Rolling Thunder si scatena sul Vietnam

Il 4 agosto scorso ricordammo l’incidente del Golfo del Tonchino come la goccia che fece traboccare il vaso. Con quello scontro si aprirono le ostilità tra gli Stati Uniti e i Viet cong, anche se non dal punto di vista formale: non ci fu infatti alcuna dichiarazione di guerra. Era il 1964.

7 mesi più tardi, Lyndon Johnson, succeduto a John Kennedy alla presidenza, autorizzò una delle più violente operazioni aeree mai concepite: Rolling Thunder. Centinaia di migliaia di tonnellate di bombe sganciate sulle teste del nord vietnamiti, Viet cong e non.

In questo caso, la goccia fu rappresentata da un attacco a una base aerea americana situata nel Vietnam del Sud, a Pleiku. Le ragioni a fondamento dell’operazione, però, furono diverse: limitare gli aiuti che Hanoi inviava agli insorti; ledere la volontà di combattere del nemico, rinvigorendo così le proprie truppe; evitare la caduta del precario governo del Sud.

 

L’attacco, durato oltre tre anni, non sortì gli effetti sperati, principalmente a causa di un errore di valutazione: il tipo di guerra condotta dai Vietcong era sensibilmente diverso da quanto ipotizzato dagli Americani. Non avendo bisogno di rifornimenti ingenti, non necessitavano nemmeno di infrastrutture particolari. La guerriglia faceva uso di tutt’altre modalità. Inoltre, il mancato coordinamento tra le aviazioni di Aeronautica, Marina e Marines, e le truppe di terra causò un’ulteriore dispersione dei risultati.

Di più, probabilmente grazie agli aiuti di Cina e Unione Sovietica, gli asiatici riuscirono a dotarsi di efficaci sistemi contraerea. Il numero di velivoli americani abbattuti raggiunse, grazie a ciò, quasi il migliaio. Nixon, però, dopo aver preso il posto di Johnson, decise di ricominciare i bombardamenti. Si stima che, in totale, furono sganciate circa 4,6 milioni di tonnellate di bombe. Persero la vita due milioni di Vietnamiti e venne distrutta la maggior parte delle città e dei villaggi.

 

Alessio Gaggero

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