altraviolenza

Un’altra violenza sulla vittima

Non vi è soltanto quella derivante dal reato, vi è anche un’ altra violenza sulla vittima. Un’ altra violenza sulla vittima, tanto dannosa quanto sottovalutata e raramente riconosciuta.

L’ altra violenza sulla vittima è una violenza diversa e aggiuntiva

La vittima di una violenza, spesso, è oggetto di un’ altra violenza, cioè di una violenza ulteriore, successiva alla violenza commessa dal reo. Si tratta di comportamenti, per lo più, non sanzionati e, del  resto, difficilmente sanzionabili, dal punto di vista giuridico, che, tuttavia, in termini psicologici, danno luogo, appunto, ad un’altra violenza sulla vittima [1].

Quest’ altra violenza sulla vittima, che può assumere forme diverse, in ambito vittimologico, è indicata come post-crime victimization.

Si usa quell’espressione, soprattutto, rispetto alle situazioni nelle quali istituzioni diverse (amministrazione della giustizia e forze dell’ordine, in primis, ma anche operatori e operatrici sociali e dei media), spesso involontariamente, fanno sentire la vittima oggetto di una colpevolizzazione per quanto le è accaduto [2].

 

Quell’ altra violenza sulla vittima derivante dal mancato, incompleto o tardivo riconoscimento da parte dello Stato

Un’ altra violenza sulla vittima si produce, però, anche quando lo Stato pare non  pienamente riconoscere il carattere ingiusto e illegale del danno che essa ha subito, oppure quando non è in grado di condannare gli autori del delitto [3].

Un esempio recentemente portato all’attenzione della cronaca riguarda una giovane di Novara, disabile, che ha atteso 18 anni perché l’autorità giudiziaria riconoscesse definitivamente che essa, quando andava alle medie, veniva “affittata” dai suoi genitori a loro amici e conoscenti per fare sesso con lei (era stata abusata, peraltro, anche dai nonni).

Racconta La Stampa che è stato punito un solo colpevole: il padre, dato che la madre nel frattempo è morta e che gli altri uomini, cui la giovanissima era ceduta dai genitori, se la sono cavata (perché non identificati alcuni, per prescrizione altri).

Una testimonianza, tanto efficace e completa quanto dolorosa e angosciante, di come la risposta giudiziaria possa tradursi in un’ altra violenza sulla vittima, è costituita anche dalla lettera che Stella ha indirizzato al Presidente della Repubblicain occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, affidandone la lettura alla scrittrice Cristina Obber, all’interno dell’evento #InQuantoDonna (l’apertura della Camera dei Deputati soltanto alle donne che hanno subito la violenza e che con essa hanno avuto a che fare).

Definire la violenza sessuale come una ragazzata significa procurare un’ altra violenza sulla vittima

Stella, allora quindicenne, durante un’assemblea di classe, nel liceo artistico di Besana Brianza, fu attaccata da due compagne e un compagno: dapprima le fecero il solletico, e lei rise, poi le due ragazze la bloccarono sul pavimento e il ragazzo la violentò. Gli altri restarono allibiti ma non intervennero. In aula non c’erano insegnanti.

La sentenza, che arrivò 8 anni dopo, definì, secondo le parole di Stella, quel fatto una ragazzata, punì gli autori della violenza con qualche mese di attività di volontariato e le negò il diritto al risarcimento.

Quella sentenza ha comunicato a Stella che quanto ad essa inflitto

«è stata una ragazzata», perciò, «se riaccade, non è la fine del mondo. (…). Invece, Presidente, quanto ti capita, è la fine di un mondo che non sarà mai più come prima, è il sipario che cala, è il buio».

Scrisse ancora Stella:

«Quella sentenza mi ha fatto sentire in colpa (…) Succede così quando vieni umiliata nel profondo, pensi di non meritarti niente di che».

Leggendo la sua lettera, si direbbe che, per Stella, ciò che conta non è l’entità della pena, cioè che venga inflitta una maggiore sofferenza al ragazzo che la violentò e alle sue complici. Ciò che le preme pare, piuttosto, stare su questo duplice piano:

  • Il riconoscimento inequivocabile, da parte dell’istituzione, del carattere ingiusto e profondamente lesivo del fatto subito. Un fatto disumano, non una ragazzata, in quanto, realizzandolo, i suoi tre compagni l’avevano disumanizzata.
  • Un’azione tesa a far sì che quei tre ragazzi si rendano conto di quanto è grande e duraturo il male che le hanno procurato [4].

«Una voragine, Presidente, di rabbia, impotenza, abbandono. La sensazione di non valere niente. Perché io non cercavo vendetta, io cercavo una giustizia che mi dicesse che non era giusto quello che mi era stato fatto», è scritto in un altro passaggio della lettera.

Il mancato, o un tenue, riconoscimento, da parte dello Stato, del carattere ingiusto di una violenza, come spiegano le parole di Stella, procura un’ altra violenza sulla vittima, la quale sente confermare dall’autorità quel “messaggio” inviatole dall’autore della prima violenza: non meriti alcun rispetto, perciò ti si può stuprare e umiliare. Sei un oggetto, non sei umana.

Anche per il profugo il mancato riconoscimento ufficiale produce un’ altra violenza sulla vittima

Il riconoscimento da parte dello Stato ha una valenza così potente e profonda, perché le decisioni dei suoi tribunali sono pronunciate “in nome del popolo italiano”. Le decisioni delle autorità, le loro parole, quindi, anche sotto questo aspetto, pesano. Sono pietre.

Lo sono anche per coloro che presentano richiesta di protezione internazionale nel nostro e in altri Paesi.

Anche per costoro, le attese per le convocazioni, prima, e per le risposte, poi, da parte delle commissioni territoriali deputate ad accogliere o respingere le loro domande di asilo, sono fonti di stress e di angoscia.

Da quelle decisioni derivano, infatti, non soltanto le più ovvie e fondamentali conseguenze pratiche, legali ed esistenziali, connesse alla concessione o al diniego dell’asilo, ma anche altri implicazioni.

Si tratta di una risposta ad un riconoscimento, chiesto dall’individuo, all’Italia o ad un altro paese europeo, con l’idea che quello stato e, più in generale, l’Europa, rispetti e tuteli quei diritti inviolabili dell’uomo che nel suo paese sono stati violati.

Ad esempio, una donna che è stata stuprata davanti al marito e a uno dei suoi bambini, oppure l’uomo che, dopo aver visto massacrare e violentare moglie e figlie, è stata fucilato e, creduto morto, è stata gettato in una fosse comune dalle milizie jihadiste, attribuiscono un significato speciale alla decisione della commissione territoriale: qualcosa che non attiene solo alla concessione dell’asilo e alla futura possibilità di potersi ricongiungere un giorno con qualche famigliare, nascosto provvidenzialmente da altri parenti o da degli amici.

È l’attesa del riconoscimento ufficiale, da parte del popolo e del governo italiani, che quanto è stato fatto a loro, ai loro cari e agli altri abitanti del quartiere o del villaggio, è una mostruosità inammissibile, è un crimine contro l’intera umanità.

Lo stesso può dirsi per chi fugge dalle bombe, per chi è stato torturato, ingiustamente carcerato, o esposto ad altre forme di violenza.

Si registra costantemente il valore di questa ufficializzazione dello status di vittima, quando si ascoltano queste persone (come accade nei nostri servizi di sostegno psicologico per richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale), così come quando si ascoltano le persone vittime di reati diversi, commessi qui in Italia, incluse le donne vittime di violenza e i loro bambini (come accade nei nostri Servizi gratuiti di Ascolto e Sostegno Psicologico per le vittime di reato e le persone ad esse affettivamente legate).

 

Anche il mancato riconoscimento sociale può essere un’ altra violenza sulla vittima

Un’ altra violenza sulla vittima, però, che in quei servizi si riscontra con elevatissima frequenza, può consistere nel suo mancato riconoscimento da parte delle persone ad essa vicine o da parte di una porzione della comunità.

In un precedente post (Autorizzazione della violenza) era stato scritto che senza il riconoscimento da parte della comunità della ingiusta vittimizzazione avvenuta, alla persona colpita da un reato, è come se venisse comunicato che essa non è stata vittima di un atto iniquo, ma di qualcosa di inevitabile, di meritato, di dovuto, di sacrosanto.

Ad esempio, secondo le indagini, quest’ultimo aggettivo (“sacrosanto”) potrebbe applicarsi alla qualifica che pare sia stata data da padre Pio Guidolin al suo stesso comportamento. In particolare, secondo l’inchiesta, non solo costui, ma forse anche una parte della comunità dei fedeli, nel quartiere Villaggio Sant’Agata, di Catania, interpretava la sua pedofilia come “sacrosanta”.

Significativa in tale senso, infatti, è la reazione della comunità dei fedeli nei confronti del ragazzino che rese noti – dopo essersi rifiutato di sottostarvi – i “riti”, cioè gli abusi sessuali, di padre Pio Guidolin su altri ragazzini (tutti minori di 14 anni), affidatigli dalle famiglie: quel ragazzino venne isolato dai devoti del prete [5].

Un altro vissuto doloroso e deprimente – cioè un’ altra violenza sulla vittima – è anche quello dei beneficiari e dei richiedenti la protezione internazionale quando si sentono definiti come «falsi profughi».

Di fronte a tali definizioni sprezzanti sperimentano, nella realtà, qualcosa di simile all’incubo dei deportati nei campi nazisti. Lo illustrò Primo Levi ne I sommersi e i salvati : la devastante angoscia e l’inesprimibile desolazione del sopravvissuto che non viene creduto [6].

Alberto Quattrocolo

 

[1] In particolare, si tratta di un’ altra violenza sulla vittima, perché è diversa dalla prima e perché è ulteriore. Infatti:

  • è un’ altra violenza sulla vittima, nel senso che è diversa dalla prima, poiché è realizzata, in modo diverso e da persone diverse dagli autori di quella violenza che ha vittimizzato inizialmente la persona.
  • è un’ altra violenza sulla vittima, in quanto ulteriore, poiché è successiva alla prima e ne incrementa il danno, nella misura in cui acuisce e approfondisce la sofferenza procurata dalla prima vittimizzazione.

[2] Di questi aspetti si occupavano anche alcuni precedenti post: non solo quello dedicato al Servizio gratuito di Ascolto e Sostegno per le Vittime di Reato e le persone ad esse legate, ma anche Colpa della vittima?, presente su questo blog.

[3] Rispetto alle vittime rimaste senza giustizia o con una risposta frammentata in Italia il pensiero corre anche a fatti come quelli di Ustica, alle tante, troppe, stragi della strategia della tensione e ai tanti altri delitti irrisolti in cui sono coinvolti mafie, servizi e poteri deviati.

[4] Ciò rinvia a quel che gli addetti ai lavori definiscono Giustizia Riparativa, che include interventi di mediazione penale, ma non si risolve soltanto in questi.

[5] Uno degli effetti più tragici del mancato riconoscimento sociale della vittima, può essere quello per cui la vittima finisce per credere di non essere vittima di un fatto dannoso ingiusto, ma di qualcosa che, in fondo, è naturale, che si è meritato. Nell’ambito della violenza interna a relazioni affettive è spesso il maltrattante a persuadere la vittima di meritarsi il maltrattamento (psicologico o anche fisico) che le infligge. Per limitarsi ad un recente esempio, si può considerare uno dei pensieri che, secondo quanto riporta il Corriere della Sera del 27 novembre (Merito le botte, è colpa mia) Emily Douet, prima di suicidarsi, scrisse alle sue amiche: «È colpa mia. L’ho fatto arrabbiare troppo. Me lo merito». Essendo convinta che fosse “colpa sua”, credette che non vi fosse una via d’uscita, se non quella di togliersi la vita. Spesso succede che a rinforzare questo pensiero, auto-colpevolizzante, della vittima siano altri (amici, famigliari, colleghi…).

[6] Ne ha parlato la dott.ssa Simona Corrente, psicoterapeuta, coordinatrice di uno dei progetti di sostegno psicologico per rifugiati e richiedenti asilo gestiti da Me.Dia.Re., nell’ambito del convegno Stand by me. A tale riguardo, peraltro, meriterebbe davvero un maggiore approfondimento, soprattutto in sede istituzionale, il modo in cui i richiedenti asilo sono esaminati dalle commissioni territoriali. Infatti, andrebbe seriamente considerata la possibilità che anche in tale sede si proponga nell’interlocuzione con il richiedente asilo, qualcosa di particolarmente rilevante, anche in termini di ri-vittimizzazione.

 

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