppositori ritiratisi sull’Aventino e sciolti e dichiarati fuori legge tutti i partiti tranne quello fascista. Però attorno a Giolitti si era costituita una piccola cerchia di oppositori al regime, che pur costretta a votare, a scrutinio segreto, soltanto contro i bilanci e le leggi proposti dal governo, costituiva per Mussolini un fastidio intollerabile, un ostacolo verso la meta dello Stato etico, religioso e sociale in senso fascista.

La legge sull’ammissibilità delle sole «liste di sicura fede fascista»

Così Mussolini chiese al Gran Consiglio del Fascismo di elaborare una legge che modificasse radicalmente l’elezione dei deputati: il testo, approvato dalla Camera dei Deputati nel marzo del ’28 e promulgato due mesi dopo, istituiva le «liste di sicura fede fascista». Di fatto, veniva meno ogni criterio elettivo degno di tale nome e si introduceva il meccanismo plebiscitario [6].

La reazione della sparuta opposizione al Senato

Tra i senatori dell’opposizione sopravvissuti alcuni fecero rilevare l’incompatibilità costituzionale oltre che l’assurdità logica (assurdità logica, se vista in una cornice democratica, ma perfettamente logica in prospettiva autoritaria) del provvedimento: che senso aveva, chiesero, far scegliere la lista dei deputati eleggibili da un organo di partito che non aveva alcuna rilevanza istituzionale in senso legale?

Il Gran Consiglio diventa l’organo supremo dello Stato e il canale per la sua infiltrazione da parte del PNF

Mussolini, da par suo, prese quei senatori in parola. Se il problema era quello, bastava dare al Gran Consiglio del Fascismo piena esistenza legale. E così si ebbe la legge del 9 dicembre del ’28. Secondo tale normativa il Gran Consiglio del Fascismo, presieduto dal Capo del governo e composto dai quadrumviri della marcia su Roma, da altri vertici del PNF, nonché dai ministri in carica e dai sottosegretari alla presidenza del Consiglio e all’Interno, dal capo della Polizia, dallo Stato Maggiore della Milizia Volontaria per la Sicurezza dello Stato, diventava l’organo supremo dello Stato. Infatti, aveva non soltanto il compito di redigere le liste dei candidati alla Camera dei Deputati, ma anche quello formare la lista dei nomi da sottoporre al Re per la nomina del Capo del Governo, in caso di vacanza di questi.

In pratica, per l’art. 13, il Gran Consiglio era l’intermediario insostituibile per la nomina del Presidente del Consiglio dei Ministri. Si introduceva, quindi, lo strumento principale per imporre una legalità fascista e infiltrare attraverso il Gran Consiglio fascisti di sicura fede ai vertici di tutte le istituzioni dello Stato. Ogni traccia di democrazia rappresentativa dileguava. Le elezioni sarebbero state, da quel momento in poi e fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, un mero proforma.

Lo Stato etico, religioso e sociale in senso fascista, però, si rivelava di cartapesta. Lo stesso duce, al fine, risultò anche agli occhi dei più distratti, assai meno di un colosso dai piedi di argilla: una tragicomica e grottesca figura, per quanto sanguinaria, astuta e spietata.

Alberto Quattrocolo

 

Fonti

Renzo De Felice, Breve storia del Fascismo, Mondadori, Milano, 2002

S. Luzzatto e V. De Grazia (a cura di), Dizionario del fascismo, Einaudi, Torino, 2005

P. Milza, Mussolini, Carocci, Roma, 2000

G. Pisanò, Storia del Fascismo, Pizeta, Milano, 1990

 

 

[1] Il testo era stato pubblicato in prima edizione a Londra nel settembre del 1925, in una tradizione inglese dal titolo The Life of Benito Mussolini. Prima che avvenisse la pubblicazione dell’edizione italiana comparve un’altra biografia del giornalista Giorgio Pini, un’apologia breve, destinata ad un pubblico popolare: Mussolini. La sua vita fino ad oggi dalla strada al potere, edito dalla casa Cappelli, di Bologna (1926). Il libro di Pini ebbe 19 edizioni e fu tradotto in dodici lingue, quello della Sarfatti ne ebbe 5 solo nel ’26 e 17 nei dodici anni seguenti, venendo tradotto in circa venti lingue, tra cui il turco e il giapponese.

[2] A farla breve, vi erano stati: la marcia su Roma esitata nell’affidamento da parte del Re dell’incarico di Presidente del Consiglio; la violenza squadrista dispiegata contro l’opposizione in modo diffuso, ancorché mirato; il consolidamento dell’appoggio da parte del Re, dei vertici militari e dei capitani dell’industria; l’estensione e il rafforzamento dell’originaria approvazione degli ambienti conservatori e di destra, preoccupati dal riformismo dei socialisti moderati e atterriti dal bolscevismo; l’ottenimento da pare del Parlamento dei “pieni poteri”, che permisero tra le altre cose, l’istituzione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, da impiegarsi verso gli oppositori nella politica, nei sindacati e nella cultura; l’ulteriore consolidamento dell’area conservatrice del Paese, fino a farne confluire la rappresentanza politica quasi integralmente nel Partito Nazionale Fascista o, comunque, in liste minori ad esso alleate; l’approvazione della legge Acerbo, studiata per assicurare al PNF e ai suoi alleati il successo più completo alle elezioni, grazie alla intimidazioni fasciste, ai primi provvedimenti antidemocratici e ai brogli elettorali; dopo l’assassinio del deputato socialista unitario Giacomo Matteotti, un’impennata repressiva ai danni di tutti gli antifascisti; i provvedimenti legislativi resi “digeribili”, grazie al fallito, e irrealizzabile, attentato di Tito Zaniboni, che consentì l’istituzione della funzione per Mussolini di «Capo del Governo e Duce del fascismo», responsabile solo davanti al Re e sottratto alla fiducia del Parlamento, l’attribuzione del potere legislativo al Governo con riduzione del Parlamento a camera di registrazione delle leggi governative, l’eliminazione del carattere elettivo delle Provincie e dei Comuni, la dichiarazione della decadenza da parlamentari di coloro che si erano ritirati sull’Aventino per reazione al delitto Matteotti all’involuzione dittatoriale, la revoca degli impiegati pubblici infedeli al fascismo; l’emanazione delle “leggi fascistissime”, autentici pilastri dell’erigendo Stato totalitario, che, oltre a dare luogo allo scioglimento di tutti i partiti e di tutte le associazioni anti-fasciste e alla soppressione della stampa anti-regime, istituì il confino di polizia per i dissidenti, la polizia politica segreta (l’O.V.R.A.) e il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato.

[3] La costituzione – concessa dal Re Carlo Alberto nel 1948 e che aveva reso i piemontesi sudditi di una monarchia costituzionale e, poi, con l’Unità d’Italia, aveva reso gli italiani cittadini di un Paese fondato sui pilastri del sistema liberale (separazione dei poteri, con quello legislativo avente natura elettiva; uguaglianza dei cittadini davanti alla legge; presunzione di innocenza nei tribunali, impossibilità di essere perseguiti penalmente se non si è commesso un fatto già previsto dalla legge come reato …) -, formalmente, cioè in termini strettamente procedurali, era stata grosso modo rispettata da Mussolini, che, così, poteva contare anche su questa legittimazione formale.

[4]  7400 dal primo mese del suo mandato, tra cui 5 deputati; tra il ’26 e il ’27 altri 2000 dirigenti e ben 30.000 aderenti, arrivando entro il ’30 a fare fuori 60.000 iscritti, senza contare le migliaia di aderenti che si tolsero dai piedi senza sollevare formali polemiche. Poi, data una certa caduta delle adesioni al partito sotto la sua direzione, pur in presenza di un saldo attivo, e a causa dell’emersione degli sporchi affari (stornamento di fondi, ecc.) da parte dei dirigenti locali, anche Turati fu dimissionato e sostituito da Giuriati nel ‘30.

[5]  Chi se ne andava o veniva cacciato apparteneva alla piccola borghesia, cittadina e delle campagne, artigiani inclusi, e in minore ma non insignificante parte al mondo operaio e contadino; i nuovi arrivati erano, invece, della classe media agiata – liberi professionisti e impiegati – e della casta dei ricchi possidenti. Costoro, per effetto dell’epurazione, potevano stare dentro il PNF senza avere a che fare con la volgarità e il linguaggio rivoluzionario di quelli che fin lì avevano svolto il ruolo di truppe d’urto e repressione della “rivoluzione” fascista.

[6] Le Confederazioni Nazionali delle Corporazioni presentavano 800 candidati, mentre altri 200 erano proposti da organismi pubblici, poi spettava al Gran Consiglio del Fascismo selezionare tra questi 1000 candidati 400 da sottoporre al voto popolare per eleggere appunto 400 deputati.

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