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Le aggressioni a Roberto Speranza e ad Osvaldo Napoli: la radicalizzazione del conflitto dal vertice alla base e ritorno

Nel messaggio agli italiani del 31/12 il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella,  aveva proposto la seguente riflessione: «Internet è stata, e continua a essere, una grande rivoluzione democratica, che va preservata e difesa da chi vorrebbe trasformarla in un ring permanente, dove verità e falsificazione finiscono per confondersi». Queste parole chiudevano il suo commento preoccupato circa l’impiego dell’«odio come strumento di lotta politica».

Il messaggio di fine anno è stato preceduto da un’aggressione ai danni dell’ex deputato di Forza Italia Osvaldo Napoli e seguito da un’altra ai danni di Roberto Speranza.

In entrambi i casi i due politici sono stati fisicamente attaccati in quanto rappresentanti del cosiddetto establishment. Infatti, sulla sua pagina Facebook Roberto Speranza scrive che a lanciargli contro l’iPad è stato «un ragazzo che mi imputava la foto tra Renzi e Erdogan e gridava che andavo ammazzato perché parlamentare del Pd che vende le armi all’Isis».

Nel caso del consigliere comunale di Torino, Osvaldo Napoli, riporta l’Avvenire che gli aggressori hanno detto: «“Siamo un gruppo di cittadini, abbiamo bisogno di notificarle, fra virgolette, un atto”, per poi leggergli il “capo d’imputazione” citando  gli articolo 287 (“Chiunque usurpa un potere politico, ovvero persiste nell’esercitarlo indebitamente, è punito con la reclusione da sei a 15 anni”) 294 del Codice penale (“Attentati contro i diritti politici del cittadino. Chiunque con violenza, minaccia o inganno impedisce in tutto o in parte l’esercizio di un diritto politico, ovvero determina taluno a esercitarlo in senso difforme dalla sua volontà, è punito con la reclusione da uno a cinque anni”»).

Poche settimane dopo, come ricordato, tocca a Roberto Speranza essere bersaglio di un altro attacco fisico commesso a suo danno per ciò che rappresenta agli occhi dell’aggressore. Al racconto che il parlamentare del Partito Democratico propone su Facebook  segue un commento: «Fate gli affari più sporchi che possano esistere, portate la gente all’esasperazione e ti meravigli???? Quando il lupo ha fame esce dalla tana….. state provocando troppo….». Un altro aggiunge: « Speranza, il tuo aggressore era uno squilibrato, forse da compatire umanamente e tu ci hai rimesso solo l’iPad… Non fare l’eroe da libro cuore e non citare la democrazia che non c’entra niente».

A prima vista si potrebbe rilevare che queste due persone non hanno fatto proprio il “suggerimento” di Mattarella più sopra riportato. Ma, invece, di assumere un approccio valutativo, che qui striderebbe rumorosamente, è più opportuno soffermarsi sulle dinamiche del conflitto che potrebbero sottendere le manifestazioni violente.

In tal senso, del resto, si collocano le parole dello stesso Osvaldo Napoli e, per certi versi, anche quelle scritte dai due autori dei post rivolti a Speranza. Costoro, infatti, sia pur polemicamente, fanno riferimento esplicito o implicito alla dimensione della rabbia (“esasperazione” si legge nel primo commento) e della sofferenza  (“squilibrato forse da compatire umanamente”, scrive il secondo), cioè ai vissuti che avrebbero agito da propulsore delle azioni aggressive messe in atto.

Vale la pena soffermarsi su questi vissuti. Essi sono stati oggetto di interesse da ben prima che si affermassero la psicologia, la sociologia, la criminologia o la mediazione come pratica professionale e ramo di studi. San Tommaso, ad esempio, parlava di: ira biliosa, intendendo lo stato d’animo che si attiva subito dopo aver subito un torto; iracondia, cioè la rabbia duratura che si acutizza ripensando al torto patito; furore, vale a dire l’emozione provata nella consumazione della vendetta. Come San Tommaso, anche Thomas Hobbes considerava quel che accade all’interno del soggetto. Sosteneva, infatti, che la rabbia si attiva quando ci si sente disprezzati e diventa aggressività quando si è mossi dal desiderio di vendetta. Anche Cartesio parlava di aggressività, definendola la collera che si scatena quando qualcuno subisce un torto.

In questi pensatori, dunque, vi era già l’idea di assumere il punto di vista di chi agisce violentemente e ciò li portava ad individuare una componente emotiva determinante alla base della condotta aggressiva. E a proposito di aggressività la Teoria della frustrazione di Dollard e Miller (1939), che è una delle prime teorie su tale aspetto supportata da rilevanti dati empirici e sperimentali, ipotizza che essa sia una risposta indotta da situazioni di frustrazione. In particolare, l’aggressività si attiverebbe quando si impedisce alla persona il raggiungimento di una meta e subirebbe un incremento esponenziale in funzione dell’avvicinamento alla meta. Inoltre, si attiverebbe quando vengono fatte delle promesse alla persona, senza che poi vengano mantenute. Dollard e Miller, però, precisano che non necessariamente ne derivano ritorsioni aggressive  verso quella che è considerata la fonte originaria della frustrazione, ma verso chi per caratteristiche personali (maggiore vulnerabilità o raggiungibilità, ad esempio, e minore potere) si presta facilmente a divenire oggetto dei comportamenti aggressivi. Il che potrebbe spiegare come mai si sia tirato un iPad a Speranza, come se fosse un surrogato di Renzi e di Erdogan, o si sia “arrestato” Osvaldo Napoli e non, per dire, un parlamentare o un ministro in carica.

E.A. Fattah, in Victimology: Past, Present and Future (2000), a proposito della complessa e delicata relazione tra reo e vittima, parla anche di fattori in virtù dei quali un soggetto è scelto come oggetto della violenza: il ruolo sociale costituisce il fattore principale.

Ma sono anche interessanti le riflessioni sul “passaggio all’atto”, cioè sulla traduzione delle emozioni in comportamenti, e in tal caso della rabbia in violenza. Al riguardo si può osservare che quest’ultima, dal punto di vista dell’autore, vale ad assicurare a chi agisce alcuni esiti rilevanti, tra i quali superare la sensazione di impotenza e conseguire la percezione da parte dell’altro. Ciò rinvia al “mi arrabbio dunque esisto” di cui parla Brian Muldoon in The Heart of Conflict, come forma di reazione, emotiva e comportamentale, ad una percezione di mancato riconoscimento di sé (non ti accorgi di me, allora strillo, batto i pugni sul tavolo o ti colpisco).

Ciò che implicitamente o esplicitamente emerge dalle analisi degli autori citati e di altri ancora è che, dal punto di vista dell’aggressore, la vittima se l’è meritato. In sostanza chi commette violenza non si sente colpevole di un comportamento diretto a violare i limiti individuali di una persona, danneggiandola ingiustamente, ma si vive come se stesse reagendo ad una violazione dei suoi diritti, o come se fosse autorizzato da qualche altra istanza. In ogni caso, di nuovo, la vittima è spersonalizzata e, mentre la offendo fisicamente e/o moralmente, non mi sento responsabile della sua sofferenza.

Questo punto di vista, però, non è proprio solo dell’autore della violenza, perché come testimoniano le osservazioni di alcuni dei commentatori della pagina Facebook di Speranza, può essere fatto proprio anche da chi non ha agito la violenza fisica né intende farlo. Il che, nel momento in cui è comunicato al soggetto in questione (Roberto Speranza o Osvaldo Napoli, ma si può anche ricordare l’aggressione di Massimo Tartaglia contro Berlusconi nel 2009), in realtà significa mettere in atto un comportamento che, al pari di quello fisicamente danneggiante, comunica lo stesso messaggio di colpevolizzazione della vittima (tra i commenti sulla pagina del parlamentare PD si legge: “Ma non menatela tanto per un iPad che non ha mai ucciso nessuno”) e di irrilevanza dei suoi vissuti.

Uno degli aspetti intrinseci della violenza è proprio l’indifferenza del suo autore rispetto all’umanità della vittima; e uno dei vissuti della persona che la subisce è proprio quello di essere stato de-umanizzato.

In ambito vittimologico si parla di ri-vittimizzazione allorché alla vittima, anziché accoglienza, ascolto, comprensione e contenimento dei suoi vissuti, vengono proposti feedback di tipo spersonalizzante e colpevolizzante. Si pensi alla donna molestata o violentata cui si rimprovera di essersela cercata per aver indossato un certo tipo di abbigliamento.

Infine, particolarmente interessanti, sempre dal punto di vista degli argomenti proposti in questo Blog, sono le considerazioni relative a quanto accadutogli svolte dallo stesso Osvaldo Napoli. Se ne riportano alcune: «L’aggressione che ho subito davanti a Montecitorio non era certamente rivolta alla mia modesta persona, ma aveva come bersaglio la politica. (…) Il brutto clima che si respira in Italia non è di oggi, esso nasce da lontano e in tanti abbiamo contribuito a crearlo. (…), la violenza del linguaggio sostituisce le argomentazioni perché tutti, smarrito il sentimento del bene comune, ritengono di avere una ragione più forte di qualsiasi altra ragione e da far valere con qualsiasi mezzo. Ma quello che è accaduto a me, davanti a Montecitorio, è quello che troppo spesso accade davanti agli occhi del Paese quando assiste ai dibattiti in Aula. Il linguaggio violento sentito ancora questi giorni nelle Aule parlamentari è un fiammifero acceso lanciato sui cattivi umori che scorrono nel Paese. Mi auguro che la politica recuperi il senso della misura, per il bene della politica stessa e del Paese. Voglio ringraziare tutti, dalle cariche istituzionali ai colleghi di Forza Italia e di tutti i partiti, per le espressioni di solidarietà e di vicinanza ricevute in queste ore. A loro dico: proviamo a stare più sereni se vogliamo riportare serenità fra le persone».

Ciò che il consigliere comunale, ex parlamentare, pone in evidenza, assumendosene anche una parte di responsabilità, è la costruzione di una dinamica estesa, di tipo sociale e culturale, che, caratterizzata da una conflittualità esasperata, porta alla demonizzazione dell’altro e alla sua spersonalizzazione. Atteggiamenti mentali, cioè, che costituiscono potenti fattori di sprigionamento delle pulsioni violente e di trasformazione della rabbia, dell’indignazione (di per sé lecite e perfino irrinunciabili per il progresso di una società), della denuncia e della richiesta politiche (ad esempio, di opporsi al regime di Erdogan e ancor prima di cessare ogni collaborazione con il suo governo) in comportamenti distruttivi.

Le parole di Osvaldo Napoli richiamano assai da vicino quelle pronunciate da Oscar Luigi Scalfaro, nel suo ultimo messaggio di fine anno, nel ’98 al termine del suo settennato da Presidente della Repubblica. Chiudiamo questa riflessione citandole: «Io vorrei fare un appello a tutti, ma, in particolare, ai responsabili dei vari partiti, a quelli che si chiamano i leader, di tutti i partiti: diamo un tono, eleviamo questo tono della politica! La politica è pensiero, è cultura. La politica è pensare al bene comune. È veramente un atto di carità l’azione politica: fu detto da un Pontefice. La politica deve essere l’arte del pensare e del servire. Se non torniamo a questo, se lasciamo scorrazzare persone con il tono dell’irresponsabilità, con il senso – assolvetemi – del trivio… Questo non può essere politica, non lo può essere, non lo sarà mai! Però, attenzione, ché il pericolo è serio. Perché, se il cittadino si allontana, la colpa, allora, è nostra; e senza partecipazione, non c’è democrazia»

 

Alberto Quattrocolo

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