Quel volto nella folla che rispecchia un’orribile realtà

Il comune comune volto nella folla è quello di uno squattrinato e sconosciuto cantante folk, che vive di espedienti nella provincia depressa dell’Arkansas degli anni Cinquanta. Un tipo rozzo e furbo, violento e ubriacone, ma dotato di una particolare, e quasi inconsapevole, capacità affabulatoria.

Questo volto nella folla appartiene a Larry Rhodes. Rinchiuso in una sordida galera, per ubriachezza molesta, viene ribattezzato Lonesome (Solitario) Rhodes dalla giornalista che lo ha “scoperto”, Marcia Jeffries.  Costei, nipote del proprietario della stazione radio KGRK, che si autodefinisce la voce del nord-est dell’Arkansas, mette un microfono davanti alla bocca delle persone che incontra, per strada, nei bar o in galera, chiedendo loro di dire qualcosa, qualsiasi cosa, o magari di cantare una canzone. Poi manda in onda le loro voci, nella trasmissione Un volto nella folla. Un programma sulla gente comune e rivolto alla gente comune.

Inizia così Un volto nella folla, il film “al vetriolo”, uscito il 1° giugno del 1957, diretto da Elia Kazan e da lui co-prodotto con Budd Schulberg, autore del racconto-soggetto e sceneggiatore della pellicola – come già lo era stato del pluripremiato, e controverso, maggior successo di Kazan, Fronte del porto (1953).

Un volto nella folla non è semplicemente un durissimo atto d’accusa e un angosciato grido d’allerta sulle possibilità di fabbricazione del consenso popolare acquisito dai media. Certamente, Elia Kazan, già nel 1957, con questo duro e polemico film, splendidamente fotografato in bianco e nero da Harry Stradling, illustrava il potere subdolo della radio e della televisione di trasformare un qualunque volto nella folla in un divo capace di stregare le masse e di manipolare l’opinione pubblica. Ma, soprattutto, Kazan svelava la faccia degenerata del populismo, smontando i miti dell’infallibilità popolare, della sanità morale e dell’infallibile saggezza di giudizio della gente comune.

Oltre la denuncia del potere manipolatorio dei media

La parabola del protagonista, dall’anonimato fino alle vette dell’adorazione divistica, prima come star radiofonica e, poi, televisiva, illustra con sorprendente attualità il potere conferito dall’uso strategico dei media, a chi sa servirsene cinicamente, come  Larry “Losenome” Rhodes. Costui sa istintivamente come far breccia nel cuore degli spettatori. Sa che il trucco è quello di far di tutto per essere considerato uno di loro. Ed essi, infatti, come tale lo vivono, visto che Lonesome usa il mezzo radiofonico e televisivo per dire loro esattamente ciò che vogliono sentirsi dire, magari, talvolta, segnalando, strumentalmente, qualche ingiustizia. Ma, anche in tal caso, sempre oscillando tra istanze eterogenee e contraddittorie, in modo tale da assecondare i sentimenti di insicurezza e di frustrazione e il bisogno insoddisfatto di considerazione e di approvazione che sente circolare nel suo pubblico. Soprattutto, ribadendo sistematicamente le proprie origini campagnole, ostentando la propria appartenenza al consorzio della “gente comune”, egli sfrutta il fisiologico bisogno di riconoscimento e il naturale desiderio di riscatto dei cittadini, per sedurli e spingerli a prendere per oro colato tutto quello che gli propone. Riesce, quindi, far comprare da milioni di persone le improbabili pillole Vitajex (dei falsi integratori alimentari), e a garantire l’elezione ad un opaco, inconsistente e retrogrado, senatore di destra, candidatosi alla presidenza degli Stati Uniti. «La farò amare, la farò amare da tutti!», lo rassicura.

«Guardate la gente di provincia: il sale della terra! Il cuore dell’America!»

Lonesole Rhodes, infatti, sa come prendere la gente. Prima stimola l’approvazione della parte femminile del pubblico, denunciando bonariamente il maschilismo di chi non vuole riconosce le fatiche delle casalinghe americane. Poi compiace il maschilismo di chi sente messo in pericolo il ruolo tradizionalmente sottomesso della donna. Ma, sempre e invariabilmente, lusinga il pubblico, specialmente quella parte, la maggioranza, alla quale si rivolge.

«Guardateli!», esclama, ad un certo punto, in un guizzo di esaltato istrionismo manipolativo «Guardate la gente di provincia: il sale della terra! Il cuore dell’America!» Per poi aggiungere con esultante narcisismo: «E amano me!».

Rhodes, in effetti, non crede in nulla e in nessuno. Non ha valori, non ha principi, non ha punti di riferimento morali, ancor prima che politici. Del tutto privo di ideali, conosce benissimo quali corde popolari far vibrare e considera la politica niente di più che una forma di spettacolo o un prodotto da pubblicizzare per i consumatori. Ai quali indirizza continuamente messaggi di adulazione, venendo ripagato da applausi adulatori. Così: prima, mette davanti alle telecamere una donna che ha perso la casa, un’afro-americana, derogando ad un inviolabile tabù della società razzista dell’epoca, per sollecitare, con notevole successo, una colletta che le permetta di avere una casa, così da accarezzare il bisogno di ciascuno di saper essere solidale; poi, però, sostiene nella marcia verso la presidenza un politico ultra-reazionario e razzista, decisamente contrario ad ogni politica di sostegno per emarginati e disoccupati.

«Il popolo vuole slogan da detersivi. Trovate pubblicitarie, barzellette, belle donne!»

Sullo stesso tema di Un volto nella folla si era già soffermato, in realtà, Frank Capra con Arriva John Doe (lo abbiamo ricordato su questa rubrica, nel post La profezia di John Doe) e nello Stato dell’Unione (di cui abbiamo parlato nel post L’umanità di Spencer Tracy, il fascismo e l’America First). Ma in entrambi questi due film di Capra il tema era affrontato secondo la poetica del regista italo-americano, nell’ambito della quale l’amarezza della critica, la forza dell’allarme o della denuncia, trovavano un contrappeso nella sua fiducia nella saggezza della gente comune e nella sua onestà di fondo. Un’onestà, quella dei protagonisti dei film di Capra, che le lusinghe del successo, le sollecitazioni narcisistiche della fama, da un lato, e gli intrallazzi e gli artifici del potere, dall’altro, potevano solo momentaneamente offuscare. Nel caso del film di Kazan, invece, non c’è alcun posto per questa fiducia cieca. Anzi, il tono è quello di una desolata e amarissima, rappresentazione di un’innocenza popolare mai esistita.

Come dice l’industriale, “il generale”, che vuole convincere il senatore Fuller ad avvalersi di Rhodes come testimonial di punta nella sua campagna per le elezioni presidenziali:

«Senatore devo essere franco, le tue interviste alla TV sono state catastrofi. Il popolo vuole slogan da detersivi. Trovate pubblicitarie, barzellette, belle donne!».

Fuller, razzista e segregazionista, intimorito dall’aggressività di Solitario Rhodes obietta che la politica consiste nello spiegare le proprie idee. Rhodes sbotta: «Balle! La politica è la gente!». E risolve, così, la debole riluttanza di Fuller a farsi supportare da questo esuberante imbonitore.

Il fascino, patetico e ripugnante del volto nella folla

Solitario Rhodes, idolo delle masse e scatenato opinion maker, al servizio dei peggiori esponenti della politica nazionale, è, quindi, il peggiore volto nella folla a cui si possa pensare, secondo parametri etici e morali. Ma la sua assenza di scrupoli, la sua superficialità, il disperato bisogno di essere adorato e l’angosciante incapacità di amare, sono proposte da Kazan come qualcosa di grottescamente rappresentativo. Qualcosa di terribilmente comune. Donnaiolo compulsivo, Solitario, è un narcisista egocentrico ed egoista. Uno che sente di esistere soltanto se qualcuno lo ammira irrazionalmente. Uno che non sa chi è davvero. Rhodes confonde la propria identità con l’immagine artefatta di Sè che cerca di spacciare alle anonime masse del pubblico. Un’immagine artificialmente costruita a tavolino, ma a partire da qualità naturali, che però sono frustrazioni, ansie, vizi e debolezze comuni: il bisogno di sentirsi apprezzati, l’egoismo inconfessato, la paura di conoscere se stessi, la propensione a reprimere l’angoscia del vuoto e della propria irrilevanza con l’auto-inganno…

Un volto nella folla e la caccia alle streghe

Kazan e Schulberg non volevano solo proporre il ritratto di un personaggio disgustoso. Nel mostrare il vero volto di chi, conoscendo il valore del pensiero di massa, sa di poter confidare nell’ignoranza del pubblico e nella sua scarsa memoria, per accumulare o recuperare facili consensi, essi offrivano un ritratto impietoso dell’americano medio. Cioè, di quei milioni di loro concittadini che, con la loro superficiale approvazione, avevano consentito l’affermarsi della caccia alle streghe e avevano portato al successo un personaggio deprecabilmente superficiale e inguaribilmente fasullo come il repubblicano Joseph McCarthy (ne abbiamo parlato nel post A cavallo della paranoia). Entrambi, com’è noto, avevano ceduto alle pressioni della Commissione d’indagine per le attività anti-americane, denunciando ad essa amici e colleghi di idee comuniste o sospettabili di averne (come fece anche Sterling Hayden, di cui abbiamo ricordato la vita nel post La vita spericolata di Sterling Hayden). Ma non per questo erano diventati sostenitori del maccartismo. E Un volto nella folla può tranquillamente essere visto anche attraverso questa lente interpretativa. Non va scordato, infatti, che il popolo americano aveva seguito McCarthy quando senza uno straccio di prova denunciava la presenza di sovversivi, cioè di comunisti, noti ai vertici del governo, prima, tra i funzionari governativi, poi, nell’esercito e, infine, tra i pastori protestanti. Il senatore democratico Lyndon B. Johnson, leader della maggioranza al Senato, disse al Segretario di Stato, il repubblicano Robert Baker: 

«McCarthy è il senatore più balordo che ci sia. Non sa neppure allacciarsi le sue stramaledette scarpe: Ma adesso è sulla cresta dell’onda, ha spaventato a morte la gente, facendole credere che un qualche comunista la strangolerà nel sonno. E chiunque decida di attaccarlo prima che questa febbre cali… be’, non si gareggia con una puzzola a chi piscia più lontano».

Quell’insuccesso di pubblico di Un volto nella folla che sembra confermarne la validità

Il film di Elia Kazan, in teoria, avrebbe potuto ottenere un buon successo. Alcuni anni, Tutti gli uomini del re (1949, di Robert Rossen), altra denuncia della demagogia populista, ispirata alla vita di Huey Long, un politico degli anni Trenta, aveva ottenuto l’Oscar come miglior film, inoltre ne aveva procurato uno al suo protagonista, Broderick Crawford e un altro a Mercedes McCambridge, come miglior attrice non protagonista, riscuotendo anche un notevole successo di pubblico e di critica. Anche Un volto nella folla poteva contare sulle prestazioni di un cast azzeccatissimo. Ad interpretare il cantautore spostato, Larry Rhodes fu l’esordiente Andy Griffith. Costui – che nella vita vera era anche un cantante gospel – non risparmiò un grammo di energia per far vivere sullo schermo l’oscena e scatenata forza della natura che il suo personaggio sprigiona. Marcia Jeffries, la giornalista, era interpretata da un’attrice molto apprezzata, Patricia Neal. Di questo difficile e complesso personaggio, Patricia Neal, con sensibile autenticità, riuscì ad esprimere il groviglio conflittuale di sentimenti contraddittori che prova verso Larry Rhodes. Un’altalena tra attrazione irresistibile e repulsione morale. Oltre alla Neal, nel cast c’erano anche: Walter Matthau, precisissimo nel dar voce all’impotenza dell’intellettuale che, pur riconoscendo il marcio di Rhodes, non riesce a smascherarlo; Anthony Franciosa, perfetto nel dare sfumature credibili ad un personaggio gretto, scaltro, servile, arrogante e rapidissimo nel salire sul carro del vincitore e nell’abbandonarlo quando perde consensi. Inoltre esordiva una giovanissima, incantevole e già assai efficace Lee Remick.

Ciononostante, Un volto nella folla non ottenne il successo commerciale sperato. Kazan disse che era il film “più americano” tra quelli che aveva girato. Intendeva che era quello che sentiva essere più speculare dell’America. Probabilmente, è il film più politico tra quelli da lui girati. Per quest’opera, comunque, valgono considerazioni simili a quelle svolte per un altro film, La caccia (1966, di Arthur Penn), ricordato su Corsi e Ricorsi (si veda il post La caccia ai capri espiatori): continua ad essere lo specchio di qualcosa di orribilmente vero non soltanto negli USA, e in particolare negli Stati del Sud, ma in tutto quello che normalmente viene chiamato l’Occidente. Italia inclusa.

Del resto suonano ancora oggi alquanto disturbanti le parole con cui Lonesome Rhodes confida a Marcia ciò che pensa delle sue folle di adoranti sostenitori:

«Tutto il Paese è un po’ il mio gregge di pecore. Manovali, operai, casalinghe, contadini, invalidi, impiegati: tutta gente che deve saltare quando qualcuno le fa un fischio. Non lo sanno ancora, ma diventeranno tutti “i figli di Fuller”. Sono miei!  E’ gente che è fatta come me. Solo che sono più cretini di me. Ed io devo pensare per loro!».

Alberto Quattrocolo

 

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