Tornando a casa per fare i conti con se stessi.

Uscì quarant’anni fa Tornando a casa (Coming Home), di Hal Ashby. Negli Stati Uniti arrivò in sala il 2 febbraio del 1978, nelle sale italiane, invece, circa nove mesi dopo, il 24 novembre e piacque alle platee anche al di qua dell’Atlantico[1]. Merito certamente delle sue qualità intrinseche, ascrivibili alla sceneggiatura, alla regia e alle straordinarie performances degli interpreti: Jane Fonda (Sally Hide), Jon Voight (Luke Martin), Bruce Dern (Bob Hyde), Penelope Milford (Vi Munson) e Robert Carradine (Bill Munson) – in nota sono indicati i premi attribuiti al cast artistico e tecnico [2]. Anche la fotografia (di un abilissimo direttore come Haskell Wexler) e la colonna sonora infarcita di canzoni dell’epoca, lo resero un film apprezzato dal pubblico, nonostante il tema scomodo e disturbante[3].

Soprattutto, Tornando a casa colpì seriamente gli spettatori per due risvolti, entrambi politici, seppure in misura e su registri diversi. Uno riguarda il disastroso conflitto in Vietnam, che fu chiamato la “sporca guerra”[4]. L’altro riguarda il rapporto tra i sessi e, in particolare, il rapporto di coppia, con dei cenni non fugaci, di tipo interlocutorio, sull’immagine, sull’identità e sul ruolo della donna e sulla sua emancipazione dagli imperanti modelli maschio-centrici (per chi è interessato alla trama si rinvia a questa nota [5]).

I reduci senza veli di Tornando a casa

Rispetto alla guerra del Vietnam, Tornando a casa, costituì un’opera di rottura: a differenza di molte altre pellicole di quegli anni non era un film di genere (noir, western, musical, bellico o di fantascienza), che indirettamente evocava o esplicitamente rinviava al conflitto nel Sud Est asiatico, Tornando a casa faceva di quella guerra il proprio soggetto [6]. Inoltre, a colpire le platee dell’epoca fu la schiettezza senza filtri con la quale si descrivevano nei dialoghi e si mostravano sullo schermo le conseguenze della guerra sui corpi e sulla psiche dei soldati. Arti amputati, paraplegie, corde vocali recise, virilità persa per sempre, sacche dell’urina piene, incontinenza intestinale: tali effetti erano mostrati o discussi senza reticenze. Ciò dava ai danni dell’esperienza bellica una concretezza e una fisicità inedite per gli spettatori dell’epoca[7].

 

 

Tornando a casa non dalla guerra, ma dalla “sporca guerra”

Tornando a casa, inoltre, esplorava anche il senso di colpa, o meglio di vergogna, di chi sapeva di aver ucciso altri esseri umani – soldati, guerriglieri e civili vietnamiti – per motivi che avevano davvero poco a che fare con la difesa libertà.

Tornando a casa come colpevoli e non soltanto come vittime

A differenza di altri Vietnam-movie degli anni Settanta e di gran parte di quelli successivi, Tornando a casa non è assolutorio nei confronti dei soldati americani[8]. Sono, sì, proposti, come vittime della violenza bellica incontrata nelle giungle e nelle risaie vietnamite, dove erano finiti a seguito del “grande inganno” del governo – che ce li aveva inviati come soldati di leva o che li aveva incoraggiati a partire come volontari con la sua propaganda martellante -, ma sono anche proposti come persone responsabili sia di quel che hanno fatto laggiù, sia di quel che è successo a loro. Direttamente responsabili, cioè, di aver commesso atrocità disumane, anche sulla popolazione civile, e corresponsabili della guerra stessa, per non essersi opposti ad essa. Corresponsabili, quindi, per avervi aderito obtorto collo, oppure per averla accettata e avervi partecipato, supportandola, con baldanzoso entusiasmo giovanile o con acritico fervore patriottico. Insomma, responsabili per non aver voluto vedere o capire fino in fondo che si stavano rendendo co-autori di un’ingiustizia senza rimedio.

Tornando a casa per fare i conti con i propri meccanismi di disimpegno morale

Il film, pur senza essere un trattato o un filmato d’inchiesta, non ha reticenze nel porre in rilievo, attraverso i dialoghi, il modo in cui gli ex combattenti si rapportano con l’esperienza passata e con le azioni commesse. C’è, così, chi cerca ancora di legittimare se stesso, convincendosi che la propria buona fede lo assolve, perché in fondo stava rispondendo al richiamo patriottico, chi si autogiustifica per aver obbedito agli ordini (in primis la chiamata alle armi), ma vi è anche chi svela i meccanismi auto-assolutori che ha attivato fino a quel momento. Meccanismi di disimpegno morale, li avrebbe definiti Bandura (Bandura, Barbaranelli, Caprara, & Pastorelli, 1996): cioè quei dispositivi cognitivi interni all’individuo, socialmente appresi e costruiti, che liberano l’individuo dai sentimenti di autocondanna e che permettono alla persona di giustificare il proprio comportamento riprovevole, tutelandola da sentimenti di colpa e vergogna. Tra questi, i meccanismi, implicitamente o esplicitamente “denunciati” in Tornando a casa sono:  la «giustificazione morale» dei fini superiori per oscurare la riprovevolezza della condotta compiuta o da compiere;  il «dislocamento della responsabilità», con il quale la responsabilità della condotta è attribuita ad un fattore esterno, ad esempio, ad un’autorità che l’avrebbe imposta; la «diffusione della responsabilità», che consiste nel giustificarsi dicendosi, «ma sì, lo fanno tutti», perciò, si sostiene che si tratta di colpe che, per il fatto di essere di tutti, in definitiva non sono di nessuno [9].

Particolarmente significativo, al riguardo, è il dialogo iniziale, attorno al tavolo da biliardo, in una saletta dell’ospedale tra reduci in sedia a rotella o allettati. Uno di loro, infatti, pur stentando a trovare le parole, si sforza di spiegare a sé stesso e agli altri i meccanismi di difesa con i quali ci si rapporta all’esperienza bellica attraversata. Ma non meno rilevante è il dialogo tra il capitano Bob Hyde e sua moglie Sally, nella stanza d’albergo ad Hong Kong, dove lei lo ha raggiunto mentre è in licenza. Bob le parla delle teste vietnamite, mozzate, che i suoi uomini innalzano sui pali.

Tornando a casa da una guerra senza confini

Un altro elemento posto in rilievo nei dialoghi tra Bob e Sally è una delle caratteristiche peculiari di quella guerra: non esisteva il fronte. Lo scontro a fuoco, l’attacco armato, le bombe potevano colpire i soldati anche nelle retrovie, anche se erano addetti ad attività d’ufficio.

Per questo è particolarmente efficace la scelta degli sceneggiatori di far rientrare in patria Bob a seguito di una ferita alla gamba, procuratasi da solo, involontariamente, con l’M16, camminando sul sentiero, mentre andava a fare la doccia: «Lì devi sempre essere armato. Anche quando vai a fare la doccia… Soprattutto, quando vai a fare la doccia», spiega a Sally e a Vi.

 

Tornando a casa senza identità

Per chiudere, non è un merito di poco rilievo il fatto che tutti i personaggi siano persone in cerca di identità.

Sally Hyde

Lo è la protagonista, Sally (e Jane Fonda è davvero impareggiabile nel renderne con sobria misura le diverse sfaccettature), che all’inizio del film accarezza, scaramanticamente la bandiera a stelle e strisce, dopo aver salutato il marito partito per il fronte, ma che ora cerca, con tentennamenti e timori di inadeguatezza, la propria indipendenza da lui e la propria autonomia di pensiero (“un marito” era stata la risposta data al liceo alla domanda su cosa avrebbe desiderato avere con sé, se avesse fatto naufragio su di un’isola deserta). E questa complessità non soltanto rende credibile e toccante il personaggio, ma accentua il significato della scena del rapporto sessuale con il marito Bob, che pare quasi essere pervaso da una sorta di impersonalità da parte di entrambi, nonché le malinconiche e sensuali sequenze della sua prima notte d’amore con Luke Martin. Privato dell’uso delle gambe e reso sessualmente impotente sul piano fisico, è invece capace di procurargli un piacere sconosciuto, facendola sentire per la prima volta titolare del diritto di godere al pari del partner.

Bob Hyde

Non meno complesso e dall’incerta identità è il personaggio di Bob Hyde (uno straordinario e toccante Bruce Dern). Un uomo perbene che, come militare, diventa un killer in divisa, “perbene”, e smarrisce il proprio centro. Costruitosi un’immagine di sé fondata tutta sui valori militari, comincia ad andare in pezzi quando ne riscontra la natura fittizia, illusoria e mendace. È un uomo onesto che scopre le menzogne di cui si è nutrito e che ha contribuito a diffondere. Mostra il dito medio ad un manifestante, ma poi svela a Luke che l’FBI lo ha spiato per il suo impegno anti-Vietnam. Non si capacita del fatto che gli venga assegnata una medaglia, non avendo compiuto alcun gesto di coraggio. «Volevo solo essere un eroe», confessa disperato a Sally, realizzando, ameno in parte, di essersi costruito un falso sé. Ma non sa farsi aiutare da lei, che, del resto, non ha le parole per riuscire a farlo sentire compreso e non sa stargli accanto in silenzio.

Luke Martin

Anche il personaggio di Luke è alquanto sfaccettato. È collerico, spavaldo, provocatorio, ma anche consapevole di avere «un brutto carattere» e profondamente sensibile. È il solo che sa come prendere Billy Munson (il reduce psichicamente disturbato, fratello di Vi, l’amica di Sally) e che riesce a contenerne il dolore e l’angoscia. E nei confronti di Sally è capace non soltanto di farla sentire una donna, ma anche di ascoltarla. Innamorato di sé quand’era un ragazzo (“uno specchio” aveva risposto al liceo alla domanda cosa vorresti avere con te se ti ritrovassi su di un’isola deserta), si trova a fare i conti con un’immagine fisica e mentale di sé totalmente cambiata. Inoltre, ha un sacco di morti da portarsi dietro. E non tutti li ha uccisi per difendere la propria o l’altrui vita, come lascia intendere in alcuni momenti.  Dei tre protagonisti del film è la persona più risolta, ma non è un saggio e neppure riesce ad essere sempre all’altezza della situazione. Ad esempio, nelle sequenze finali, il suo discorso agli studenti, per quanto sincero, rivela un’eloquenza davvero incomparabile con le consapevolezze che ha raggiunto. E tale scelta degli autori evita di conferire al personaggio una statura eroica, conservandone invece, la realtà, umana: è un uomo che, tornando a casa, fa i conti con l’inconsistenza di un’altra frequente, un po’ fasulla e un po’ sincera, scusa. Quella a cui spesso ci aggrappiamo per auto-giustificarci e per tenere a bada il senso di colpa o di vergogna. Quella che più o meno suona così: «non sapevo, non ero consapevole, non avevo capito».

 

 

 

Alberto Quattrocolo

Fonti

AAVV., Il Cinema. Grande Storia illustrata, Vol. VIII, De Agostini, Novara, 1982

Stanley Karnow, Storia della guerra in Vietnam, RCS Rizzoli Libri S.p.A., Milano, 1985

Tornando a casa e gli altri film citati

[1] Tornando a casa non fu un successo paragonabile a quello di altre pellicole in circolazione nel nostro paese e altrove in quell’anno – come lo sbanca-botteghino Grease, protagonisti del quale erano un lanciatissimo (dal precedente La febbre del sabato sera) John Travolta e un’adorabile Oliva Newton-John -, però ebbe un ottimo riscontro commerciale.

[2] Entrambi i protagonisti principali (Jane Fonda e Jon Voight) furono premiati con l’Oscar e Voight vinse anche a Cannes. Bruce Dern venne nominato per l’Oscar come miglior attore non protagonista. Il premio andò, tuttavia a Christopher Walken per Il cacciatore, uscito alla fine di quell’anno. Anche Penelope Milford ebbe la nomination all’Oscar come miglior attrice non protagonista, ma non lo vinse (andò alla britannica Maggie Smith, per California Suite). Il regista Hal Ashby fu candidato all’Oscar, che venne, però, assegnato a Micheal Cimino, per Il cacciatore, che complessivamente in quella edizione degli Oscar ricevette 5 premi (a Mcheal Cimino abbiamo dedicato un post su questa rubrica in relazione al suo controverso capolavoro, I cancelli del cielo, 1981). Candidato anche per il migliore montaggio (Don Zimmermann) e battuto nuovamente da Il cacciatore (il premio spettò al montatore Peter Zinner), Tornando a casa ottenne un terzo Oscar per la migliore sceneggiatura originale. Il premio andò al trio di sceneggiatori costituito da Nancy Dowd, Robert C. Jones e Waldo Salt. Costui, in quanto iscritto nel 1938 al Partito Comunista Americano (era la sola forza politica, spiegò, che cercava davvero di contrastare il fascismo e il nazismo in Europa e la sua diffusione negli USA), era finito, nel dopoguerra, sulla lista nera redatta dalla Commissione d’Inchiesta per le Attività Anti-Americane, e fu costretto ad espatriare in Gran Bretagna per evitare più gravi guai giudiziari. Dopo aver lavorato per la TV inglese, rientrò negli USA, quando l’ondata d’isteria anticomunista, scatenata nei primi anni Cinquanta dal senatore repubblicano Joseph McCarthy e dal deputato Richard M. Nixon, era quasi del tutto rientrata. Alla fine degli anni Sessanta, infatti, firmò la sceneggiatura di Un uomo da Marciapiede (1969, di John Schlesinger), che gli valse l’Oscar, quella di Serpico (1973, di Sidney Lumet) e di Il giorno della locusta (1975, di John Schlesinger), prima di entrare nel team degli autori di Tornando a casa, che gli fruttò la nomination a Cannes e l’assegnazione del premio da parte dell’associazione degli sceneggiatori – Writers Guild of America -, ossia il WGA Award. Curiosamente i due film che valsero a Salt l’Oscar furono entrambi interpretati da Jon Voight. Costui, pur figurando come protagonista in altri due degli anni Settanta film apertamente schierati sul fronte contestatario-progressista – ll rivoluzionario (1970), di Paul Williams, e Conrack (1974), dell’ex black-listed Martin Ritt, in mezzo alle quali situa Un tranquillo weekend di paura (1972) di John Boorman -, fu da sempre un dichiarato sostenitore del Partito Repubblicano. Al contrario la sua partner di Tornando a casa, Jane Fonda, come il padre (Henry Fonda), già sostenitrice del Partito Democratico e appartenente all’area progressista di questo, dal 1968, fu sinceramente impegnata nel movimento di protesta contro la guerra in Vietnam, al punto che i suoi detrattori la soprannominarono “Hanoi Jane”. Si era, infatti, recata non soltanto nel Vietnam del Sud, ma anche in quello del Nord per documentare e denunciare la devastazione e l’inutilità dei bombardamenti americani. Aveva, inoltre, sposato l’attivista Tom Hayden, divorziando, in seguito, da lui, ma non dalle sue idee. Jane Fonda, infatti, in quell’edizione degli Oscar del ’79, quando venne premiata per il ruolo di Sally Hyde in Tornando a casa, rilasciò dichiarazioni polemiche verso il film di Micheal Cimino, pur non avendolo ancora visto per intero. Lo accusò di razzismo e di fascismo. Il livello di polemiche attorno a Il cacciatore, del resto era altissimo e procurò anche conseguenze politico-diplomatiche quando venne presentato al festival di Berlino. La delegazione sovietica si ritirò proprio per via del film di Cimino.

[3] Le uniche musiche che si sentono sono, infatti, canzoni di gruppi e cantanti degli Anni Sessanta: Rolling Stones, Beatles, Bob Dylan, Janis Joplin, Buffalo Springfield, Tim Buckley, Steppenwolf, Richie Havens, Simon and Garfunkel, Chambers Brothers.

[4] Gli Stati Uniti, dopo quasi dieci anni di conflitto, ne erano usciti con gli accordi di pace di Parigi del ’73. Il conflitto tra Vietnam del Nord e Vietnam del Sud si concluse poi con l’entrata delle forze nordvietnamite a Saigon il 30 aprile del ’75. Ciò sancì la definitiva e totale vittoria delle forze comuniste in tutta la regione indocinese e il completo fallimento politico e militare dell’intervento americano, ispirato a suo tempo, secondo la cogente logica della “Guerra Fredda”, soprattutto dalla volontà di arrestare la diffusione del comunismo in quell’area come nel resto del mondo. Alla guerra in Vietnam su Corsi e Ricorsi abbiamo dedicato diversi post: uno sull’inizio dell’escalation dell’intervento bellico statunitense, uno sulla strage di My Lai del ’67 ed un altro dedicato all’omicidio di John F. Kennedy.

[5] Sally (J. Fonda), nel 1968 – all’indomani dell’omicidio di Robert F. Kennedy -, dopo la partenza per il Vietnam del marito Bob (B. Dern), capitano dei marines, fa amicizia con Viola (P. Milford), dietista del locale ospedale per reduci, in cui è ricoverato il fratello (R. Carradine) nel reparto psichiatrico. Sally, quasi senza accorgersene, “facendo di necessità virtù”, inizia ad uscire dal ristretto ruolo vissuto fino ad allora di “moglie del capitano”. Si trova a dovere pensare e agire per sé e non più, come aveva fatto fino a quel momento, con la mente rivolta prevalentemente alle esigenze del marito e alla necessità di integrare il menage familiare con i valori, gli schemi e le peculiarità dell’organizzazione militare Questo spaesamento, che un po’ la stimola e un po’ la spaventa, è accentuato dalla necessità di traslocare dalla casa, interna alla base militare, in cui ha vissuto con Bob. Per impegnare il tempo e per rendersi utile, pur conscia della contrarietà di Bob, il quale vorrebbe che lei continuasse a vivere col suo lauto stipendio di capitano e non lavorasse, si offre volontaria come infermiera nell’ospedale per i reduci dal Vietnam. Qui ritrova Luke Martin (jon Voight), già suo compagno al college ed ora reduce dal Vietnam, dov’era andato come volontario. Colpito durante un combattimento alla colonna vertebrale, è stato decorato e congedato con il grado di sergente. Paralizzato dalla vita in giù, è in attesa di poter essere sistemato sulla sedia a rotelle. Dopo uno scontro inziale e alcune interazioni che rivelano l’atteggiamento aggressivo, indisponente e provocatorio di Luke, che l’accusa di fare la volontaria solo per passare il tempo, Sally ne diventa amica. L’amicizia, anzi, dopo un po’ diventa un sentimento di reciproca intesa e attrazione. Sally è sempre più coinvolta nei problemi che devono affrontare i pazienti dell’ospedale. Tenta di denunciare sul giornale dell’organizzazione di volontariato di cui fa parte le carenze di personale, di posti letto e le altre inadeguatezze nella cura e nel sostegno al reinserimento dei reduci – mutilati nel corpo e psicologicamente sofferenti.

Raggiungendo Bob, cui è stata concessa una breve licenza a Hong Kong, sente il disorientamento del marito, il cui patriottismo e i cui sogni di gloria stanno subendo i contraccolpi delle brutalità e della ferocia del conflitto (le racconta che i suoi soldati infilano le teste dei vietcong sui pali). Scoprendo la distanza, muta e sorda, che ormai li separa, rientrata a casa, trascorre la notte con Luke, nel frattempo dimesso dall’ospedale. Per la prima volta prova l’esperienza di un vero appagamento sessuale, di un piacere datole da un partner che proprio nel procurarlo a lei, lo procura anche a sé, pur trattandosi di un fisicamente impotente. Sally inizia, così, un vero e proprio rapporto con lui, tormentato, però, dai sensi di colpa verso il marito, cui vuole ancora molto bene e dall’angoscia e dalla sofferenza di Luke, consapevole che il loro è un amore a termine.

Bob, feritosi accidentalmente ad una gamba, viene rimandato in patria. Luke e Sally si lasciano promettendosi che saranno sempre amici. Per quanto la sua ferita non sia grave, Bob, appena atterrato, appare subito è terribilmente, ma silenziosamente, destabilizzato. Frustrato per non essere diventato un eroe (si è sparato da solo per sbaglio mentre stava andando alle docce), sconcertato dal feroce squallore della “sporca guerra”, realtà che gli sta facendo crollare il mondo sotto i piedi, nei confronti di Sally è ancora più distante di quanto non lo fosse ad Hong Kong, durante la breve licenza. La sera stessa del suo rientro, invece di restare con Sally, che si sforza di farlo sentire accolto, va ad ubriacarsi disperatamente con dei commilitoni, che poi porta a casa. Due agenti dell’FBI, il giorno dopo, lo incontrano nella base miliare e gli mostrano i filmati riguardanti il tradimento della moglie, di cui sono in possesso. Luke, infatti, che settimane prima si era legato per protestare contro la guerra e ai cancelli del centro di arruolamento delle reclute ed era stato arrestato, era pedinato.

[Si consiglia di non proseguire la lettura se non si vuole conoscere il finale del film] Bob prima di tornare a casa va da Luke per informarlo, del fatto che era pedinato dall’FBI e che lui è stato messo al corrente della sua relazione con Sally. Ora, aggiunge, prima di andarsene, sta a sua moglie decidere cosa fare Poi va a casa e prende dalla rimessa un fucile automatico con la baionetta innestata e va a parlare con Sally. È del tutto sconvolto. Parla con Sally – che nel frattempo è stata avvisata telefonicamente da Luke della sua conversazione che ha appena avuto con Bob -, dapprima come inebetito dal dolore, poi con rabbia, quando costei gli dice che si sentiva sola e aveva paura. Soprattutto, Bob non riesce a togliersi dalla testa il Vietnam. È tutto un mondo che sta crollando, lo sconcerta e lo ferisce il fatto che gli diano una medaglia, senza che abbia compiuta alcuna azione eroica.

Luke, preoccupato, nel frattempo è arrivato davanti a casa loro e sentando da fuori le urla di Bob entra in casa. La sua presenza e le sue parole dapprima esasperano Bob, che, poi, però, quando Luke fa cenno ai morti che ha già sulla coscienza, posa l’arma e crolla su una sedia.

Il giorno seguente, Luke parla davanti agli studenti di un liceo, per metterli in guardia dalle bugie della propaganda.  Nel frattempo, dopo una rapida e mesta cerimonia di decorazione, Sally riporta il marito a casa e va con Viola a comprare la carne per il barbecue. Bob, lasciato solo, va in spiaggia, si leva l’uniforme e nudo si getta in mare, nuotando verso il largo. Sally entrando nel supermarket apre una porta in cui c’è scritto “uscita fortunata”.

[6] Vi erano già stati alcuni film in cui i protagonisti erano dei reduci da quella guerra, ma questo era il primo in cui il tema del ritorno in patria dei soldati e del loro interrogarsi sul significato dell’esperienza avuta era trattato in maniera così diretta, schietta e, soprattutto, esclusiva. Anche nel coevo Guerrieri per l’inferno (di Karel Reisz) – proposto anch’esso in concorso al 31° Festival di Cannes quell’anno – il disorientamento post-Vietnam dei personaggi interpretati da Tuesday Weld, Micheal Moriarty e Nick Nolte è alla base del loro precipitare in una vicenda di violenze e di traffici illeciti. Ma si tratta di un noir – molto bello e, soprattutto, originale, per la sua atmosfera disillusa, allucinata e struggente -, i cui rinvii al Vietnam, per quanto espliciti, non esprimono la posizione personale dei personaggi rispetto a quella guerra. Invece, i dialoghi, i sentimenti, i pensieri e le azioni dei protagonisti di Tornando a casa sono sempre, in ogni minuto, condizionati o posti in rapporto con il conflitto vietnamita.

[7] L’unico altro precedente, di impatto analogo, o superiore, a Tornando a casa, era il documentario sui reduci girato da John Huston, Let There Be Light (1945), la cui proiezione, però, fu vietata dalle forze armate, che pure lo avevano commissionato. John Huston, che all’epoca era stato richiamato in servizio dall’esercito, ai rimproveri dei suoi superiori di avere realizzato un film pacifista, replicò: «Signori, se un giorno facessi un film a favore della guerra, voglio sperare che allora mi mettiate davanti ad un muro e mi fucilate». Certo, tra le opere di fiction precedenti a Tornando a casa vi erano stati anche C’è sempre un domani (1945, di Delmer Daves), I migliori anni della nostra vita (1946, di William Wyler) – entrambi grandi successi di pubblico e di critica e, il secondo in particolare, ricoperti di premi – e Anime ferite (1946, di Edward Dmytryk); ma in quelle opere le sofferenze rappresentate erano quelle dei reduci della Seconda Guerra Mondiale, che, per quanto provati e deprivati della vista (C’è sempre un domani), degli arti (I migliori anni della nostra vita) o del loro equilibrio psicologico (tutte e tre le opere citate), venivano accolti come eroi e riconosciuti come combattenti difensori della libertà  della democrazia. Avevano lottato dalla parte giusta. Personaggi, ispirati a persone reali o interpretati da veri reduci, non si maceravano nel dubbio, o non erano afflitti dalla certezza, di aver partecipato ad una guerra che non si sarebbe dovuto combattere.

[8] I film sul conflitto in Vietnam che hanno dato una rappresentazione più sfaccettata dei soldati americani al fronte, mostrando le atrocità da essi commessi, sono stati per lo più prodotti nei decenni seguenti. I più noti sono senza dubbio: Platoon (1985), Nato il 4 luglio (1989) e Tra cielo e terra (1993), tutti e tre di Oliver Stone, che a suo tempo aveva preso parte alla guerra del Vietnam, e Vittime di guerra (1989), di Brian De Palma, che, pur oggetto di forte attenzione mediatica e con attori di sicuro richiamo (Sean Penn e Micheal J. Fox), per le sue sequenze disturbanti, ebbe un successo commerciale inferiore alle attese. L’unica altra opera, tra i film degli anni Settanta, che propone un’immagine ambigua o negativa del reduce del Vietnam è costituita da I visitatori (1972) di Elia Kazan. Un film che, nonostante la firma di un maestro pluripremiato del cinema hollywoodiano e la partecipazione al Festival di Cannes di quell’anno, ebbe, però, una circolazione assai limitata nelle sale cinematografiche. La fonte d’ispirazione del film di Kazan è, peraltro, lo stesso evento reale (il sequestro, lo stupro e l’omicidio di una ragazzina vietnamita da parte di alcuni soldati americani) rappresentato nel successivo Vittime di guerra di Brian De Palma.

[9] Questi e altri meccanismi di auto-legittimazione sono ripetutamente presi in considerazione sia in termini teorici (nei momenti introduttivi) che in termini interlocutori ed esperienziali (in relazione alle simulazioni svolte) all’interno dei percorsi di formazione di Me.Dia.Re. sulla gestione dei conflitti, sulla prevenzione e de-escalation della violenza, nonché nei corsi relativi all’ambito vittimologico e criminologico.

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