Un’avventura senza ritorno

La notte tra il 16 e il 17 gennaio del 1991 iniziò quella che Papa Giovanni Paolo II, definì un’avventura senza ritorno: la guerra. Era l’Operazione Desert Storm. Un’avventura senza ritorno per i tanti – civili e militari – che vi persero la vita, ma, forse, anche un’avventura senza ritorno per la vita attuale di centinaia di milioni di persone.

Quel 16 gennaio del 1991 era scaduto il termine, imposto all’Iraq per il ritiro dal Kuwait, dalla Risoluzione 678 del 29 novembre del 1990, adottata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Entro la mezzanotte del 15 gennaio ’91, le 8 del mattino del 16 per Baghdad, le truppe irachene, dunque, dovevano lasciar libero il territorio kuwaitiano. Dopo quella data, sarebbe stato possibile procedere con la forza.

Le truppe di Saddam Hussein, il 2 agosto dell’anno precedente, avevano occupato ed annesso il ricco emirato del Kuwait, dando, così, il via a quella che sarebbe diventata la prima guerra del Golfo (2 agosto 1990 – 28 febbraio 1991).

Il 25 dicembre ’90, nel suo messaggio urbi et orbiGiovanni Paolo II, dichiarando, come abbiamo ricordato, che la guerra era un’ avventura senza ritorno, rivolse un appello a “percorrere le strade dell’intesa e della pace“, ma 22 giorni dopo una coalizione composta da 35 stati costituitasi sotto l’egida dell’ONU e guidata dagli Stati Uniti, diede il via a quella che venne definita anche come la prima guerra del villaggio globale.

Dalla Guerra tra Iraq e Iran alla prima guerra del Golfo

In realtà, l’avventura senza ritorno in Iraq aveva radici lontane, come generalmente accade nei conflitti.  Si potrebbe retrodatarla al 1961, cioè all’anno dell’indipendenza del Kuwait dal dominio inglese, che, di fatto, azzittì le rivendicazioni dell’Iraq, il quale contava sul controllo del territorio kuwaitiano per avere un adeguato accesso diretto al mare: un accesso, cioè, che non lo obbligasse a dipendere, per gli scambi commerciali, da altri stati, cioè proprio il Kuwait e l’Iran.

Un lungo sanguinoso inutile conflitto

Volendo circoscrivere l’esplorazione delle radici di quel conflitto, queste possono essere rinvenute nella precedente guerra tra Iraq e Iran (1980-1988), cui abbiamo accennato qui: 8 anni di intenso conflitto, che costarono la vita ad un milione di persone e senza alcun risultato, visto che non diede luogo a mutamenti né rispetto al territorio dei due stati in guerra né rispetto ai regimi che li governavano.
Alla base di quella guerra vi erano stati, però, non pochi elementi in gioco. Alcuni più evidenti, altri meno: tra i primi: le dispute territoriali, la contrapposizione ideologica tra i due regimi dittatoriali (laico quello iracheno e religioso, anzi teocratico, quello iraniano) e la conflittualità tra sunniti e sciiti (la minoranza sunnita al potere in Iraq temeva la prossimità con il principale paese sciita del Medioriente); tra i secondi la politica degli Stati Uniti e dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. USA e URSS, infatti, non erano indifferenti alle tensioni tra i due governi, anzi, avevano non pochi interessi allo sviluppo di un conflitto.

Nel 1979, con una rivoluzione religiosa, l’Ayatollah Khomeini aveva preso il potere, destituendo lo scià Mohammed Reza Pahlavi e trasformando l’Iran da principale alleato americano in Medioriente a suo principale avversario. Anzi, Khomeini incitava l’intero mondo arabo a ribellarsi all’imperialismo degli Stati Uniti. L’Iran, però, non era diventato scomodo solo per Washington. Finanziava anche, insieme agli USA, la resistenza afghana contro l’invasione sovietica del paese, iniziata proprio quarant’anni fa.

L’Iraq di Saddam Hussein costituiva per la Russia una non minore fonte di preoccupazione. Fin dal momento in cui aveva assunto la leadership, il dittatore iracheno aveva adottato un atteggiamento assai meno meno filo-sovietico del suo predecessore, Ahmed Hasan al-Bakr, costituendo, così, una minaccia per gli interessi e le mire dell’URSS in quell’area.

L’America e la Russia dietro le quinte di quel conflitto

Sia per gli USA che per l’URSS i due regimi erano fonte di preoccupazione, li consideravano fattori di destabilizzazione per i loro interessi e le loro mire. Così, presero a finanziare ed armare indistintamente entrambi i paesi, contando che, in tal modo giungessero a indebolirsi reciprocamente. Dopo otto anni di guerra, in effetti, questo esito, sotto molteplici aspetti, poteva dirsi conseguito. Le popolazioni iraniane ed irachene avevano patito l’inimmaginabile e, nel 1988, entrambi i paesi erano ridotti allo stremo. Ma i due regimi non erano crollati. L’Iraq, per far fronte allo sforzo bellico, aveva contratto un enorme debito, oltre 60 miliardi di dollari, con paesi avversi all’Iran, sia occidentali che mediorientali, tra i quali il Kuwait, cui doveva restituirne ben 14.

Il debito di Saddam con il Kuwait e le tensioni tra i due paesi per il petrolio

I tentativi negoziali tra Iraq e Kuwait per risolvere la questione non portarono ad un’intesa, anzi, diedero luogo all’avvio di una tensione, che, cresciuta per un paio d’anni, esitò in un altro conflitto. Infatti, Saddam non era in grado e, comunque, non era disposto a saldare il debito con il piccolo emirato, mentre questo era indisponibile a rinunciarvi. Inoltre, Baghdad sosteneva che il Kuwait, in realtà, fosse da sempre una parte integrante dell’Iraq, separata artificialmente dall’imperialismo britannico, la cui indipendenza, pertanto, era discutibile, non potendo, secondo Saddam, essere seriamente riconosciuta. Per giunta, Saddam accusava il Kuwait di estrarre petrolio dal sottosuolo iracheno, in particolarmente lungo il confine con la regione della Rumayla, assai ricca di greggio. Ciò costituiva un elemento di scontro aggiuntivo alla controversia, vecchio di ottant’anni, sugli isolotti Bubiyan e Warbah – attraverso i quali si controlla il Golfo Persico. Il Kuwait, da parte sua, nell’89, aveva ottenuto dall’OPEC il consenso ad aumentare la sua produzione di petrolio del 50 per cento, così prevenendo quell’aumento del prezzo del petrolio su cui faceva affidamento l’Iraq per reperire le risorse finanziarie da impiegare per estinguere i debiti generati dal conflitto con la teocrazia iraniana.

Come si sarebbe, poi, espresso Karol Wojtyla, la guerra Iraq-Iran si stava rivelando un’avventura senza ritorno non solo per le vittime che aveva causato e per le sofferenze procurate ai popoli della due nazioni, ma anche perché, a distanza di appena due anni dalla sua fine, stava conducendo ad un altro conflitto.

Il turno del Kuwait

Saddam Hussein, il 25 luglio del ’90 interloquì con l’ambasciatrice statunitense in Iraq, April Glaspie, per sapere quale sarebbe stato l’atteggiamento americano in caso di guerra con il Kuwait e si fece l’idea che gli Usa non sarebbero intervenuti. Sette giorni dopo, ebbe inizio l’invasione del Kuwait, senza che fosse preceduta da una dichiarazione di guerra.

Colto di sorpresa e decisamente inferiore a quello del rais, l’esercito dell’Emiro Jabir III fu velocemente sopraffatto, e in due giorni circa gli iracheni giunsero alla la residenza reale. L’emiro riuscì a mala pena a sottrarsi alla cattura, ma gli altri membri della famiglia reale furono uccisi. Da quel momento e per 7 mesi gli iracheni spadroneggiarono nel Kuwait, saccheggiando e commettendo gravi abusi e violazioni dei diritti umani.

Le prime due risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e il timore di un’aggressione irachena all’Arabia Saudita

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvò la Risoluzione 660, con la quale ingiungeva all’Iraq di ritirarsi immediatamente dal territorio kuwaitiano. Dopo pochi giorni, con la Risoluzione 661 venne stabilito l’embargo commerciale, finanziario e militare nei confronti dell’Iraq. Questa risoluzione fu approvata con 13 voti a favore e due astensioni (Yemen e Cuba). Ma gli effetti di entrambe le risoluzioni sulla determinazione del regime iracheno furono nulli. Anzi, si profilò il timore che il dittatore iracheno intendesse ripagare l’Arabia Saudita per il sostegno economico fornitogli nella guerra contro l’Iran con la stessa moneta impiegata per saldare quello con il Kuwait: invadendola. Anche con l’Arabia Saudita vi erano delle controversie relative a fruttuosi pozzi petroliferi lungo il confine tra i due stati.
Bush senior di fronte a tale pericolo rinforzava la sua convinzione che l’unica risposta possibile all’invasione del Kuwait fosse la guerra. Non a caso, come fece poi anche suo figlio in occasione della Seconda Guerra del Golfo, sostenne il parallelo tra Saddam e Hitler. La mancata opposizione militare all’annessione del Kuwait, sosteneva, avrebbe stimolato Saddam ad attaccare anche l’Arabia Saudita, come nella Conferenza di Monaco del 1938 la mancata reazione militare di Gran Bretagna e Francia all’invasione nazista dei Sudeti aveva consentito ad Hitler di proseguire la sua politica espansionistica, trascinando il mondo nella seconda guerra mondiale.
Il re saudita Fahd, preoccupato, si premurò di chiedere all’Assemblea degli Ulema, la più alta autorità religiosa sunnita, una fatwa a favore dell’ingresso delle truppe statunitensi in Arabia Saudita per difenderne il territorio dalle mire irachene. Nel giro di pochi mesi mezzo milione di soldati americani ed enormi quantità di materiale bellico furono schierate lungo il confine con l’Iraq.

La Risoluzione ONU 678 del 29 novembre 1990 e la posizione italiana

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Dal 2 agosto 1990 al 28 febbraio 1991, data di cessazione dalle ostilità, il parlamento italiano dedicò alla guerra del Golfo 39 sedute, tra assemblee plenarie e di commissioni. La prima si svolse, l’11 agosto, 10 giorni dopo quello di inizio dell’invasione del Kuwait e già emersero i primi distinguo tra le forze di governo, presieduto da Giulio Andreotti (Democrazia Cristiana, Partito Socialista, Partito Socialdemocratico, Partito Repubblicano e Partito Liberale) e le opposizioni, con l’eccezione del Movimento Sociale – Alleanza Nazionale, sostenitore di un intervento di natura ancor più marcatamente bellica rispetto a quello adottato dagli USA. Il 14 agosto, il Governo Italiano, con un comunicato ufficiale, dichiarò di apprezzare l’immediatezza con la quale gli stati Uniti d’America hanno corrisposto alle esigenze difensive dell’Arabia Saudita e di aver inviato nel Mediterraneo orientale tre navi da guerra (le fregate “Orso” e “Libeccio” e la nave d’appoggio “Stromboli”).

Gli scudi umani stranieri

Intanto Saddam Hussein decise di ricorrere “all’arma degli ostaggi“, nel disperato tentativo di prendere tempo e di evitare l’attacco militare della coalizione anti-irachena. In proposito Enzo Biagi scrisse che “il presidente del parlamento di Baghdad ha annunciato che gli stranieri occidentali sono considerati ostaggi e verranno trasferiti nelle basi militari: così, con Sansone, se arrivano le bombe, cadranno anche i Filistei”.

All’inizio della terza settimana di novembre si contavano in Iraq 8.200 cittadini occidentali, 6.000 sovietici, 5.000 cinesi, giapponesi ed un numero imprecisato di asiatici. Tra i primi figuravano 80 italiani in Kuwait e 300 in Iraq. Alcuni degli ostaggi erano stati piazzati in difesa di obiettivi strategici, costituendo una sorta di scudo  umano. Anche su tale fatto le posizioni dei vari gruppi parlamentari furono divergenti. La sinistra sollecitò un maggiore impegno del Governo per ricondurre in patria gli ostaggi, mentre i partiti di governo valutarono la tattica di Hussein come tesa a rompere lo schieramento internazionale e, pertanto, sostennero l’indisponibilità a dare il minimo segno di cedimento. Tuttavia nel mese di novembre si recarono in Iraq delle delegazioni “non ufficiali” per chiedere il rilascio degli ostaggi e, tra queste, quelle per l’Italia dei deputati Mario Capanna (Democrazia Proletaria) e Roberto Formigoni (DC) e di Monsignor Capucci. Ma, poi, il 6 dicembre Saddam Hussein assicurò che tutti i cittadini stranieri trattenuti in Iraq sarebbero stati liberati. Verosimilmente aveva compreso che tentativo di usarli per frammentare la solidarietà internazionale era fallito.
Sul fronte

L’operazione Desert Storm non fu una guerra dell’ONU

La Risoluzione ONU n. 678 del 29 novembre 1990, adottata con i due soli voti contrari di Yemen e Cuba, ma non dell’URSS, fissò il termine del 15 gennaio 1991, come limite oltre il quale il Consiglio di Sicurezza autorizzava gli Stati membri ad usare ogni mezzo per assicurarsi l’osservanza delle precedenti risoluzioni
deliberate dal Consiglio stesso. Sul piano giuridico la Risoluzione 678 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non diede vita ad una guerra dichiarata dall’ONU. In tal caso, vi sarebbe stata un applicazione dell’articolo 7 della Carta delle Nazioni Unite, in virtù del quale il comando delle operazioni sarebbe stato affidato al comitato militare che ha sede del palazzo di vetro di New York. Per effetto di quella risoluzione si trattò di una guerra autorizzata dall’ONU, nell’ambito della previsione dell’articolo 42 della Carta citata, cui si fece ricorso a seguito dell’inadeguatezza delle misure di embargo adottate ai sensi dell’articolo 41. In realtà, il Consiglio di sicurezza era disarmato, privo di forza militare, perché gli Stati non avevano dato corso articolo 43 dello Statuto, che li obbligava a porre a disposizione dell’Organizzazione mondiale delle truppe destinate ad agire come esercito dell’ONU, sotto comando unificato del Consiglio. Nella carenza del sistema collettivo di sostituzione si poté invocare allora la legittima difesa associata. Nel frattempo, infatti, il governo americano si impegnò nella costituzione di una coalizione di stati disposti ad intervenire militarmente per porre termine all’occupazione del Kuwait. Raccolsero l’adesione di 34 paesi, tra cui l’Italia.

Il Corriere della Sera titolò: “Per la prima volta dal 1950, quando diede via libera all’intervento armato in Corea, il Consiglio di sicurezza dell’ONU autorizza l’uso della forza per risolvere una crisi internazionale“. Su Il Manifesto le valutazioni della Risoluzione furono all’insegna della più totale disapprovazione: “la decisione del consiglio di sicurezza confligge con la carta delle Nazioni unite, la viola. La formula “tutti i mezzi necessari” significa consentire, raccomandare la guerra di uno o più stati nei confronti di un altro. Il che è l’esatto contrario di quanto è scritto nella carta, del perché fu scritto“.

Gli ultimi giorni prima dell’avvio di un’avventura senza ritorno

La sera 12 gennaio del ’91 per tentare di scongiurare in extremis, Javier Perez De Cuellaril Segretario dell’ONU, atterrò a Baghdad, ma l’incontro con Saddam avvenuto 24 ore dopo si rivelò inutile quanto breve. Dopo oltre cinque mesi la comunità internazionale, la Comunità Europea e il governo italiano ritennero che non vi fosse più alcuna chance di portare a successo il tentativo di comunicare all’Iraq una irriducibile fermezza circa la necessità di un’evacuazione totale ed incondizionata del Kuwait, senza, però, che tale ritiro gli procurasse un’umiliazione, e di connettere anche la crisi del Golfo alla drammatica situazione mediorientale.  Tuttavia nel dibattito del 16 gennaio alle Camere, la già palesata rinuncia governativa ad ogni politica diversa da quella di un intervento militare venne contestata dall’opposizione. Il segretario del PCI, Achille Occhetto, replicò, infatti, alla dichiarazione del presidente del Consiglio, in termini tali da rinsaldare le divisioni interne al Partito Comunista. “Non chiediamo che venga deliberato lo stato di guerra. Chiediamo invece il sostegno del parlamento per l’azione da svolgersi con la collaborazione delle unità navali ed aeree delle nostre Forze armate presenti nel Golfo“, aveva detto Andreotti. Ma l’On. Occhetto sostenne che, invece, era ancora possibile e doveroso puntare sul tempo, sulla fermezza, sull’inasprimento delle misure d’isolamento economico, politico e diplomatico dell’Iraq. Se era “inscusabile la rigidità di Saddam Hussein“, era da condannare anche la speculare rigidità americana. Per il segretario del PCI il governo avrebbe dovuto chiedere la convocazione di una conferenza internazionale sul Medioriente e rivolgere un appello all’alleato americano di non procedere ad un attacco militare nei confronti dell’Iraq. Contestando anche “l’ipocrisia” di chi, come l’on. Andreotti, “vuol coprire la realtà dietro le finzioni giuridiche“, pronunciò un esplicito “no” alla guerra e chiese il ritiro delle nostre forze armate nel Golfo.

Il dibattito italiano tra guerra giusta e guerra ingiusta

Il dibattito naturalmente non si svolse soltanto nelle sedi parlamentari. Si sviluppò in tutto il paese. Il 15 gennaio, il senatore a vita Norberto Bobbio, intervistato su Rai Tre, definì la guerra del Golfo come un caso esemplare di “guerra giusta”. Poi sul Corriere della Sera precisò che la guerra contro Saddam Hussein era giusta in quanto “fondata sul principio fondamentale delle legittima difesa“. Ma al senatore a vita Bobbio, con una lettera aperta all’Unità, replicò un gruppo di docenti universitari di Torino  definiti comunemente suoi allievi: “per principio non esistono guerre giuste. Il diritto internazionale va ripristinato in altri modi. La guerra non è neppure in generale e nel caso specifico, uno strumento efficace di soluzione dei conflitti tra Popoli. I problemi che provoca, lo strascico di lutti, rancori e – oggi – conseguenze sull’equilibrio ambientale, sono sistematicamente superiori a quelli che è in grado di risolvere“. Anche Giorgio Bocca e Umberto Eco intervennero e, di fatto, pur con altri argomenti, presero posizioni che convalidavano l’intervento militare.

16 gennaio 1991: la parola passa alle bombe

Nella notte tra il 16 e il 17 gennaio, poco dopo la scadenza dell’ultimatum, la coalizione guidata dagli USA iniziò a bombardare obiettivi militari ed infrastrutture di Baghdad, colpendo anche alcuni obiettivi civili. Saddam reagì con il lancio di otto missili Scud contro Israele. La sua idea era quella di suscitare una reazione militare israeliana, inducendo, così, questo paese ad entrare nella coalizione internazionale. Infatti, essendo all’interna di questa molti paesi arabi ostili ad Israele e indisponibili a restarvi in caso di ingresso di quest’ultimo, Saddam Ussein contava così di spaccare e indebolire la coalizione avversaria. Gli andò male. La diplomazia americana convinse Israele a non reagire e a non entrare nella coalizione.

Immediatamente dopo l’inizio della campagna aerea, cominciò anche quella terrestre. Non ci volle molto perché le truppe irachene capitolassero: il 26 febbraio cominciarono a ritirarsi dal Kuwait, dopo aver appiccato il fuoco alla maggior parte dei pozzi petroliferi del paese.

Il grosso delle truppe irachene in ritirata si ammassò sull’autostrada che collega Kuwait City all’Iraq. L’aviazione americana effettuò bombardamenti così intensi che la strada venne rinominata l’Autostrada della morte. Secondo molti analisti ciò fu un pesante crimine di guerra, dove persero la vita più di mille soldati inermi ed in fuga verso casa.

La guerra era (in)finita

Il 28 febbraio 1991 il presidente Bush dichiarò che la liberazione del Kuwait era avvenuta e che erano, pertanto, cessate le ostilità. Bush, infatti, evitò di destituire Saddam, temendo che un vuoto di potere potesse portare ad una guerra civile o ad un miglioramento dei rapporti tra Iraq e Iran, il che sarebbe stato quanto mai pregiudizievole per gli interessi americani nella regione. Com’è noto, però, non cessarono le sanzioni economiche contro l’Iraq. Si riteneva che la prosecuzione dell’embargo avrebbe impedito a Saddam di riarmarsi. E diversi osservatori ONU furono inviati per assicurarsi che il disarmo venisse portato avanti come concordato dalla comunità internazionale.
Come abbiamo ricordato in un altro post, la questione delle presunte armi irachene di distruzione di massa tornò in primo piano dopo l’11 settembre 2001, quando Bush Jr, decise di intraprendere una seconda guerra contro Saddam, nel 2003, sostenendo che il rais avesse dato inizio ad un intenso programma di riarmo, comprensivo della costruzione di armi chimiche e batteriologiche. Anche allora furono tacciati di essere filo-iracheni o affetti da un pacifismo acritico e irrealistico coloro che, pur detestando il dittatore iracheno, esprimevano contrarietà ad una soluzione bellica.

Alberto Quattrocolo

 

Fonti

Enzo Biagi, La favola vera dell’orco cattivo, Corriere della sera, 19 agosto 1990

Riccardo Chiaberge, L’ora della decisione più sofferta, Corriere della Sera, 17 gennaio 1991

Editoriale, L’ultima sfida, Corriere della Sera, 30 novembre 1990

Lettera aperta di alcuni docenti dell’Università di Torino, L’ Unità, 19 gennaio 1991

Gianni Ferrara, La Carta violata. Perché è illegale la XII risoluzione ONU , Il Manifesto, 1 dicembre 1990

Claudio Monici, La guerra costruita a tavolino che l’Iraq ancora paga, www.avvenire.it, 29 aprile 2018

Francesco Risolo, La Guerra del Golfo nel dibattito parlamentare e nell’opinione pubblica, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Roma “LA SAPIENZA ” Facoltà di Scienze Politiche, Corso di Laurea in Scienze Politiche, Anno accademico 1993-1994, Pubblicazioni Centro Studi per la Pace www.studiperlapace.it

www.adista.it

www.it.wikipedia.org

www.linterferenza.info

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