Un nero a Sparta

Un nero a Sparta, in una calda notte del 1967, nella stazione deserta

Un uomo dal fisico statutario e con un viso dalla bellezza non comune, dal portamento distinto e con una gestualità asciutta e dei modi calmi, una calda notte del 1967, scende alla stazione ferroviaria di Sparta, una città del Mississipi. Ma quell’uomo, ben vestito, con la valigetta e la sicurezza del professionista affermato, è un nero. Un nero a Sparta, che entra nella sala d’aspetto della stazione deserta.

Quella notte avviene un omicidio. La vittima è un ricco imprenditore del Nord, mister Colbert, intenzionato ad avviare una fabbrica, da tutti attesa in quella cittadina depressa del Sud, afflitta da una disoccupazione cronica. Il suo corpo è stato trovato in un vicolo lì vicino, con il cranio sfondato. Un medico ha stabilito approssimativamente che è stato ucciso mezz’ora, al massimo un’ora, prima. Si suppone che sia stato un omicidio a scopo di rapina. E il capo della locale stazione di polizia, Bill Gillespie, ha incaricato un suo agente, Sam Wood, lo stesso che nel suo giro di pattuglia ha trovato il cadavere, di dare un’occhiata in giro, stazione inclusa, per scovare qualche vagabondo.

Così quel nero a Sparta finisce in un vortice di guai.

Che ci fa un nero a Sparta con il portafoglio pieno di banconote?

L’agente Wood, infatti, lo scorge tutto solo nella sala d’attesa della stazione. Un nero a Sparta e di notte! Non può che essere lui l’assassino. Non ci pensa due volte, l’agente bianco Sam Wood, gli punta l’arma, non la lascia parlare e lo porta con sé al comando di polizia. Dal suo capo, Gillespie, bianco di mezza età, corpulento, stanco, demotivato e un po’ nauseato di se stesso oltre che della città che deve vigilare e proteggere. Gillespie “consiglia” subito all’arrestato, di confessare immediatamente. Così quell’uomo finalmente apprende di cosa lo si accusa. A nulla vale che spieghi che era in attesa della coincidenza per Memphis, che si sente passare proprio mentre parlano. Ha il portafoglio pieno di soldi, più di quanti Gillespie ne guadagni in un mese. Nero a Sparta, di notte, con il portafoglio pieno. Due più due fa quattro, per Gillespie.

Ooops, quel pregiudizio razzista così foriero di errori!

Soltanto che è sceso un nero a Sparta un po’ particolare, in quella calda notte del ’67. Si chiama Virgil Tibbs, ed è un poliziotto della squadra omicidi di Philadelphia, Pennsylvania. Cioè, del Nord. Non soltanto, ma è il migliore investigatore, stando a quanto appura al telefono Gillespie, parlando con il capo di Tibbs – non si era mai visto prima un nero a Sparta così curato nel vestire e nel parlare! Insieme, scopriranno il vero assassino, che non è un perdigiorno nero a Sparta (residente o di passaggio), ma Ralph Henshaw, un barista bianco, spiantato. Un perfetto esemplare di quella che viene chiamata “spazzatura bianca”. Un razzista e nevrotico, che ha messo in cinta una sedicenne (solita andare nuda per casa di notte, per attrarre l’attenzione degli uomini, tra cui Sam Wood), e  ha colpito il ricco Colbert solo per derubarlo, uccidendolo involontariamente, al fine di procurarsi il denaro da dare ad una anziana nera che pratica aborti clandestini. Ma l’individuazione del colpevole non è proprio immediata, preceduta, com’è, infatti, da due arresti sbagliati di Gillespie, il secondo dei quali riguarda proprio l’agente Wood. L’arresto del vero omicida, del resto, avverrà, soltanto grazie alla preparazione e all’intelligenza, alla determinazione e alla sensibilità, nonché all’introspezione, di Virgil Tibbs.

Che anno quel 1967!

Del resto Tibbs è, in realtà, Sidney Poitier. E il film era La calda notte dell’ispettore Tibbs (1967, di Norman Jewison).

Uscì in Italia il 12 gennaio del 1968 ed ebbe negli USA e altrove un successo impressionante, entrando nella lista dei campioni di incassi di quell’anno e risultando il film poliziesco maggiormente redditizio tra quelli prodotti a Hollywood a partire dal 1930, cioè dagli inizi del sonoro. Soprattutto fece scalpore la scena in cui Tibbs, preso uno schiaffo da Hendicott, il ricco piantatore razzista, non subisce passivamente, ma immediatamente restituisce la sberla. La sequenza elettrizzò gli spettatori, bianchi e afroamericani.

Anche l’industria cinematografica, l’anno dopo, rese omaggio all’opera assegnandole cinque dei sette Oscar per cui era stato candidato: miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista (Rod Steiger, nella parte di Gillespie), miglior sceneggiatura non originale (a Stirling Silliphant), miglior montaggio (Hal Ashby, regista, poi, tra gli altri, di Tornando a casa, di cui abbiamo parlato qui su questa rubrica) e miglior sonoro.

Un anno di grazia per Sidney Poitier

Quell’anno l’Accademy Awards concesse qualche riconoscimento anche ad un’altra pellicola interpretata da Sidney Poitier, Indovina chi viene a cena (1967, di Stanely Kramer), cui assegnò due Oscar, uno per la miglior attrice protagonista (Katherine Hebpurn), e l’altro per la miglior sceneggiatura originale (William Rose). Anche l’opera di Stanley Kramer (l’ultimo suo vero successo di pubblico e ultima interpretazione di Spencer Tracy, morto al termine delle riprese e candidato postumo all’Oscar), come il poliziesco La calda notte dell’Ispettore Tibbs, era centrata sui temi del pregiudizio e del razzismo nella società americana dell’epoca. Ma era una commedia, ottimamente sceneggiata e superbamente interpretata, e forse per questo, o per il suo lieto fine carico di speranza, ebbe un successo commerciale negli USA quasi triplo rispetto al film di Jewison. Del resto l’incasso di Indovina chi viene a cena superò di poco anche quello di un altro, il terzo film di grossissimo successo interpretato da Sidney Poitier quell’anno: La scuola della violenza (1967, di James Clavell). A differenza degli altri due, questo film, ambientato nell’East End di Londra, con Poitier nei panni di un ingegnere che si trova a fare da insegnante in un scuola popolata di bulli e disadattati, non aveva come aspetto centrale il razzismo, ma implicitamente ed esplicitamente questo tema emergeva in molte scene.

Questa eccezionale tripletta di successi fece passare Poitier dalla dimensione di attore apprezzato (già premiato con l’Oscar come miglior protagonista nel 1963, per la commedia I gigli del campo, di Ralph Nelson) a quella di superstar terribilmente redditizia.

Le altre opere di rottura di quell’anno

Quel 1967 non fu, però, un anno di svolta solo per Poitier. Basta dare un’occhiata alle pellicole candidate ai premi Oscar e alle altre che riscossero notevoli incassi al botteghino per verificare che la cosiddetta New Hollywood si stava affermando prepotentemente: Gangster Story (di Arthur Penn), che affidava a Faye Dunaway e Warren Beatty il compito di incarnare la famigerata coppia di fuorilegge composta da Bonnie e Clyde, facendone delle icone; Il laureato (di Mike Nichols), che illuminava di risvolti romantici e anticonformisti il nerd neolaureato interpretato dal trentenne Dustin Hoffman, il quale entrava, così, nel giro delle star; Quella sporca dozzina (di Robert Aldrich), che, nel genere bellico, affidava a Lee Marvin, il maggiore a capo di un manipolo di pendagli da forca (John Cassavetese, Charles Bronson, Donald Sutherland, Jim Brown, Telly Slavas, Clint Walker, ecc.), il compito di disintegrare ogni retorica militarista, stabilendo l’esplicito parallelo tra guerra e criminalità; Nick mano fredda (di Stuart Rosenberg), in cui Paul Newman (anch’egli candidato all’Oscar), detenuto per un reato di peso irrilevante (aver “decapitato dei parchimetri capitalisti”), pativa le torture e le storture di un sistema penitenziario riabilitante a parole e disumano nella sostanza; A sangue freddo (di Richard Brooks), che traduceva in immagini l’omonima, sconvolgente, opera di Truman Capote su un reale e gratuito massacro di una famiglia; A piedi nel parco (di Gene Saks), che tentava di dare voce al bisogno delle giovani coppie di scoprire un’autenticità nuova nelle emozioni; Hombre (di Martin Ritt), un western polemico con Paul Newman nei panni di un bianco, cresciuto patendo fame e soprusi in una riserva indiana, che paradossalmente muore proprio per difendere dai banditi la moglie del commissario corrotto della riserva.

Un nero a Sparta e altrove con un fardello pesante

Di tutte le star, in erba o già affermate, dei film citati e altri ancora, prodotte ad Hollywood in quel 1967, Sidney Poiteir fu la sola ad azzeccare tre successi di quella portata (merito anche delle accattivanti colonne sonore delle tre opere, che in diversa misura fecero epoca). E, soprattutto, era la sola star il cui lavoro implicava responsabilità che travalicavano di gran lunga l’arte della recitazione. Gli toccava sullo schermo e nella vita vera il ruolo di rappresentante di una minoranza oppressa e doveva svolgerlo senza mai perdere l’equilibrio morale, psicologico ed emotivo. Aveva vissuto sulla propria pelle il bigottismo, l’ineguaglianza, il razzismo esplicito e quello ammantato di moderatismo. E divenuto attore, il modo in cui intendeva svolgere la professione e gestire la celebrità acquisita conferivano una valenza tutta particolare ad ogni film interpretato, ad ogni gesto compiuto e ad ogni parola pronunciata. Doveva misurarsi con gli attacchi dei reazionari bianchi, che lo minacciavano, lo insultavano, facevano picchetti e dimostrazioni violente contro i suoi film, incluso La calda notte dell’ispettore Tibbs. Doveva vedersela con i benpensanti cerchio-bottisti, quelli per cui il razzismo era solo la manifestazione nostalgica di pochi folkloristici incappucciati le cui azioni erano fatte oggetto di denunce esageratamente allarmistiche nella propaganda dei liberal, cioè degli amici dei comunisti e dei radicali. Doveva aver a che fare con chi lo invitava a non portare acqua al mulino degli anarchici e dei sovversivi, cioè dei traditori della patria. Doveva replicare a chi invitava quelli come lui e Martin Luther King ad avere pazienza, a perseverare, sì, ma con maggiore moderazione. E doveva sentirsi tacciato, da sinistra, di fare il gioco dei bianchi, di essere un cane ammaestrato, un servo dell’establishment, di essere un borghese ben piazzato con pose da radical chic.  

Dovremmo essere grati a Sidney Poitier anche solo per aver portato il fardello di un compito impossibile con grazia eccezionale“, ha scritto Peter Bogdanovich.

Certo, gli siamo grati. E siamo anche angosciati, affranti e desolati, a dir poco, pensando che, oggi, 51 anni dopo l’acclamata uscita di quel film nelle sale italiane, al nord e al sud d’Italia, come in altre parti d’Europa e negli USA, sia tanto spesso ricorrente un’ottuso razzismo, molto simile a quello incontrato, nel film di Jewison, da quel nero a Sparta.

Infine, tanti auguri a Sidney Poitier, tra poco più di un mese splendido novantaduenne!

Alberto Quattrocolo

Fonti

AA.VV., Il cinema. Grande storia illustrata, De Agostini, Novara, 1982, Voll. IV e V

Peter Bogdanovich, Chi c’è in quel film?, Fandango Libri, Roma, 2008

www.imdb.com

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