Repubblica o monarchia?

Domenica 2 e lunedì 3 giugno 1946, gli italiani andarono a votare per la repubblica o per la monarchia. Dovevano esprimersi, infatti, nel referendum indetto per determinare la forma di Stato da dare all’Italia. Era appena finita la Seconda Guerra Mondiale e con esso l’incubo ultraventennale del fascismo. Si tornava a votare e lo si faceva per scegliere il proprio futuro, quello delle successive generazioni e l’avvenire del Paese.

Era la prima volta che in Italia, in una consultazione politica nazionale, avevano diritto di votare anche le donne. E lo esercitarono questo diritto: andarono ai seggi circa 13 milioni di donne e 12 milioni di uomini. L’astensionismo fu bassissimo dato che votò l’89,08% degli allora 28.005.449 aventi diritto al voto.

La Corte di Cassazione il 10 giugno 1946, proclamò i risultati: 12.717.923 cittadini erano stati favorevoli alla repubblica (54,3%), mentre 10.719.284 cittadini avevano votato per la monarchia (45,7%).

Referendum istituzionale ed elezioni dei membri dell’Assemblea Costituente

Come si arrivò a questa svolta decisiva per il nostro Paese lo abbiamo ricordato, su questa rubrica, Corsi e Ricorsi, nel post Il referendum più importante nella storia d’Italia.

Il decreto legislativo luogotenenziale del 16 marzo 1946, n. 98, successivo di quasi un anno alla Liberazione del Paese (quel 25 aprile del ’45 che abbiamo ricordato qui), modificò ed integrò il decreto n. 151 del 25 giugno 1944, col quale si  stabiliva che, alla fine della guerra, mediante suffragio universale diretto e segreto, si sarebbe eletta un’Assemblea Costituente, per scegliere la nuova forma di Stato e per preparare la nuova Carta Costituzionale. Fu il decreto del 16 marzo ‘46, infatti, ad affidare ad un referendum popolare la decisione sulla forma istituzionale dello Stato. Inoltre essa stabilì che, qualora la maggioranza degli elettori votanti si fosse pronunciata a favore della repubblica, l’Assemblea Costituente, come primo atto, avrebbe eletto il Capo Provvisorio dello Stato. Il 16 marzo 1946 il principe Umberto, quindi, aveva firmato un decreto in virtù del quale, come previsto dall’accordo del 1944, la forma istituzionale dello Stato sarebbe stata decisa mediante referendum da indirsi contemporaneamente alle elezioni per l’Assemblea Costituente.

In tal modo, le forze politiche antifasciste, avevano deciso di affidare al popolo italiano la scelta tra monarchia e repubblica, mediante referendum e, per la prima volta nella storia d’Italia, assegnavano agli elettori il compito di selezionare gli autori della carta costituzionale. Si poneva termine alla tradizione delle costituzioni, ottocentesche, octroyeés, cioè concesse dal re “per grazia di Dio”.

L’esito del referendum

Dall’analisi del voto referendario risultò che il fronte repubblicano aveva prevalso nell’Italia Centro-settentrionale, venendo sconfitto, invece, nel Sud e nelle Isole. Infatti, al nord, il 66,2% aveva votato per la repubblica. Al sud, invece, la monarchia aveva ottenuto il 63,8% dei votanti al referendum.

In particolare, da Nord a Sud, nelle maggiori città il voto era stato il seguente: avevano votato per la forma repubblicana dello Stato, ad Aosta il 63,5%, a Torino il 59,9%, a Milano il 68%, a Genova il 69%, a Trento l’85%, a Udine il 63%,a Venezia il 61,5%. a Bologna l’80,5%, a Firenze il 71,6%, ad Ancona il 70,1%, a Perugia il 66,7, a Roma il 49%, all’Aquila il 46,8%, a Napoli il 21,1%, a Cagliari il 39,1%, a Potenza il 40,6%, a Bari il 38,5%, a Catanzaro il 39,7% e a Palermo il 39%.

Il 2 giugno 1946, oltre a votare per determinare la forma dello Stato, le cittadine e i cittadini italiani erano chiamati anche ad eleggere i componenti dell’Assemblea Costituente che doveva redigere la nuova Costituzione.

I deputati da eleggere come membri dell’Assemblea Costituente erano 556. Ed ottennero un successo completo quelli dei partiti che si erano espressi per la scelta repubblicana (Democrazia Cristiana, Partito Comunista, Partito Socialista di Unità Proletaria, Partito Repubblicano e Partito d’Azione). A costoro complessivamente  andò poco più dell’80% dei voti. Una percentuale, quindi nettamente più elevata di quella dei voti espressi a favore della Repubblica nella consultazione referendaria, che erano, appunto, il 54,3%. Le liste monarchico-liberali si fermarono invece al 10%, anche se nel referendum per la monarchia aveva votato il 45,7% degli italiani. Il Fronte dell’Uomo Qualunque, che aveva mantenuto una posizione agnostica, aveva ottenuto 30 eletti, grazie al voto del 5,3%.

La composizione politica dell’Assemblea Costituente

I candidati maggiormente votati erano stati quelli della DC con il 35,2%, che aveva assicurato 207 seggi. Il secondo partito era stato il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, che con il 20,7% dei voti aveva potuto insediare 115 membri. Il Partito Comunista Italiano era arrivato terzo con il voto del 18,9% degli elettori, corrispondente a 104 seggi. L’Unione Democratica Nazionale, che ottenne il 6,8%, pari a 41 seggi, era una coalizione elettorale, d’ispirazione liberale, costituita proprio per quelle elezioni e formata dal Partito Liberale Italiano (PLI), cioè da liberali conservatori, e dal Partito Democratico del Lavoro (PDL), vale a dire da demo-laburisti. Dopo il Fronte dell’Uomo Qualunque, di cui si è detto, c’era il
Partito Repubblicano Italiano, che aveva convinto il 4,4% dell’elettorato, procurandosi 23 seggi, seguito dal Blocco Nazionale della Libertà. D’ispirazione conservatrice e monarchica, questa lista, costituita anch’essa in occasione delle elezioni per l’Assemblea Costituente, da Partito Democratico Italiano, Concentrazione Nazionale Democratica Liberale e Centro Democratico ebbe 637 328 voti (pari al 2,77%) e 16 seggi, ma prima che fossero conclusi i lavori della Costituente, i suoi membri si divisero tra il Partito Liberale Italiano, il Fronte dell’Uomo Qualunque e il nascente Partito Nazionale Monarchico. Il Partito d’Azione, fondato clandestinamente nel 1942, durante la guerra partigiana era stato così attivo nell’organizzazione delle formazioni partigiane, come le brigate Giustizia e Libertà, da fornire un contributo che, numericamente, erano seconde soltanto a quelle “garibaldine”, riconducibili al Partito Comunista. Tuttavia, il 2 giugno del ’46 il Partito d’Azione, anche a causa delle forti divergenze ideologiche al proprio interno, sintetizzabili nella divisione tra liberal-democratici e filo-socialisti, conquistò appena l’1,4%, cioè 7 seggi. Altri 13 seggi andarono ad altre liste minori.

Come ha ricordato Silvia Boverini nel post dedicato alla promulgazione della Costituzione, all’interno dell’Assemblea, proprio mentre «si andava frantumando l’alleanza antinazista e antifascista e si andavano preparando gli anni della futura guerra fredda, i maggiori partiti italiani, che pure facevano ideologicamente riferimento a blocchi contrapposti, riuscirono a trovare un compromesso alto tra le ispirazioni culturali cattolica, liberale e socialista».

Il 27 dicembre 1947 venne promulgata dal capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, la Costituzione della Repubblica italiana, che era stata approvata dall’Assemblea Costituente pochi giorni prima. Sarebbe entrata in vigore il 1º gennaio 1948.

Alberto Quattrocolo

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