Tra il 5 e il 6 dicembre 2007 si scatena il fuoco omicida della ThyssenKrupp

Il fuoco che brucia la pelle degli uomini. Che mangia vivo chiunque capiti a tiro. Si avvinghia ai corpi, finché qualcuno non lo spegne o non rimane più nulla da bruciare. E nel frattempo strappa la vita alle persone che incatena.

Questo è accaduto a quei sette uomini che, nella notte di undici anni fa, sono stati coinvolti nell’incidente della ThyssenKrupp, nello stabilimento di Torino. La dinamica, ricostruita in tre gradi di giudizio, vede un piccolo incendio trasformarsi in un mostro di fuoco, che travolge gli operai come uno tsunami, senza lasciare loro alcuno scampo. Se ne salva solo uno, casualmente dietro un muletto lasciato in mezzo al corridoio, che lo protegge dall’ondata di fiamme, ma non dal vedere i propri “fratelli” bruciare vivi: corpi arroventati che vagano urlando in quella fabbrica che è stata la loro casa ed è diventata la loro tomba.

 

 

 

Tre gradi di giudizio, appunto, necessari per accertare le responsabilità. Quasi dieci anni di procedimento. Lacrime rabbiose dei famigliari per la riduzione in Appello: quasi tredici milioni di euro di risarcimento non servono a restituire padri, figli e mariti. Soprattutto se strappati alle proprie case da un momento all’altro, nonostante, probabilmente, l’incidente si sarebbe potuto evitare. Se gli estintori fossero stati pieni; se i corsi sulla sicurezza fossero stati tenuti; se lo stabilimento non fosse stato sull’orlo della chiusura, quando la soglia dell’attenzione inevitabilmente si abbassa.

Harald Espenhahn e Gerard Priegnitz. Evidentemente non i nomi degli operai italiani, i cui visi costruiscono l’immagine dell’articolo, ma dei manager tedeschi condannati, che non hanno fatto un giorno di carcere, essendo a piede libero in Germania. Chissà le famiglie delle vittime quanto dovranno attendere per poter dire appagata la propria sete di giustizia.

 

Alessio Gaggero

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