socialrazzismo

Socialrazzismo

Come tutti, ho l’impressione che il razzismo sia non soltanto in crescita, ma mi pare anche che assuma una nuova fisionomia. Più avanti nel post tenterò di spiegare perché, a mio avviso, nella sua attuale versione, alcuni atteggiamenti e comportamenti razzisti si prestino ad essere denominati socialrazzismo. È, questa, una mentalità razzista che dilaga nell’intero continente, Italia inclusa.

Alcune caratteristiche del razzismo

Alcuni tra gli aspetti salienti del razzismo tumultuosamente crescente mi pare che possano essere i seguenti.

  • Non è riducibile a mera xenofobia, la quale sarebbe sintetizzabile nell’atteggiamento di chi dice: «gli unici di cui ho paura sono quelli che non conosco». È, invece, qualcosa di traducibile in questi termini: «odio quelli di cui ho paura, e questi sono i migranti, degli sconosciuti, che sono sicuro di conoscere».
  • È trasversale ai diversi ceti sociali, ma fa presa più salda ed è più diffuso presso la parte che maggiormente risente del disagio sociale esploso con la crisi economica.
  • Non soltanto è verbalizzato apertamente, ma cerca approvazione e seguito nei discorsi o nelle affermazioni svolte al bar, alla fermata del tram, sulla metro, sotto l’ombrellone, nella coda ad uno sportello, ma, soprattutto e con ancor maggiore violenza verbale, sui social.
  • Si compone e si alimenta di stereotipi e di pregiudizi (e spessissimo di ignoranza) a vari livelli. Pregiudizi e stereotipi negativi, naturalmente.

Pregiudizi e stereotipi alla base del razzismo

Senza dilungarmi troppo sul tema delle generalizzazioni e delle categorizzazioni, direi che questi meccanismi spadroneggiano vigorosamente nei pensieri e nei discorsi razzisti. Il rapporto tra in-group e out-group funziona a pieno regime. E non è facile smontarlo, anzi parrebbe essere un compito sovrumano. Per fare un esempio: se esce la notizia che un migrante (o un italiano di origine straniera) ha rubato, rapinato, stuprato o ucciso, immediatamente dai membri dell’in-group (gli autocotoni) quel crimine è vissuto come rappresentativo della tendenza criminale di tutto il gruppo dei migranti (l’out-group, appunto). Mentre, se un membro dell’in-group (un italiano) commette analoghi delitti, per gli autoctoni (cioè per gli altri membri dell’in-group cui quel criminale appartiene) la generalizzazione non vale. Infatti, i membri dello stesso gruppo sanno che quella condotta non è rappresentativa di qualità intrinseche al gruppo. Gli italiani sanno di non essere tutti dei mafiosi, degli evasori fiscali, dei corrotti o dei cialtroni accoltellatori a tradimento, anche se una parte piccola, per quanto numerosa, di italiani fa parte di organizzazioni criminali di stampa mafioso, evade il fisco, corrompe o è corrotta, e anche se talvolta i governi italiani hanno attaccato a tradimento altri paesi. Presso altri popoli, però, capita di scoprire che sono queste le rappresentazioni mentali che essi hanno degli italiani (che per loro sono un out-group). Un’informazione di carattere negativo sul comportamento di uno o di alcuni italiani è dagli altri popoli attribuita causalmente ad una caratteristica intrinseca, qualificante, di un intero popolo.

Non occorre essere personalmente cattivi per essere razzisti

Un’Europa popolata, presumo al 99%, come gli altri continenti, da persone perbene, di normale bontà e di altrettanto normale altruismo, vede, dunque, proliferare il razzismo. Ciò accade in un’Europa in cui abitano persone normalmente capaci di provare empatia per l’altro, in grado di essere compassionevoli verso la sofferenza del prossimo, anche quando proviene da un altro continente se hanno con costui una relazione di conoscenza non superficiale. Però, alcuni di questi europei, e tra costoro alcuni italiani, in numero costantemente crescente, temo, sospendono ogni capacità empatica quando spostano lo sguardo sulla massa degli esseri umani che attraversano il mare o le montagne per cercare una chance di vita migliore, o appena decente, o per sfuggire a carneficine, persecuzioni, e ad altre inenarrabili forme di violenza e violazione di diritti umani. Dilegua ogni forma di legame umano, ogni sentimento di appartenenza alla stessa specie. E se ne va a ramengo la memoria di un passato davvero recente di emigrazioni verso il nord dello stesso continente o al di là dell’Atlantico[1]. Si dimentica la storia coloniale e si rimuovono dalla memoria le tantissime forme di sfruttamento e i conflitti anche recentissimi posti in atto da governi e organizzazioni occidentali in Africa, Asia e America Latina. Così come sbiadisce il ricordo di un passato distante appena settant’anni. Un passato europeo di diritti negati, di trincee e fili spinati, di bombardamenti aerei, di mine, di rastrellamenti, di fucilazioni, di lotte partigiane e collaborazionismi, di tradimenti, di impiccagioni, di fosse comuni, di torture, di privazioni, di fame e devastazioni, di intolleranze e genocidi.

Il socialrazzismo e lo stato sociale

Scrivevo in apertura che il termine socialrazzismo mi sembra prestarsi a definire il razzismo di questi anni. Infatti, presenta alcune caratteristiche, tutt’altro che inedite nella sostanza ma nuove nelle forme, incluse quelle di trasmissione, che possono essere efficacemente sintetizzate in tale espressione.

Come anticipato, per il socialrazzismo l’accoglienza dei migranti e le politiche di inclusione sono  socialmente punitive per gli autoctoni. Tale convinzione dei socialrazzisti presenta un aspetto inedito rispetto al razzismo di un tempo, in cui il razzismo aveva solo marginalmente un risvolto competitivo sul fronte del Welfare. È vero che i meridionali e gli abitanti del Triveneto emigrati in Piemonte, Lombardia e Liguria, come, in generale, gli italiani emigrati in Germania, Francia, Belgio, Argentina, Stati Uniti, ecc., erano accusati di rubare il lavoro agli autoctoni, di essere portatori di criminalità, devianza, maleducazione, inciviltà e sporcizia, ma non si attribuiva a tali migranti la colpa di un’insufficienza del sistema del Welfare. Del resto, il sistema di Welfare degli anni ’30 o degli anni del secondo dopoguerra era assai ridotto rispetto a quello affermatosi nel corso dei successivi decenni in Europa e in quello che suole chiamarsi Occidente. E per quanto il suo successivo ridimensionamento e la sua sempre più ridotta capacità di far fronte al disagio sociale siano da ascriversi a scelte di politica economica e sociale degli ultimi 20-30 anni, che nulla hanno che fare con l’immigrazione, il socialrazzista, comprensibilmente frustrato e angosciato, al pari di altri milioni di suoi concittadini, per tale riduzione del Welfare, ne ascrive gran parte della colpa al fenomeno migratorio. E non importa che, dati alla mano, si spieghi e si dimostri che non è così. La sicurezza dei socialrazzisti è assoluta e inossidabile. Talmente irremovibile che chiunque dica il contrario viene considerato, nella migliore delle ipotesi, un bugiardo, ma comunque, sempre, un nemico, anzi peggio, un traditore. L’idea socialrazzista è che ogni euro, sterlina o dollaro che si decida di destinare all’accoglienza o all’integrazione, quindi, non sia soltanto uno spreco, ma un ostacolo all’uscita dalla Crisi economica, alla ripresa dell’occupazione e al recupero del benessere perduto. Per essi l’accoglienza dei migranti rappresenta un furto del presente e del futuro. Quindi, un’ingiustizia imperdonabile.

I socialrazzisti si sentono cittadini di serie B e credono che i veri privilegiati siano i migranti.

Tale convinzione dei socialrazzisti di essere vittime di un grave torto, fonda la rappresentazione che essi hanno di sé come di soggetti traditi, discriminati e maltrattati. Non soltanto si sentono dalla parte della ragione (sia nel significato di ciò che è logico, di buon senso, sia nel senso di ciò che è giusto), ma anche non riconosciuti. La percezione, anzi, è talmente forte, che finiscono con il definirsi cittadini di serie B. Mentre i migranti sarebbero trattati dalle istituzioni come soggetti di serie A, privilegiati, sul piano del Welfare e, in generale, in termini di indulgenza rispetto alle illegalità da essi commesse (a partire da quella di essere clandestini). Perciò, come accennavo, i favorevoli, i sostenitori e gli attuatori di una politica di integrazione e anche coloro che pensano che non si possa smettere di salvare persone che stanno annegando, sono considerati dai socialrazzisti non soltanto come irragionevoli, ma come coloro che sottraggono ai legittimi titolari quelle risorse che, per diritto naturale, spetterebbero solo agli autoctoni. Insomma, li vedono e li giudicano come affamatori del popolo. Si tratta, perciò, di una mentalità tutta costruita su una rappresentazione conflittuale esasperata dell’altro da sé (e ciò rende pertinente il tema qui trattato con questo blog)

Il socialrazzismo e la politica

L’atteggiamento socialrazzista presenta, inoltre, una peculiarità sul piano della politica. Di per sé può non costituire un progetto politico determinato, ma di fatto genera o amplia il bacino elettorale di una o più forze politiche specifiche e, in relazione a tale eventualità, riesce a condizionare il dibattito politico, incidendo sulle scelte legislative e/o amministrative anche delle forze lontane o avverse ad ogni razzismo. Non è, peraltro, riducibile esclusivamente all’elettorato tradizionale delle forze di destra e, in particolare, di destra estrema. Parrebbe, infatti, che possano essere socialrazzisti una parte consistente di coloro che non frequentano le urne. Inoltre, ho l’impressione che convinzioni e sentimenti propri del socialrazzismo possano riscontrarsi in molti di coloro che in Italia hanno fin qui votato partiti e movimenti quali Forza Italia, PD, Movimento Cinque Stelle, nonché, forse, anche partiti di sinistra. Mi pare evidente, poi, che proprio ai socialrazzisti attuali o potenziali forze quali la Lega e Fratelli d’Italia rivolgano la loro attenzione.

Infine, credo sia plausibile che il socialrazzismo si coniughi facilmente con una profonda rabbia e un assoluto disprezzo per le istituzioni sovranazionali – Unione Europea, in primo luogo -, e si sviluppi su sentimenti di delusione, di diffidenza e di ostilità verso le istituzioni e i servizi pubblici in generale.

Socialrazzismo come razzismo-(sui)social

Pensando al socialrazzismo che si palesa in maniera sempre più massiccia e pervasiva sui social (ed è anche per questo che l’ho chiamato così), mi pare difficile contestare la sinergia tra due azioni: la prima è la condotta socialrazzista spontanea, la seconda è quella indotta. Indotta da chi persegue, come partito o in altra forma organizzata, una politica tesa a generare, diffondere, radicare e radicalizzare sentimenti di socialrazzismo.

Rispetto agli esempi sul razzismo sulla rete rimando ad un recente articolo apparso su La Repubblica: I razzisti del web, Il mio dialogo con gli intolleranti. Non intendo, infatti, correre il rischio di una promozione involontaria di modalità di comunicazione e di relazione con l’altro incompatibili con il rispetto dell’altrui umanità. Qui mi limito a porre in rilievo che i socialrazzisti, per dirla superficialmente, si sentono assai più social (socievoli e comunicativi sui social e interessati alla tutela dello stato sociale che avvertono come minacciato o già compromesso dalla venuta dei migranti) che razzisti. Anzi, per lo più non si sentono affatto razzisti. E quando a denti stretti ammettono la possibilità di apparire tali, ne ridimensionano la portata, indirizzando reazioni rancorose e violente a chi glielo fa notare e attribuendo la colpa di tali sfumature razziste al bersaglio dei loro attacchi violenti: i migranti. Più dei migranti, forse, i socialrazzisti detestano coloro che non esprimono un dissenso rispetto ai loro pensieri e alle loro azioni. Costoro sono chiamati “buonisti”, nella più blanda delle manifestazioni offensive, ma invariabilmente l’accusa è quella di intelligenza con il nemico.

A questo riguardo, mi pare non troppo azzardato ipotizzare che colei che riveste il ruolo e adempie alla funzione di terza carica dello Stato, la presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini, sia da tempo oggetto anche dell’odio socialrazzista. E in tempo di guerra, soltanto i traditori sono più odiati dei nemici. E i socialrazzisti si sentono in guerra. La chiamano perfino guerra di civiltà e definiscono l’immigrazione un’invasione. A poco vale fargli notare che una guerra vera non l’hanno mai vista, né del resto, per fortuna, un’invasione. Mentre tanti dei migranti, che essi chiamano clandestini (grazie anche al fatto che norme inadeguate e applicazioni discutibili negano la protezione internazionale in tanti, troppi casi, come ben sa chiunque lavori in tale ambito) proprio da guerre e invasioni sono messi in fuga. Molti di esse arrivano da terre in cui non fanno più notizia gli attentati terroristici, anche più sanguinosi di quello di Barcellona e degli altri atroci commessi in Europa. Ma per i socialrazzisti anch’essi sono potenziali pericolosissimi attentatori. Ed ecco che su Facebook, su Twitter, nei commenti lasciati sui blog e sui siti dei giornali, per il socialrazzismo tutti i migranti sono musulmani (non badano neppure al fatto che spesso sono, invece, cristiani perseguitati proprio dalla violenza di gruppi islamici fondamentalisti) e tutti i musulmani sono assassini (naturalmente non registrano il fatto che la stragrande maggioranza delle vittime degli attentati del sedicente Stato Islamico son invece proprio musulmani). E, per il socialrazzismo, complici di costoro e corresponsabili delle stragi commesse in Europa sono i sostenitori della “politica buonista”, che pertanto si meriterebbero di essere linciati non solo virtualmente.

Alberto Quattrocolo

[1] Quanto mai pertinente, infatti, è stato il richiamo del nostro Presidente della Repubblica ai fatti di Marcinelle proposto l’8 agosto, cioè il sessantunesimo anniversario del rogo nella miniera di carbone belga (era l’8 agosto del 1956), in cui morirono 262 minatori, di cui 136 italiani, diventando il simbolo dello sfruttamento dell’emigrazione. E, prevedibilmente, è stato attaccato da Matteo Salvini

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