Il rispetto per l’umanità di chi è vittima di una violenza non (è mai stato) procrastinabile

È dura guardare la vittima di una violenza negli occhi. È un’esperienza forte per chiunque, a volte addirittura  insostenibile.

Alcune settimane fa, il papà di un tredicenne picchiato da dei bulli ha deciso di pubblicare su Facebook le foto del volto tumefatto di suo figlio, per dire che bisogna fermare la violenza e che quanto successo a suo figlio non dovrà accadere più a nessuno.

«Non c’è privacy che tenga, e neanche la vergogna. Vergogna ne deve provare chi fa questi gesti, e non chi li subisce», ha spiegato alla Rai il papà dell’adolescente. «Questa denuncia pubblica è stata fatta perché mi interessava coinvolgere l’opinione pubblica. Non bisogna pensare che queste cose accadono solo agli altri o che non accadono, purtroppo sono cose che succedono e unico modo per combatterle sensibilizzare le persone sull’argomento, per questo ho pubblicato anche la foto in maniera molto cruda».

Uno dei vissuti più ricorrenti delle vittime di violenza (delle diverse forme di violenza) è quello della disumanizzazione. Ci si sente come se l’aggressore ci avesse trattato come un oggetto, come un pezzo di carne senza vita. E, tale percezione, spesso corrisponde davvero all’atteggiamento mentale dell’aggressore, che, infatti, azzera ogni capacità empatica nei confronti della vittima mentre la colpisce proprio per poterla colpire.

Fredric Wertham (1895-1981), psichiatra, nato a Monaco, ma emigrato negli USA nel 1922, dove divenne perito dei tribunali e un ascoltato consulente del Congresso, aveva sviluppato il concetto di “deumanizzazione”, spiegando che per l’aggressore degradare la vittima, svilirla, “deumanizzarla” facilita la commissione del reato, poiché gli consente di razionalizzare il suo operato e di mettere in campo maggiori “tecniche di neutralizzazione” e di disimpegno morale, quali: “non potevo fare altro”, “mi ha provocato”, “dovevo tenere fede alla parola data ad altri”, “ci sono cose più gravi rispetto a questa” (sono aspetti, questi, studiati e catalogati dal criminologo Matza, riguardanti l’eliminazione o la riduzione della responsabilità e della colpa, giustificando l’atto illecito, rendendolo meno grave o escludendone del tutto la rimproverabilità)

La vittima, dunque, si sente deumanizzata dall’autore della violenza, ma talvolta lo è anche da parte di altri. Da molti altri: dagli indifferenti, dai sodali o dai simpatizzanti dell’aggressore, da coloro che pensano che in fondo se l’era cercata, che “la sta facendo un po’ lunga”, che accadono cose anche più gravi, che poteva andarle peggio…

Sono atteggiamenti, questi, perfettamente accostabili a quelli dell’autore della violenza, il quale, spesso proprio su tale forma di pseudo o reale consenso trova un rinforzo o uno stimolo per aggredire. Non gli occorre, infatti, un grande sforzo per deumanizzare la vittima se altri vi hanno già provveduto o sono pronti a farlo.

La prima impressione che ebbi apprendendo la notizia sopra riportata fu che il papà di quell’adolescente – incidentalmente non andrebbe scordato che anche il genitore, il coniuge, il fratello, e in generale la persona affettivamente legata alla vittima è anch’essa una vittima di quella violenza – stava cercando proprio di riumanizzare suo figlio non soltanto agli occhi dei suoi aggressori ma anche, e forse ancor di più, davanti agli occhi del resto dei consociati, affinché la vittimizzazione subita non fosse ridotta ad una nota di cronaca, ad un fatto astratto, spersonalizzante e spersonalizzato, suscettibile di essere banalizzato, commentato con sufficienza o con distratta indignazione.

Qualche volta questa intuizione, questo sentirci vicini, nella vita di tutti i giorni si verifica. Qualche volta anche l’aggressore può avere dei momenti così e a volte, quindi, s’incrina quell’armatura mentale, emotiva, che ha la funzione di neutralizzare la consapevolezza di quel che sta per fare.

Tanto per fare un esempio cinematografico e alleggerire il discorso, si può ricordare una sequenza dei Soliti ignoti (Mario Monicelli, 1958). Peppe er Patnera (Vittorio Gassman), per poter con i suoi complici rubare i preziosi del banco dei pegni, attraverso un foro da effettuare nell’alloggio accanto, corteggia Nicoletta (Carla Gravina), la domestica delle proprietarie di quell’appartamento, così da poterle sottrarre le chiavi d’ingresso. Ma, mentre sono sul tram, dopo avergliele prese di nascosto dalla borsetta, rimane colpito dalla reazione di lei,  che crede di averle smarrite e teme i guai che ne seguiranno. Egli sente l’ansia della ragazza, si fa, allora, passare la sua borsetta, vi rimette dentro le chiavi di nascosto e finge di averle trovate. La reazione della ragazza, dunque, lo ha costretto a realizzare che lei non è solo un “mezzo” per raggiungere il bottino, è una persona, è umana e ha delle reazioni umane.

Questa “intuizione” è mancata ai bulli che hanno aggredito quell’adolescente della provincia di Napoli. Chissà perché.

Nell’ambito di questo blog, è sensato ricordare che all’umanizzazione della vittima, però, spesso si oppone un aspetto relazionale, che interessa il rapporto tra essa e il suo aggressore o i fiancheggiatori e sostenitori (anche silenziosi di questo): la radicalizzazione del conflitto.

L’escalation del conflitto, infatti, può portare a danneggiare, offendere o denigrare l’altro, grazie anche ad una sorta di bilanciamento dei costi e dei benefici che favorisce il trattamento spersonalizzante e disumanizzante dell’interlocutore ridotto al livello di nemico: il beneficio perseguito può essere la realizzazione di un radicale miglioramento della situazione famigliare, lavorativa o politica (a seconda degli ambiti in cui si sviluppa il conflitto) o la risoluzione di una o più ingiustizie, però, accade, poi, poco alla volta, che inavvertitamente tale obiettivo si sposti oltre l’orizzonte e che la meta nitidamente stagliata sia quella dell’abbattimento, dell’umiliazione o dell’eliminazione del nemico, identificato con il male assoluto.

Anche nell’ escalation del conflitto politico, il costo accettato inizialmente in termini di sacrifici dei propri valori e principi, è assai limitato, circoscritto semmai a poche scivolate prevedibili e irrilevanti sul piano dei toni aggressivi, ma con il progredire e l’impennarsi del conflitto il raggio dei costi accettabili si estende e include anche aggressioni sul piano verbale, morale e psicologico, dal carattere sempre più violento, e poco importa chi ci va di mezzo o se le accuse scagliate e le polemiche avviate sono grossolane, imprecise e perfino ingiuste e infondate. In fondo, infatti, si pensa che contro un nemico diabolico non si sarà mai veramente ingiusti.

Inoltre, nel fuoco del conflitto, non si distingue più un granché tra nemici e neutrali, specie se questi ultimi esercitano attivamente la loro neutralità, tentando di richiamare le parti alla ragionevolezza e alla correttezza dei comportamenti.

Così, eufemisticamente, a chi le segnala si propongono le umane sofferenze provocate per eccesso nell’attacco o nella difesa come trascurabili incidenti di un percorso molto più vasto, benefico, virtuoso e importante, come effetti collaterali della più nobile delle lotte.

In altre parole, in tali situazioni si mette sotto sedativo la consapevolezza che le ingiustizie commesse hanno a lungo termine un costo ben più pericoloso e corrosivo di quello calcolato dapprincipio.

«C’era come una febbre in tutto il Paese, una febbre di vergogna, di indegnità, di fame. Eravamo una democrazia, sì, ma lacerata da conflitti interni», con queste parole il personaggio interpretato da Burt Lancaster in Vincitori e vinti (Stanley Kramer, 1961), Ernst Janning, alto membro della magistratura nel Terzo Reich e processato per crimini contro l’umanità comincia la sua dichiarazione spontanea nel processo di Norimberga. «Soprattutto c’era la paura, paura del presente, paura del domani, paura dei nostri vicini di casa, e paura di noi stessi. Solo quando comprenderete questo comprenderete quello che Hitler significava per noi. Perché egli ci disse ‘Sollevate la testa! Siate fieri d’essere tedeschi! Ci sono dei demoni tra di noi: comunisti, liberali, ebrei, zingari! Una volta che questi demoni saranno distrutti la vostra sofferenza sarà distrutta!’. Era la vecchia, vecchia storia, dell’agnello sacrificale. Ma dov’erano quelli di noi che capivano meglio, che capivano che quelle parole erano menzogne, e peggio che menzogne? Perché restammo in silenzio? Perché collaborammo? Perché amavamo la nostra patria. Che differenza fa se alcuni estremisti politici perdono i diritti civili? Che differenza fa se alcune minoranze etniche perdono i diritti civili? È solo una fase passeggera, solo una tendenza momentanea che verrà messa da parte prima o poi. Hitler stesso verrà messo da parte, prima o poi… Poi un giorno ci guardammo intorno… Quel che doveva essere una fase passeggera era divenuto un sistema di vita».

Nel discorso di questo personaggio c’è qualcosa di disturbante, di inquietante, di attuale, ancora oggi, forse di più oggi che non anche solo qualche decennio fa. Poiché come osserva poi il giudice Dan Haywood, interpretato da Spencer Tracy: «Se tutti i capi del Terzo Reich fossero stati dei sadici, dei maniaci, allora i loro misfatti non avrebbero più significato morale di un terremoto o di qualsiasi catastrofe naturale, ma questo processo ha dimostrato che in tempi di crisi nazionale le persone normali, e perfino quelle capaci ed eccezionali, possono indurre se stessi a condurre dei crimini così grandi e odiosi da sfidare qualsiasi immaginazione».

Quando ci autorizziamo alla violenza, quando alziamo l’asticella dei comportamenti aggressivi leciti o tollerabili e ci gettiamo nell’escalation del conflitto, rischiamo di trasformarci proprio in ciò che intendevamo guarire, risolvere, estirpare: cinismo, indifferenza, egoismo, individualismo, faziosità, menzogna, tradimento, disonestà, immoralità, abuso, sopraffazione, illegalità.

Però, non soltanto ce ne accorgiamo, ma a chi ce lo fa notare indirizziamo il più ostile risentimento. Lo odiamo perché l’invito all’auto-osservazione risuona alla nostre orecchie come un giudizio negativo su di noi e favorevole alla controparte (se mi critichi, mi dai torto; se non mi dai ragione, su tutto mi dai torto), oppure lo intendiamo come una richiesta di cessare la guerra giusta, santa, in cui siamo impegnati. E lo odiamo perché non vogliamo ammettere che non si può colpire l’avversario sotto la cintura, raccontarci che se lo è meritato e poi ritenerci e dirci che noi, a differenza sua, siamo persone perbene.

Ha scritto Johan Huizinga in Homo ludens: «E’ un ideale umano di ogni epoca quello di combattere con onore per una causa che sia buona. Questo ideale sin dall’inizio è violato nella sua cruda realtà. La volontà di vincere è sempre più forte dell’autodominio imposto dal senso d’onore. Per quanto la civiltà umana ponga dei limiti alla violenza a cui si sentono portati i gruppi, tuttavia la necessità di vincere domina a tal punto i combattenti che la malizia umana ottiene sempre libero gioco e si permette tutto ciò che può inventare l’intelletto».

Non oso mettere in discussione le sue parole, dato che trovano costantemente conferma, ma ciò non significa a mio avviso, che sia priva di senso, né che sia inutile dare una faccia e una voce alle vittime della violenza, si tratti di quella del bullo, dell’ex partner respinto che sfigura l’altro con l’acido o di quella commessa per amore di patria o di parte.

La riumanizzazione è fondamentale per la vittima, anche per aiutarla ad andare avanti, è fondamentale per tenere insieme i legami sociali, e forse lo è anche per evitare che certi momenti della Storia possano ripetersi con appena qualche irrilevante esteriore variante.

 

Alberto Quattrocolo

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