Solo alcune migliaia di morti

A Mussolini bastavano solo alcune migliaia di morti per potersi sedere da vincitore al tavolo della pace, dopo la sconfitta della Francia e del Regno Unito: questa era la sua convinzione alla fine di maggio del 1940. Appena alcune migliaia di morti per beneficiare dell’esito vittorioso di una guerra-lampo conseguita sul campo, per quattro quinti, dalla armate hitleriane. Solo alcune migliaia di morti italiani, dunque. Un po’ di carne da macello, mandata ad ammazzare e a morire, per contrattare e salvare la faccia con l’alleato nazista, che, attaccata e conquistata la Polonia, stava sbaragliandone gli alleati anglo-francesi un po’ ovunque. Solo alcune migliaia di morti e poco importava dove e come, visto che le forze armate del Terzo Reich avevano messo in ginocchio la Francia e avevano costretto il contingente britannico alla disperata evacuazione dalle spiagge di Dunkerque.

Il 10 giugno del 1940 l’Italia, per volontà di Benito Mussolini, dichiarò guerra alla Francia e al Regno Unito, credendo che ormai le democrazie occidentali fossero pressoché battute e pronte alla resa. L’Inghilterra e neppure quel poco che restava della Francia, però, non erano Stati male armati e isolati come l’Etiopia (abbiamo parlato in diversi post, all’interno di questa rubrica, delle atrocità commesse nell’invasione fascista dell’Etiopia), la Spagna repubblicana (abbiamo ricordato qui il contributo italiano alla guerra civile spagnola) o l’Albania (abbiamo ricordato in un altro post l’invasione italiana dell’Albania nell’aprile del 1939), contro i quali si erano arrischiate, peraltro facendo ben poco onorevoli figure, le truppe dell’Italia fascista. Quella decisione non procurò, quindi, solo alcune migliaia di morti italiani. Mussolini ne ebbe molti di più di quanto aveva asserito che sarebbero stati il minimo indispensabile per potersi spartire con Hitler il ricco bottino pregustato. In effetti non ebbe nient’altro che morti, militari e civili: all’incirca mezzo milione. E la guerra lampo non solo non portò una vittoria fulminea ma durò ben cinque anni. Cinque anni di atrocità e abomini. Un incubo quale il popolo italiano mai aveva vissuto prima e nel quale entrò senza tentare di risvegliarsi. Andando dietro al loro duce, gli italiani si gettarono nel baratro. Alcuni con tronfio entusiasmo, altri, la maggior parte, con riluttante e incerta fiducia in una magica e rapida vittoria, altri ancora con sgomenta rassegnazione.

Il Patto d’Acciaio

Il 22 maggio 1939 il ministro degli Esteri italiano Galeazzo Ciano, genero di Mussolini, e il ministro tedesco Joachim von Ribbentrop avevano firmato a Berlino un’alleanza difensiva-offensiva, tra l’Italia e la Germania, un patto che Mussolini aveva inizialmente pensato di battezzare Patto di Sangue, ma che poi aveva più prudentemente chiamato Patto d’Acciaio. Pochi giorni prima di apporre la firma, Ciano, conscio dell’impreparazione militare dell’Italia, aveva chiesto a Ribbentrop se Hitler aveva intenzione di iniziare a breve una nuova guerra europea. Il ministro Ribbentrop aveva risposto che «la Germania è convinta della necessità di un periodo di pace che dovrebbe essere non inferiore ai 4 o 5 anni», assicurando il collega italiano che le divergenze con la Polonia per il controllo del Corridoio di Danzica sarebbero state superate «su una strada di conciliazione». La rassicurazione combaciava con la previsione di Mussolini secondo la quale l’Italia sarebbe stata militarmente pronto per il 1943, perciò il duce aveva dato il suo assenso definitivo per la firma dell’alleanza. Si completava, così, quel fatale e sciagurato processo di avvicinamento tra i due dittatori di cui gli italiani avevano già fatto tangibile esperienza con l’abominevole Manifesto della Razza del 14 luglio del 1938 (lo abbiamo ricordato qui) e la successiva emanazione e la solerte applicazione delle vergognose leggi razziali del 1938, a partire dal censimento degli ebrei. Già tre mesi dopo, il 23 agosto, però, Ciano, di rientro da una visita ufficiale in Germania, riferì a Mussolini che Hitler aveva intenzione di attaccare la Polonia, e fece presente al duce che gli italiani non volevano la guerra e, soprattutto, non volevano battersi al fianco della Germania per aiutarla a conquistare un potere che avrebbe un giorno utilizzato contro di loro.

Il Patto Ribbentrop-Molotov

Mussolini gli diede ragione, ma quando, il 23 agosto la Germania e l’Unione Sovietica annunciarono di aver firmato un patto decennale di non aggressione reciproca in caso di invasione tedesca della Polonia (firmato rispettivamente dal ministro degli Esteri sovietico Vjačeslav Molotov e dal ministro degli Esteri tedesco Joachim von Ribbentrop), la sua volontà di essere al fianco di Hitler, nell’imminente guerra che andava profilandosi, crebbe. Tuttavia fu Hitler, due giorni dopo, il 25 agosto, inviò una lettera Mussolini in cui, scusandosi, spiegava sia le ragioni del patto stipulato con l’URSS all’insaputa dell’Italia, sia gli effetti, tra i quali vi era la minore necessità dell’apporto delle forze armate italiane accanto a quelle tedesche, nel caso in cui Francia e Inghilterra fossero intervenute accanto alla Polonia in procinto di essere assalita. Il patto con Stalin, spiegava Hitler, gli permetteva di non aver nulla da temere sul lato orientale e di potersela cavare da solo ad occidente contro gli eserciti anglo-francesi.

Nove mesi non belligeranza

Mussolini e suo genero risposero con una lettera firmata dal duce che comprendevano la posizione della Germania per quanto riguardava la Polonia e approvavano il patto tedesco-sovietico, ma che nel caso in cui il previsto e imminente conflitto dell’alleato tedesco con la Polonia avesse dato luogo ad una guerra generale in Europa, l’Italia non era in grado di «assumere l’iniziativa di operazioni belliche». Aggiungevano, però:

 «Il nostro intervento può tuttavia essere immediato se la Germania ci darà subito i mezzi bellici e le materie prime per sostenere l’urto che i franco-inglesi dirigeranno prevalentemente contro di noi».

Hitler, privatamente irritato per quella risposta, fece buon viso a cattivo gioco e chiese di cosa avesse bisogno l’alleato italiano per far fronte ad un eventuale attacco franco-britannico. Il 26 agosto Mussolini rispose con una lunghissima lista appositamente abnorme e impossibile da soddisfare, talmente esagerata da essere definita da Galeazzo Ciano «tale da uccidere un toro». Il Führer, pur sospettando che gli italiani lo stessero prendendo in giro, rispose che comprendeva la situazione italiana e che poteva inviare solo una piccola parte del materiale richiesto.

Il 1° settembre 1939, alle 5,30 del mattino, la Wermacht dava il calcio d’inizio alla Seconda Guerra Mondiale, invadendo la Polonia.

Nove mesi di frustrazione di Mussolini

Nel pomeriggio Mussolini riunì il Consiglio dei Ministri e, con il volto pallido e grave, in ghingheri in uniforme bianca, lesse il messaggio che aveva ottenuto dal Führer per prevenire rimproveri di tradimento dai più filo-hitleriani tra i suoi gerarchi. La lettera di Hitler terminava così:

«Io credo, quindi, che in queste condizioni non vi sia necessità di un sostegno militare dell’Italia. Io Vi ringrazio, Duce, anche per tutto quanto farete in avvenire per la causa comune del Fascismo e del Nazionalsocialismo».

L’annuncio dello stato di non-belligeranza provocò in Italia un’immensa soddisfazione, che non contagiò soltanto piccoli gruppi di fascisti fanatici. Per alcuni altri, cattolici e liberali la cui opposizione al fascismo li aveva ridotti alla clandestinità o al mutismo, si accendeva la speranza che una rottura di solidarietà tra fascismo e nazismo preludesse ad una liberalizzazione del regime. Per Mussolini, invece, iniziavano nove lunghi mesi di delusione, di stress, di disturbi gastrici. Questa depressione trovava momentaneo sollievo allorché indugiava in sogni ad occhi aperti sul verificarsi di un miracolo che gli permettesse di rinunciare alla non-belligeranza. Assistere alle incessanti vittorie delle armate di Hitler e rendersi conto ogni giorno di più che il dittatore tedesco assurgeva a livelli ai quali egli non avrebbe potuto avvicinarsi gli procurava un tormento insopportabile.

Le impressionanti e fulminee vittorie dei tedeschi in Polonia, avevano già messo in risalto l’inconsistenza della politica militarista e della propaganda dell’Italia fascista e il duce nel Promemoria segretissimo 328 del 31 marzo 1940, si convinceva che l’Italia non poteva restare non-belligerante «senza squalificarsi, senza ridursi al livello di una Svizzera moltiplicata per dieci».

«… ho bisogno solo di alcune migliaia di morti » (Mussolini)

Le armate del Reich, mettendo in atto l’efficace tattica del Blitzkrieg, nella primavera del ’40, sconfiggendo le forze anglo-francesi e i loro alleato, travolgevano la Danimarca (il 9 aprile), la Norvegia (tra il 9 aprile e il 10 giugno), i Paesi Bassi (tra il 10 e il 17 maggio), il Lussemburgo (il 10 maggio), il Belgio (tra il 10 e il 28 maggio) e andavano all’attacco diretto della Francia. Il 28 maggio, mentre i franco-britannici cominciavano ad evacuare Dunkerque via mare e il Belgio capitolava, Mussolini decise che l’Italia sarebbe entrata in guerra al fianco della Germania. Un mese prima, il 28 aprile papa Pio XII gli aveva scritto un messaggio per convincerlo a restare fuori dal conflitto. Il 14 maggio anche il presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt aveva tentato di dissuaderlo dall’entrare in guerra. Due giorni dopo il primo ministro Winston Churchill scrisse a Mussolini avvertendolo che il Regno Unito non si sarebbe sottratto alla lotta, qualunque fosse stato l’esito della battaglia sul continente (lo abbiamo ricordato qui). Anche il principe ereditario Umberto di Savoia espresse la propria contrarietà, come del resto fece il maresciallo Pietro Badoglio, capo di stato maggiore. Entrambi insistettero il primo con Ciano, il secondo con Mussolini, sul numero insufficiente dei carri e degli aerei. Secondo Mussolini, però, le rapide vittorie tedesche annunciavano l’imminente fine della guerra, sicché l’insufficienza effettiva delle forze armate italiane aveva un’importanza trascurabile. Occorreva poter sbandierare «solo un pugno di morti», per potersi sedere al tavolo dei vincitori, avendo il diritto di reclamare parte del bottino.

A Badoglio, infatti, il duce replicò seccamente:

«Lei, signor maresciallo, non ha la calma sufficiente per un’esatta valutazione della situazione. Le affermo che in settembre tutto sarà finito e che ho bisogno solo di alcune migliaia di morti per sedere alla tavola della pace come co-belligerante».

La coltellata alla schiena della Francia

Il 28 maggio il duce gli comunicò la decisione di intervenire contro la Francia e, la mattina successiva, riunì a Palazzo Venezia i quattro vertici delle Forze Armate. La riunione durò appena mezz’ora. Il re non venne consultato ma informato e si oppose soltanto su un punto:  la questione del comando supremo che Vittorio Emanuele III intendeva conservare per sé. Il 30 maggio Mussolini annunciò ufficialmente a Hitler che l’Italia sarebbe entrata in guerra mercoledì 5 giugno. Il 1º giugno il Führer chiese al dittatore italiano di posticipare fino all’11 giugno, poi si giunse a definire come data lunedì 10 giugno. Galeazzo Ciano convocò per le 16:30 a Palazzo Chigi l’ambasciatore francese André François-Poncet per leggergli la dichiarazione di guerra. François-Poncet, secondo quanto scrisse Ciano nel suo diario, disse che considerava la dichiarazione di guerra

«un colpo di pugnale a un uomo già a terra»

L’ambasciatore inglese, cui Ciano lesse la dichiarazione di guerra un quarto d’ora più tardi, restò imperturbabile.

In sede internazionale la dichiarazione di guerra contro la Francia fu vista esattamente per quel che era: un gesto vile come una pugnalata alle spalle. L’esercito francese, infatti, era già stato messo in ginocchio dai tedeschi e il suo comandante supremo, il generale Maxime Weygand, aveva già ordinato ai comandanti delle forze superstiti di ritirarsi per mettere in salvo il maggior numero possibile di unità. Stava per rieccheggiare il passo dell’oca sugli Champs-Élysées. E il 14 giugno le truppe tedesche entravano a ParigiRoosevelt, appresa la notizia della dichiarazione di guerra alla Francia, rilasciò un’amara dichiarazione radiofonica:

«In questo 10 giugno, la mano che teneva il pugnale l’ha affondato nella schiena del suo vicino».

«La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti: vincere!» (Mussolini)

Preceduto dal vicesegretario del Partito Nazionale Fascista Pietro Capoferri, che ordinò il saluto al duce alla folla ammassata in piazza Venezia, alle 18:00 di quel 10 giugno, Mussolini, apparve al balcone del palazzo presidenziale. Indossando l’uniforme da primo caporale d’onore della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, con un lungo discorso trasmesso anche via radio e diffuso dagli altoparlanti nelle città e nei paesi, con tono più cesariano del suo solito gridò:

«Combattenti di terra, di mare, dell’aria. Camicie nere della rivoluzione e delle legioni. Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania. Ascoltate! Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra Patria. L’ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è stata già consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insediato l’esistenza del popolo italiano».

Se questo era il delirante e cialtronesco inizio dell’annuncio, non da meno poteva essere la conclusione.

«La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: vincere! E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo. Popolo italiano! Corri alle armi e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!».

«Intanto entriamo in guerra, poi si vedrà»

Dal pubblico si levarono applausi e acclamazioni. Il duce, terminata la vanagloriosa perorazione, si ritirò rapidamente dal balcone di palazzo Venezia, mentre la folla si ritirava in silenzio.

L’11 giugno le truppe italiane cominciarono le operazioni militari lungo il confine francese, in vista della pianificata occupazione delle Alpi occidentali. Furono compiuti anche dei bombardamenti aerei,  puramente dimostrativi, su Port Sudan, su Aden e sulla base navale inglese di MaltaIl fatto che l’alto comando delle operazioni era stato affidato al generale Rodolfo Graziani, che come abbiamo visto in altri post su Corsi e Ricorsi, si era dimostrato esperto nel massacrare civili in Libia ed Etiopia, ma molto meno nel prevalere sui combattenti etiopi, nonostante l’uso dei gas e malgrado la loro inferiorità per numero e per mezzi, mostrava come Mussolini avesse lanciato l’Italia «in guerra senza essere attaccata, né sapere dove attaccare». Infatti «addensava le truppe alla frontiera francese perché non aveva altri obiettivi». L’atteggiamento venne definito dal generale Quirino Armellini in questi termini: «Intanto entriamo in guerra, poi si vedrà».

Non ci voleva molta immaginazione per sapere cosa si sarebbe visto. Mussolini, intrappolato dalla sua stessa retorica da megalomane, aveva incessantemente dichiarato, fin dall’invasione dell’Etiopia, che l’Italia era pronta a mobilitare «8 milioni di baionette» e che possedeva un numero di aerei sufficiente a «oscurare la luce del sole». La realtà era che dopo la mobilitazione del giungo 1940 gli effettivi erano un milione e 600 mila uomini, meno, quindi, di quelli del 1915, quando Vittorio Emanuele III scaraventò gli italiani e il Paese, povero e male armato, nella carneficina della Prima Guerra Mondiale (lo abbiamo ricordato nel post Oh, che bella guerra). Mussolini disponeva solo di 1.600.000 soldati, non perché mancassero gli uomini da mandare in guerra, ma perché non era in grado di equipaggiarne di più. Ma tanto, a Mussolini bastavano solo alcune migliaia di morti. E, sotto questo profilo, un milione e seicento mila esseri umani potevano bastare a fornire quelle alcune migliaia di morti.

Alberto Quattrocolo

 

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