«Una perdita di futuro» che dura dal 22 novembre 1963

Quel che accadde, a Dallas, il 22 novembre 1963 suscitò negli Stati Uniti uno shock collettivo (1).

La notte di quel 22 novembre 1963 Robert Fitzgerald Kennedy, nella camera da letto che 100 anni prima era stata occupata da Abraham Lincoln alla Casa Bianca, singhiozzava: «Perché, Dio?… Gli innocenti soffrono… Com’è possibile e come può Dio essere giusto?».

«D’improvviso gli era stato tolto tutto»

Il 22 novembre 1963, infatti, a Dallas, suo fratello Jack, cioè John Fitzgerald Kennedy, era stato assassinato (2). Era il trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti (sulla rubrica Corsi e Ricorsi abbiamo ricordato la sua elezione avvenuta tre anni e due settimane prima e alcune vicissitudini della sua vita precedente all’assunzione della carica). Lemoyne Billings, un amico d’infanzia dei fratelli Kennedy, ricorda che Bobby si era dedicato in maniera così totale alla carriera del fratello che la sua morte lo aveva lasciato stordito:

«D’improvviso gli era stato tolto tutto».

Anche Jacqueline Bouvier Kennedy era emotivamente distrutta, ma lottò per non essere sopraffatta dal dolore. Il dottor James A. Young, medico della Casa Bianca, che la visitò per tre volte al giorno nei dieci giorni successivi all’omicidio del marito, ricorda che Jackie tentava di restare composta e controllata. Parlava del marito con amore, ne ricordava le ferite alla schiena, esito delle operazioni precedentemente subite, quali simbolo della capacità di Jack di affrontare e sopportare la sofferenza, e pareva aver dissolto ogni risentimento per le sue frequentissime relazioni extraconiugali.

«Il paese è diverso»

Il 22 novembre 1963 Kennedy era atterrato a Dallas. In vista dell’imminente campagna elettorale per le elezioni presidenziali del novembre ’64, aveva deciso di recarsi negli Stati del Sud. Era già stato in Florida il 18 novembre, ora era la volta del Texas. Sapeva che era un contesto ambiguo quello in cui si recava. Una parte rilevante della popolazione gli era ostile, ma egli contava di raccogliere fondi per la campagna e di ricucire alcuni strappi politici. In particolare con il governatore democratico John Connally, il quale, preoccupato per la propria rielezione, era restio ad associare la propria immagine a quella di un presidente che molti elettori locali disapprovavano per il suo sostegno a favore dei diritti civili e contro la discriminazione razziale (3).

Il presidente, poi, era sicuro che, tolti gli estremisti di destra e i razzisti più irrecuperabili, la gente lo avrebbe ascoltato e si sarebbe convinta ad approvare la sua politica e a dargli fiducia per altri 4 anni. Il paese non era quello che pensavano i pezzi grossi della politica e i ricchi, il paese vero era un paese diverso, ripeteva a chi lo sconsigliava dall’andare in Texas.

 

«Nel paese dei matti»

Tra questi vi era Byron Skelton del Democratic Committee texano, che aveva fatto avere al ministro della Giustizia, suo fratello Bobby, un articolo scritto da un ex generale sostenitore di un’organizzazione di estrema destra, la John Birch Society, che lo prendeva di mira definendolo un pericolo per il mondo libero, cioè per l’Occidente. Skelton pregava Robert Kennedy di convincere suo fratello a non passare da Dallas. Bobby passò la lettera all’assistente e amico di Jack, Kenneth O’Donnell, ma questi sapeva che Jack avrebbe considerato una follia tralasciare una città importante come quella solo per via di un articolo.

Sul Morning News del 22 novembre del 1963, però, fu pubblicato un comunicato proprio della John Birch Society: il presidente e suo fratello, ministro della Giustizia, erano descritti come filocomunisti. L’annuncio era listato a nero.

«Comunque, Jackie, se qualcuno vuole spararmi con un fucile da una finestra, nessuno può impedirlo, perciò perché preoccuparsi?»

Kennedy mostrò il comunicato a sua moglie Jackie e le disse:

«Oggi andiamo nel paese dei matti. Comunque, Jackie, se qualcuno vuole spararmi con un fucile da una finestra, nessuno può impedirlo, perciò perché preoccuparsi?»

Alle 12,30 di quel 22 novembre, mentre viaggiava, con la moglie Jacqueline, con il governatore del Texas, John Connally e la moglie di quest’ultimo Nellie, a bordo della limousine presidenziale, Jack fu colpito da dei colpi di fucile che lo ferirono mortalmente. Quando l’auto scoperta svoltò in Dealay Plaza, infatti, ci furono degli spari in rapida successione. Kennedy e Connally vennero entrambi feriti. Il presidente morì poco dopo in ospedale. Un’ora dopo Lee Harvey Oswald venne arrestato. Fu accusato di avere sparato tre colpi, con un fucile di fabbricazione italiana, il Mannlicher Carcano 91/38 (acquistato poco tempo prima per corrispondenza), dal sesto piano del Book Depository con una carabina italiana, verso l’auto presidenziale. Se non avesse avuto il busto ortopedico, che mantenne Jack in posizione eretta, forse egli ne sarebbe uscito vivo. Il colpo che lo prese dietro la testa, avrebbe potuto non trovare il bersaglio. Alle 13, mezz’ora dopo l’attentato, i medici del Dallas Parkland Memorial Hospital comunicarono a Jackie che il presidente era morto.

Complotto?

Com’è noto, Oswald disse fin da subito di essere un capro espiatorio. Il giorno dopo fu ucciso a colpi di arma da fuoco, nei locali della Polizia di Dallas, da parte di Jack Ruby, che sostenne di avere voluto vendicare l’assassinio del Presidente (4).

Che sia stato davvero Lee Harvey Oswald l’unico autore dell’omicidio o che si sia trattato di una cospirazione è ancora oggi, a 55 anni di distanza, oggetto di discussione e, in qualche modo, di tormento. O, almeno, dovrebbe essere un tormento. Infatti, se si fosse trattato di una cospirazione, ciò dovrebbe costituire un elemento di non poco conto nell’interpretare gli eventi successivi, probabilmente tutti, fino ai giorni nostri, e forse con lo sguardo rivolto non soltanto agli Stati Uniti.

Il biografo Evan Thomas jr sostiene che Bobby a parole accettò l’ipotesi dell’attentatore solitario, fornita dal rapporto ufficiale del governo, ma non smise mai di pensare che l’assassino potesse essere stato opera della CIA, di Sam Giancana, di Jimmy Hoffa (della mafia), di Fidel Castro o degli esuli cubani anti-castristi.

Riguardo a tale ipotesi anche il vicepresidente Lyndon B. Johnson – da quel momento divenuto il 36esimo presidente degli Stati Uniti -, che pure era in aperta frizione con Bobby da sempre, aveva dei sospetti. Kennedy aveva cercato di eliminare Fidel Castro e questi aveva tentato, riuscendovi, di eliminare lui: Johnson formulò tale sospetto considerando che un anno prima il governo aveva scoperto un complotto ordito dalla CIA all’Avana per fare fuori Castro.

«Noi gestivamo una maledetta Omicidi S.p.A. nei Caraibi», ammise LBJ con un giornalista.

Alle 12.30 del 22 novembre 1963, comunque, «era stato tolto tutto» al 46enne John Kennedy, come a sua moglie Jacqueline Bouvier, ai suoi figli di sei e tre anni, ai suoi genitori, alle sue sorelle e ai suoi fratelli. E, in un certo senso, a milioni di persone nel mondo.

«Una speranza eccezionale spezzata di colpo a mezz’aria»

Quel venerdì 22 novembre 1963 non fu un colpo solo per gli statunitensi. L’assassinio di JFK sconvolse milioni di persone in tutti i continenti.

La morte improvvisa e violenta di John Kennedy parve privare gli Stati Uniti e il mondo intero della concreta possibilità di vivere in un futuro migliore. Anche se era presidente da appena 1.000 giorni. Nonostante i diversi errori commessi, specie ma non solo all’inizio del suo mandato, il suo evidente sforzo di costruire rapporti più equilibrati con l’Unione Sovietica, la sua sollecitazione per la limitazione delle armi nucleari e i suoi progetti per garantire a tutti standard di vita più elevati, non lo avevano fatto sentire dalla gente come un politico che retoricamente prometteva pace e prosperità, ma come un uomo mosso da una sincera convinzione interiore. Un umanista intento a procurare progresso e benessere per tutti gli americani e un sostenitore determinato ed equilibrato di un venturo mondo razionale, liberato dalla paura dell’Altro, dall’odio e dalla guerra.

Il filosofo e storico inglese Isaiah Berlin osservò che «la sensazione improvvisa di una speranza eccezionale spezzata di colpo a mezz’aria è, io credo, unica nell’arco della nostra vita. È come se Roosevelt fosse stato assassinato nel 1935, con Hitler, Mussolini e tutti gli altri ancora vivi e una quantità di Chamberlain e Daladier ancora in giro»

Il teologo Reinhold Niebhur affermò: «Non mi ero reso conto di quanto la sua breve e brillante presidenza avesse toccato la l’immaginazione e il cuore della gente comune».

Una presidenza incompiuta

Quando venne ucciso John Kennedy aveva davanti a sé ancora un anno di lavoro come presidente e, se fosse stato rieletto, il che era assai probabile, ne avrebbe avuti altri quattro. La maggior parte degli storici concorda nel riconoscere che JFK è stato, come minimo, un presidente al di sopra della media. Giudicare la sua presidenza in base a come avrebbe potuto essere, se non fosse stato ucciso, è, tuttavia, un esercizio arduo, troppo condizionato dal favore o dallo sfavore con cui si guarda a questo leader politico, anche a più di cinquant’anni di distanza.

Esiti limitati in politica interna

In politica interna i risultati che egli conseguì furono inferiori a quelli che la sua elezione aveva lasciato sperare.

Le timidezze sui diritti civili

Sul fronte dei diritti civili la sua iniziativa politica fu a dir poco cauta e lenta (ne abbiamo fatto cenno, su questa rubrica, anche rispetto alla sua condotta nei confronti dell’artista afroamericano Sammy Davis Jr). Nonostante i decreti legge approvati e le cause federali intentate contro la segregazione degli afroamericani negli stati del Sud, impiegò troppo tempo a comprendere la reale portata della rivoluzione pacifica promossa da Martin Luther King e, così, rinviò i provvedimenti più radicali che aveva elaborato (5). Pensava che sarebbe riuscito a far passare un vero e proprio statuto dei diritti civili nel secondo mandato, forte della rielezione che gli avrebbe consentito di sconfiggere, con l’aiuto dei repubblicani moderati e liberal, la cocciutaggine segregazionista dei democratici sudisti e dei repubblicani più conservatori.

Ciò lo portò non soltanto a non assecondare le richieste di maggiore incisività provenienti dal reverendo King e dagli attivisti, ma anche le esortazioni di Lyndon Johnson, secondo il quale la Casa Bianca doveva assumere una posizione ferma e chiara sui diritti civili, interpretandola come una questione morale più che politica e, guidando, perciò, una vera e propria crociata per l’affermazione dei fondamentali valori americani, cioè pari diritti e pari opportunità per tutti.

Fallimenti e successi in politica estera

Al centro degli interessi di JFK vi era la politica estera. Questa da sempre lo attraeva notevolmente, e per di più gli eventi internazionali e la guerra fredda non potevano che costringerlo a dedicarvi gran parte delle sue energie.

Dal disastro della Baia dei Porci alla gestione della crisi missilistica a Cuba e al trattato con l’URSS

Anche qui, però, i risultati della sua amministrazione furono eterogenei. Il tentativo di invasione-insurrezione di Cuba, ad opera dei fuoriusciti anticastristi, con l’appoggio della CIA – tale tentativo fallito è noto come la crisi della Baia dei Porci -, costituì indubbiamente un momento oscuro, anzi, criminale e pietoso. Ebbe la lucidità, tuttavia, di resistere a chi lo pressava per un’escalation, sollecitandolo ad inviare le truppe statunitensi per appoggiare gli anti-castristi e rovesciare il governo cubano. Il suo rifiuto di impiegare la forza militare per salvare gli invasori della Baia dei Porci gli procurò l’odio di coloro che si erano aspettati da lui un appoggio a qualsiasi costo contro Castro, ma risparmiò al mondo intero di scivolare in un baratro dal quale sarebbe stato quasi impossibile risalire. Analogamente la gestione della crisi di Berlino, svolta conservando il massimo autocontrollo nei rapporti con il leader sovietico Nikita Krusciov, e ancor di più il modo in cui superò la crisi missilistica a Cuba, risparmiando al mondo intero un olocausto nucleare, gli meritarono lodi incondizionate da tutte le parti.

Sullo stesso registro si colloca il trattato con l’URSS per la messa al bando dei test nucleari, che fu una sua vittoria non soltanto sulla diffidenza dell’ala più dura dei vertici dell’Unione Sovietica, ma anche e soprattutto sulle rigidità dei militari e del Senato americani.

Il rafforzamento dell’impegno militare in Vietnam

La sua gestione della situazione vietnamita non fu altrettanto brillante (6).

L’autorizzazione di Kennedy ad aumentare i consiglieri americani, già inviati a supporto del governo solo nominalmente democratico del Vietnam del Sud, portandoli da poche centinaia a oltre 16.000, pose le basi per la successiva escalation, che degenerò in una lunga, mostruosa, guerra. Inoltre, sia pure con riluttanza appoggiò il colpo di stato vietnamita che portò all’omicidio, che egli non aveva previsto, del presidente Diem. Però, anche rispetto al Vietnam, dopo la morte di Diem, seppe resistere alle pressioni politiche e degli apparati militari che spingevano intensamente verso un graduale intervento bellico a tutti gli effetti. Riuscì anche in quel caso, sia pure in ritardo, a ragionare con la sua testa. Infatti, nonostante le dichiarazioni pubbliche, in cui sosteneva che gli USA non sarebbero mai venuti meno al loro impegno di appoggiare il governo del Vietnam del Sud, aveva deciso che il suo paese non doveva trovarsi incastrato in un conflitto di portata pari a quello coreano concluso dieci anni prima (7).

L’uscita dal Vietnam

Non essendo realmente disposto al pagamento di qualsiasi prezzo per evitare che Saigon cadesse in mano comunista (cioè nell’orbita cino-sovietica), programmò una riduzione della presenza militare americana in Vietnam del Sud. Lo stesso Robert Kennedy circa due mesi prima di quel fatale 22 novembre 1963, nel corso di una riunione con il fratello, gli altri ministri e i vertici militari, aveva fatto presente che se l’avanzata comunista non «poteva essere fermata da qualsiasi tipo di governo» a Saigon, «era giunto il momento di togliersi completamente dal Vietnam». Bobby aveva parlato per sé stesso, ma stava dando voce anche ai pensieri di Jack. Il quale del resto già alla fine del ’62 aveva iniziato a vederci meglio e, diffidente da sempre verso le spavalderie belliche dei vertici militari e dei falchi del Pentagono, comprendeva come quella vietnamita fosse una situazione assai più complessa di come costoro gliela dipingevano caldeggiando di fatto un maggiore impegno nel Sud Est asiatico, foriero di un prossimo intervento militare totale degli USA. Aveva inviato, infatti, in Vietnam, a fare il punto della situazione, Mike Mansfield, cattolico e liberal leader della maggioranza (quindi del Partito Democratico) in Senato. Mansfield gli propose un’analisi schietta: quello era il loro paese, era in gioco il loro futuro e non quello americano, pertanto gli Stati Uniti non potevano ignorare questa realtà se non pagando un prezzo immenso in vite umane. Gli americani, spiegò il senatore a Jack, dovevano alzare i tacchi e andarsene, se non volevano fare, e perdere, una guerra coloniale, come quella combattuta e persa dalla Francia appena alcuni prima proprio contro i nordvietnamiti. E, aggiunse, l’incremento della presenza militare americana andava proprio in direzione di un coinvolgimento bellico. Kennedy criticò il pessimismo di Mike Mansfield, ma poco dopo confidò all’amico e assistente Kenneth O’Donnell:

«Mi sono arrabbiato con Mike per il suo dissenso così completo dalla nostra politica e mi sono arrabbiato con me stesso perché mi sono trovato completamente d’accordo con lui».

22 novembre 1963: un’incalcolabile perdita di futuro

Kennedy, grazie ai successi riscossi nel serrato confronto con l’URSS tanto nella crisi di Berlino quanto in quella missilistica cubana, aveva riscosso una credibilità e un consenso popolare più profondo di quelli che poteva vantare il suo successore Lyndon Johnson. Costui, infatti, si trovò incastrato in quelle logiche conflittuali, di azione e reazione che portarono alla devastante guerra del Vietnam  (su Corsi e Ricorsi abbiamo ricordato “l’incidente del Golfo del Tonchino” del 4 agosto ’64, che “giustificò l’escalation bellica da parte americana in Vietnam e la strage di My Lai). Johnson, del resto, non aveva la scioltezza di John Kennedy nei rapporti con i leader degli altri paesi, né sapeva, al pari di quello, sforzarsi di conoscere e interpretare le istanze, le culture e le prospettive dei loro popoli. Pur essendo un grande negoziatore con i suoi connazionali, o comunque con persone di cui conosceva la mentalità, riuscendo infallibilmente a comprenderne il pensiero e le motivazioni, Johnson fu perfino ingenuo nei suoi tentativi di trovare una soluzione pacifica con Hanoi e, soprattutto, nel non riuscire a capacitarsi di come i nordvietnamiti non fossero disposti ad accettare i dollari americani al posto del loro sogno di unificazione e indipendenza nazionale. Kennedy, invece, aveva iniziato a capire. Tardi, ma aveva iniziato a capire.

Il 28 ottobre del 1962 Jack aveva pronunciato uno dei suoi discorsi più riusciti e toccanti, forse addirittura superiore a quello della cerimonia dell’insediamento. Tra le altre cose aveva detto:

«Che tipo di pace cerchiamo? Sto parlando di una pace vera. Un tipo di pace che rende la vita sulla terra degna di essere vissuta. Non solamente la pace nel nostro tempo, ma la pace in tutti i tempi. I nostri problemi vengono creati dall’uomo, perciò possono essere risolti dall’uomo. Perché in ultima analisi, il legame fondamentale che unisce tutti noi è che abitiamo tutti su questo piccolo pianeta. Respiriamo tutti la stessa aria. Abbiamo tutti a cuore il futuro dei nostri figli. E siamo tutti solo di passaggio».

Neanche un mese dopo l’agguato mortale del 22 novembre del 1963 Theodore C. Sorensen osservò:

«Moltissime persone hanno notato che la morte del presidente le ha colpite più profondamente della morte dei loro stessi genitori. La ragione, io credo, sta nel fatto che la seconda situazione rappresenta in genere una perdita del passato, mentre l’assassinio del presidente Kennedy ha rappresentato un’incalcolabile perdita di futuro».

 

Alberto Quattrocolo

Fonti

Robert Dallek, John Fitzgerald Kennedy, una vita incompiuta, Arnoldo Mondadori S.p.A., Milano, 2004

John k. Galbraith, Una vita nel nostro tempo, Mondadori, Milano, 1982

Stanley Karnow, Storia della guerra in Vietnam, RCS Rizzoli Libri S.p.A., Milano, 1985

 

(1) Il paese intero fu traumatizzato, destabilizzato quasi come dopo l’attacco giapponese alla base navale di Pearl Harbor del 7 dicembre del ’41 . Si diffuse un’ondata di dolore superiore a quella che era seguita agli omicidi dei presidenti Abraham Lincoln, James A. Garfield e William McKinley e alla morte improvvisa del presidente Franklin Delano Roosevelt nell’aprile del ’45, sostiene Roberto Dallek nella sua biografia su John Kennedy.

(2) Era la seconda volta che Robert Kennedy perdeva un fratello. L’altro, il più grande, il primogenito Joe, era morto in guerra, esploso in volo durante una missione sulla Germania di Hitler, nel ’44. E per quella morte Bobby Kennedy aveva sofferto terribilmente, ma mai quanto il secondo genito di Joseph Patrick Kennedy e di Rose Fitzgerald, i suoi genitori. La morte di Joe, in effetti, aveva sconvolto soprattutto Jack. Mentre quella di Jack distrusse Bobby.

(3) Inoltre, a John Kennedy piacevano le sfide. E sembrava pronto ad affrontarle. La mattina del 21 novembre ebbe un colloquio con Dave Powers. Questi ricordò come quell’uomo di 46 anni gli fosse sembrato più alto del suo metro e 83 cm. Per quanto tormentato dal mal di schiena e dagli altri problemi di salute (di cui abbiamo parlato nel post sopra citato), i suoi 78 kg distribuiti su un fisico da pugile mediomassimo lo facevano apparire il ritratto della salute.

(4) Ruby morì di embolia polmonare, dovuta a un tumore ai polmoni, il 3 gennaio 1967, proprio al Parkland Memorial Hospital.

(5) Inoltre, più di una volta cerò di tenere buoni i razzisti del Sud, nominando alcuni giudici segregazionisti nei distretti federali di quella parte degli USA. Occorsero fatti gravi come le crisi del Mississippi e ancor di più dell’Alabama per indurlo a proporre, cinque mesi prima di essere ammazzato, una proposta di legge sui diritti civili. Si trattava del provvedimento più avanzato mai proposto. Però, anche in quel caso fu disposto ad edulcorarne i contenuti. Credeva che, così ammorbidito, potesse essere approvato da un Congresso in cui i repubblicani e i democratici del Sud erano quanto mai recalcitranti a farsi interpreti della parità dei diritti per gli afroamericani e le altre minoranze. In tal modo, si fece dei nemici mortali tra i razzisti, ma scontentò anche una parte dell’elettorato progressista. I liberal, infatti, solo in parte gli riconobbero l’audacia (e l’indipendenza rispetto agli interessi economici ingentissimi del padre) dispiegata in altri ambiti di politica interna, in particolare, con i provvedimenti proposti per l’eliminazione degli sgravi fiscali di cui godevano i le società petrolifere, che il suo predecessore, il repubblicano Dwight Eisenhower, si era guardato dal toccare. «Dio lo sa come sono queste società petrolifere… Non mi importa se qualcuno ogni tanto la fa franca, ma, Cristo, loro la fanno franca sempre!», spiegò ai suoi più stretti collaboratori. Il Congresso, grazie alla forza delle lobby petrolifere e del gas, nonostante gli appelli pubblici di Kennedy, non fece passare la sua legge. Due mesi prima di quel terribile 22 novembre 1963, la Camera, infatti, approvò, sì, il suo piano progressista di riduzione delle tasse per i ceti medio-bassi, spogliato, però, delle misure riformiste studiate dal suo governo per evitare scappatoie fiscali e produrre maggiori entrate per 4,5 miliardi di dollari. Inoltre, al Senato l’ostruzionismo lo faceva esasperare. E ciò lo induceva a temere che potesse esserci nel 1964 una «bella recessione!». Arrabbiato e frustrato, osservò: «Se non avremo quella maledetta legge sulle tasse, il paese dovrà pagare un maledetto prezzo!». Se è vero, tuttavia che le iniziative riformiste di Kennedy sui diritti civili, sull’assistenza sanitaria, sulla riduzione della pressione fiscale e sui contributi federali all’istruzione non divennero legge durante il suo mandato, è vero che lo divennero sotto la presidenza del suo vice, Lyndon B. Johnson. Costui, da presidente, diede corso al programma progressista di JFK, recuperandolo e integrandolo nel suo programma per le presidenziali del ’64, che denominò Great Society. E vinse, stracciando il candidato repubblicano, il reazionario e ultra conservatore Barry Goldwater.

(6) Era anch’egli condizionato dalla mentalità della guerra fredda e per molto tempo non seppe comprendere fino in fondo le motivazioni granitiche che sostenevano il Vietnam del Nord nella sua lotta per la riunificazione con il Sud. Si trattava, per Hanoi di una lotta in corso da sempre, per l’indipendenza del popolo vietnamita, prima nei confronti dei cinesi, poi dei francesi e infine contro gli USA. Kennedy, invece, soprattutto inizialmente, ragionava in termini di scontro tra Occidente, democratico e capitalista, e Oriente, dispotico e comunista.

(7) Questa decisione di JFk è un elemento centrale per coloro che sono propensi a ritenere che l’agguato mortale del 22 novembre 1963 sia stato organizzato all’interno dei servizi e delle alte gerarchie militari con il supporto, o almeno, con lo stimolo degli industriali del settore bellico.

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