Trentesima puntata di Conflitti in corso: la mediazione familiare non è una guerra al conflitto

Dal momento che il mese di ottobre è dedicato alla Mediazione Familiare e che ci è pervenuta una mail di una donna la quale, fermamente intenzionata a separarsi, ci pone alcuni quesiti, è di nuovo questo il tema della trentesima puntata della rubrica Conflitti in corso (affrontato anche nella ventinovesima puntata).

In particolare, lo spunto è offerto dal quesito preoccupato che la signora ci ha posto:

«La mediazione familiare serve a far restare insieme chi vuole separarsi?».

Nel video, oltre a rispondere al contenuto letterale della domanda, spiegando che non è questa la funzione della mediazione familiare, ci si sofferma anche su un aspetto più implicito, sotteso a quell’interrogativo. In particolare, si chiarisce che la funzione della mediazione familiare non è quello di far cambiare idee, sentimenti, propositi, comportamenti o atteggiamenti, ma di facilitare la comunicazione tra i protagonisti del conflitto, cosicché ritrovino quella forza e quella capacità di trasmettere efficacemente i propri pensieri ed emozioni e di ricevere i messaggi della controparte, che la dinamica conflittuale molto spesso indebolisce o, addirittura, azzera.

Si ribadisce, quindi, nel video, non soltanto che i mediatori non danno torti e ragioni e non approvano o disapprovano il conflitto in sé, ma anche che la mediazione familiare non è una guerra al conflitto, bensì restituiscono ai suoi attori un po’ di quelle libertà e facoltà che la dittatura della dinamica conflittuale ha loro sottratto o inibito.

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