Quella giornata particolare

Fu una giornata particolare quella dell’11 maggio del 2016. Quel giorno la Camera dei Deputati approvò in via definitiva la legge sulle unioni civili, la cosiddetta legge Cirinnà. Due giorni prima di quell’11 maggio 2016, il disegno di legge era approdato alla Camera, dopo essere stato approvata al Senato, dopo che il governo aveva posto su questo disegno di legge la fiducia. Anche il 9 maggio 2016 il Consiglio dei Ministri, presieduto da Matteo Renzi, aveva posto la fiducia sul disegno di legge.

Il disegno di legge, approvato dal Parlamento, fu promulgato dal Presidente della Repubblica Italiana il 20 maggio e pubblicato il giorno seguente sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana. La legge  entrò in vigore il 5 giugno.

L’iter di approvazione della legge sulle unioni civili: il lavoro della Commissione giustizia del Senato

Con l’avvio della legislatura (la ventisettesima), dal marzo 2013, al Senato la Commissione giustizia aveva iniziato ad esaminare in modo congiunto i disegni di legge di iniziativa parlamentare fino a quel momento presentati. Una prima proposta di testo unificato dei diversi disegni di legge all’esame congiunto della commissione giustizia del Senato era stata depositata a giugno del 2014 dalla senatrice Monica Cirinnà (Pd), nominata relatrice. Era seguita poi una seconda proposta di testo unificato, depositata nel luglio seguente, e una terza era stata depositata nel marzo 2015. Quest’ultima era stata adottata il 26 marzo come testo base per il proseguimento della discussione in commissione giustizia. Fu poi la volta della presentazione degli emendamenti al testo proposto da Monica Cirinnà. Inizialmente questo testo unico avrebbe dovuto portare i medesimi benefici del matrimonio alla coppia che stipula l’unione civile, ma la relatrice Cirinnà decise successivamente di eliminare dal testo ogni riferimento al matrimonio, pur rinviando agli articoli del Codice Civile, che lo disciplinano. In tal modo, questo disegno di legge estendeva il riconoscimento di quasi tutti i benefici riservati al matrimonio (tra cui l’eredità, la pensione di reversibilità e l’adozione del figlio del partner), vietando esplicitamente, tuttavia,l’adozione congiunta da parte della coppia. Si collocava tale disegno di legge sulla scia della legge sulle unioni civili tedesca, che era stata approvata nel 2001. Inoltre, prevedeva che l’unione civile fosse contraibile davanti all’Ufficiale dello stato civile solo da coppie dello stesso sesso. In sede di commissione parlamentare, votarono a favore del testo della Cirinnà il Partito Democratico ed il Movimento 5 Stelle (14 voti). Contro il testo votarono il Nuovo Centrodestra, Lega Nord e Forza Italia (8 voti contrari). Si astenne un senatore di quest’ultimo partito.

Il dibattito parlamentare e la questione di fiducia

Il dibattito sul disegno di legge iniziò in Senato il 2 febbraio 2016. Anche quella fu una giornata particolare, perché pochi minuti prima del primo voto in  aula il Movimento 5 Stelle annunciò la propria indisponibilità a votare la norma con lo strumento del “canguro”. Era, questo, un tipo di percorso, un espediente se si vuole così definirlo, teso a risolvere il problema posto dall’elevato numero di emendamenti, proposti da alcuni senatori, di area cattolica e contrari al disegno di legge, con finalità  ostruzionistiche. Se più della metà degli emendamenti presentati era stata respinta per inammissibilità, durante le votazioni era stata proposto di adottare la cosiddetta “regola del canguro”, per eliminare gli “emendamenti fotocopia” proposti dai contrari alla legge con il fine di ostruire, intasandolo per un tempo impossibile, il percorso della sua approvazione. Nonostante avesse dato rassicurazioni al Partito Democratico e agli attivisti LGBT nei giorni precedenti, il Movimento 5 Stelle si disse contrario al ricorso alla “regola del canguro”. Il Partito Democratico, allora chiese la temporanea interruzione del dibattito parlamentare, essendo mutata la mappa delle forze politiche favorevoli alla proposta di legge. Il Governo, temendo che sarebbero potuti mancare i voti necessari all’approvazione, tentò di raggiungere un accordo politico all’interno della propria maggioranza, essendo svanito il  sostegno alle unioni civili da parte del Movimento 5 Stelle e della Sinistra. Il 23 febbraio presentò, allora, un maxi emendamento che recepiva quasi integralmente il disegno di legge di Monica Cirinnà, al fine di introdurre nell’ordinamento le unioni civili tra persone dello stesso sesso, qualificandole come “formazione sociale specifica”. In tal senso si faceva esplicito riferimento all’articolo 2 della Costituzione (“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale“) e non all’articolo 29 (che, invece, si riferisce all’istituto del matrimonio). Il nuovo testo prevedeva, pertanto, diritti e doveri sostanzialmente identici a quelli previsti per il matrimonio, escludendo la stepchild adoption (la possibilità di adozione del figlio naturale del partner) e l’obbligo di fedeltà per le parti dell’unione civile. Su tale testo il Governo pose la questione di fiducia per la sua votazione al Senato nella seduta del 25 febbraio.

Un’altra giornata particolare, settantotto anni prima

Settantotto anni prima Adolf Hitler terminava la sua visita a Roma e salutato Benito Mussolini ripartiva per la Germania. Era stato pomposamente ricevuto alla stazione Ostiense la sera del 3 maggio 1938, poi, scortato da un  lungo corteo di automobili, era partito dal piazzale  (che oggi si chiama piazzale dei Partigiani), alla volta del Quirinale. Il giorno dopo – anche quella fu una giornata particolare -, il Fuhrer fu condotto da Mussolini  nel percorso della visita ufficiale, che includeva il Pantheon e l’Altare della Patria. Qui i due dittatori passarono attraverso cinquemila uomini in divisa: a destra milizie tedesche, a sinistra quelle italiane. venne, quindi, la sfilata su via dei Fori imperiali, definita dai giornali dell’epoca, tutti asserviti al regime fascista, la «riproposizione dei fasti della Roma antica». Nel quartiere di Centocelle, si tenne una manifestazione militare di 50.000  balilla e avanguardisti, poi Hitler presenziò ad un raduno di nazionalsocialisti residenti a Roma alla Basilica di Massenzio. Il Corriere della Sera, ridotto a giornale smaccatamente fascista (lo abbiamo ricordato su questa rubrica nel post Quell’irrealizzabile attentato a Mussolini che favorì l’affermazione della dittatura), il 5 maggio definì la visita come un trionfo,

esaltando gli «imponenti riti guerrieri in onore del Fuhrer e incessanti manifestazioni di popolo ai Capi delle due Rivoluzioni».

Dopo essere stato a Napoli, Hitler tornò a Roma e vi rimase altri tre giorni. Pochi mesi dopo appariva il Manifesto degli scienziati razzisti (noto anche come Manifesto della Razza). Pubblicato, dapprima in forma anonima sul Giornale d’Italia, il 14 luglio 1938 col titolo «Il Fascismo e i problemi della razza», sarà ripubblicato sul numero uno della rivista «La difesa della razza» il 5 agosto 1938. Vi era una stretta correlazione tra quella visita, l’avvicinamento politico tra i due dittatori, la pubblicazione dell’abominevole Manifesto della razza, le vergognose, criminali e ripugnanti leggi per la difesa della razza italiana, approvate nell’autunno del 1938, e poi la firma del Patto d’Acciaio nel maggio dell’anno dopo. Quella visita non era stata senza conseguenze. Ma cosa c’entra quella visita con la legge sulle unioni civili?

Una giornata particolare (1977, di Ettore Scola)

C’entra perché sullo sfondo di quella storica e nefasta visita, Ettore Scola (insieme ai suoi co-sceneggiatori Maurizio Costanzo e Ruggero Maccari) collocò la vicenda del film Una giornata particolare (1977), di cui fu regista. E per quasi tutta la durata del film, dagli apparecchi radiofonici accesi nei vari appartamenti, a volume alto, si alza la voce del radiocronista, che commenta con retorica trionfalistica le varie fasi della visita di Hitler nella giornata del 6 maggio 1938. La trama di Una giornata particolare è semplicissima e arcinota: Antonietta (Sofia Loren), casalinga ingenua ed ignorante e profondamente sola, benché madre di sei figli e sposata con un impiegato statale (John Vernon), un fervente fascista, incontra, conosce e diventa amica di Gabriele (Marcello Mastroianni). Costui, radiocronista dell’EIAR (l’Ente italiano per le audizioni radiofoniche, che aveva l’esclusiva delle trasmissioni radiofoniche e di fatto era la “voce” del fascismo) è stato licenziato ed  è in procinto di partire per il confino, dove lo ha spedito il regime, al fine di punirlo ed emarginarlo a causa della sua omosessualità.

L’invio al confino degli omosessuali non era un’invenzione della sceneggiatura. Era una prassi frequente del regime fascista, che, infatti, perseguitò inesorabilmente gli omosessuali, ma lo fece con spietatezza, ammantata di ipocrisia.

La rimozione e la persecuzione dell’omosessualità da parte del regime fascista

Infatti, il codice penale, firmato dal ministro della Giustizia, Alfredo Rocco (ne abbiamo parlato nel post Le prime leggi fascistissime), a differenza del Paragrafo 145 delle legge nazista, non conteneva al suo interno una specifica normativa antiomosessuale. In realtà, nel progetto del Codice Rocco del 1927, l’articolo 528, comminava la reclusione da uno a tre anni per chi aveva relazioni omosessuali. Poi, però, il regime fascista aveva stabilito di eliminare tale articolo dalla versione definitiva del codice. Non si era trattato di una decisione frutto di spirito liberale, ma di un ragionamento politico-propagandistico, in cui la priorità era stata data all’immagine del modello di italiano che il fascismo intendeva veicolare. Prevedere il reato di omosessualità avrebbe significato ammettere l’esistenza di omosessuali tra gli italiani. E ciò era incompatibile con l’immagine che il duce voleva dare del maschio italiano. Nella relazione redatta dalla Commissione Appiani, che aveva il compito di discutere l’attuazione della nuova normativa, infatti, si legge:

 «La Commissione ne propose ad unanimità e senza alcuna esitazione la soppressione per questi due fondamentali riflessi. La previsione di questo reato non è affatto necessaria perché per fortuna e orgoglio dell’Italia il vizio abominevole che ne darebbe vita non è così diffuso tra noi da giustificare l’intervento del legislatore, nei congrui casi può ricorrere l’applicazione delle più severe sanzioni relative ai diritti di violenza carnale, corruzione di minorenni o offesa al pudore, ma è noto che per gli abituali e i professionisti del vizio, per verità assai rari, e di impostazione assolutamente straniera, la Polizia provvede fin d’ora, con assai maggior efficacia, mediante l’applicazione immediata delle sue misure di sicurezza e detentive».

La repressione dell’omosessualità, quindi, non venne dunque affidata ai tribunali, ma alla polizia. Questa sottoponeva il caso ad una Commissione Provinciale, poi provvedeva alla diffida o all’ammonizione e al diffido. Vi furono così 20.000 pratiche di ammonizione nei confronti degli omosessuali. Ma molti furono anche confinati nelle isole del Mediterraneo, soprattutto alle Tremiti.

Con la fine della guerra, nessuno sarà più inviato al confino, ma l’omosessualità continuerà ad essere oggetto di persecuzione poliziesca, sia pure con un intensità non paragonabile a quella fascista, e perfino giudiziaria (si pensi al caso dei Balletti verdi e a quello Braibanti). Bisognerà attendere fino agli anni Settanta, per iniziare a vedere una più significativa riluttanza alla persecuzione e alla discriminazione, e fino al maggio del 2016 per vedere approvata una legge sulle unioni civili.

 

Alberto Quattrocolo

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