prima gli esseri umani

Prima gli esseri umani

Prima gli esseri umani, dovrebbe essere lo slogan di ogni forza politica di destra, di centro e di sinistra e di quelle che ritengono che destra e sinistra siano categorie superate.

Prima gli esseri umani dovrebbe essere il principio che guida il nostro relazionarci all’altro, ovunque. Anche sul luogo di lavoro, nel rapporto con i servizi pubblici (quelli della giustizia, della sanità, quelli sociali, ecc.) e nei rapporti di comunità e di vicinato, così come in quelli “virtuali”, che tanto virtuali non sono, e spesso ancor meno virtuosi.

Non è sempre facile anteporre l’umanità

Prima gli esseri umani, tuttavia, rischia di essere solo una frase vuota, retorica, senza spessore, perché nel tran tran di tutti i giorni, la sollecitazione in essa contenuta viene frequentemente disattesa.

Tutti noi ci troviamo, nella vita di tutti i giorni, a non essere considerati e riconosciuti come esseri umani. In tali casi, la nostra umanità passa in secondo piano o scompare addirittura. Così capita che ci sentiamo trattati come mere risorse produttive, come consumatori, come pratiche, come cartelle, come numeri.

Talora, però, siamo noi a trattare gli altri come entità astratte, come meri simboli di qualcosa, come strumenti per la realizzazione di altri fini, magari elevati. Cioè, ci rapportiamo all’altro esclusivamente in funzione del nostro e dell’altrui ruolo di quel momento. Lo trattiamo come un cliente, ad esempio, ma non come una persona che è anche un cliente.

Si può considerare la situazione descritta su Repubblica dell’11 ottobre: “Che la morte di Francesca non sia inutile”. Tra le tante parole dei genitori di Francesca Graziano, parole profonde e alte, toccanti e riflessive, vi è un passaggio che fa pensare: è quello in cui si descrive lo scambio tra Francesca e i suoi datori di lavoro.

Alla domanda sul perché non rendesse più come prima, aveva risposto: perché non mi sento bene. Allora ti dobbiamo sostituire, era stata la replica che le era arrivata.

Ecco: se non mi sento bene, cioè se sono umana, devo essere sostituita. Ma è proprio la mia umanità che fonda la mia competenza, che sorregge la mia motivazione, le mie capacità professionali. Se non fossi umana, non potrei essere quel lavoratore che fino a ieri rendeva, che oggi non ce la fa e che domani tornerà a rendere. E come tutti gli esseri umani a volte sto bene, a volte poco bene e a volte sto proprio male.

Però, la logica nella quale viviamo – quella in cui forse siamo vissuti negli ultimi decenni o negli ultimi secoli – non tiene conto di ciò. Conta solo l’adesso della prestazione attesa.

Lo stesso discorso può farsi rispetto a infinite altre situazioni in cui l’umanità viene negata.

Ma per lo più non c’è cattiveria.

Molto spesso, credo, succede e basta. Nessun dolo. Sono negazioni dell’umanità altrui involontarie, incidentali, collaterali. Necessarie, nel senso di dovute, o ritenute tali, ma non volute.

Il fine della sostituzione di Francesca non era farla sentire gettata via, procurarle sofferenza e portarla alla disperazione. Forse chi le ha dato quella risposta era preso in una morsa, tra l’incudine e il martello, come suole dirsi.

Sei dentro un ingranaggio più grande di te e ti ritrovi ad agire nel modo in cui è previsto che tu faccia. Come da programma. E il programma, in sé, non è necessariamente sbagliato. Perché vi sono contratti da rispettare, attese da soddisfare, diritti da garantire e costi da sostenere e contenere.

Quando non vengono prima gli esseri umani questi si alienano reciprocamente

Si dice che è il Sistema. I nostri arti sarebbero tirati con fili invisibili da burattinai indefinibili. Secondo questa prospettiva, ci troviamo ad agire non ciò che sentiamo e pensiamo, ma ciò che il Sistema ci detta. Ragioniamo e ci comportiamo secondo ciò che il Sistema prescrive alla nostra mente, con tanta quotidiana e irriducibile sistematicità che non ce ne rendiamo neppure conto. Può anche darsi che sia così, che si sia davvero manovrati, manipolati, condizionati dal Sistema.

Quale che sia la causa, quando non vengono prima gli esseri umani, questi si alienano l’uno dall’altro. E si trattano reciprocamente come alieni. Così si affaccia lo spirito del prima io.

A volte tale spirito ci sussurra ad un orecchio, ma riusciamo ancora a sentirci degli esseri umani, a non alienarci dall’altro, conservando quel minimo di capacità empatica che ci permette di riconoscere l’altro come simile a noi.

A volte, lo spirito del prima io non sussurra soltanto, ma ci assorda. Allora l’altro, nella nostra percezione, si allontana improvvisamente. Come se scattasse all’indietro. Finisce sullo fondo. Ne intravvediamo la sagoma, ma non è più una persona. Non ha più lineamenti, occhi, personalità, desideri, intenzioni, bisogni. È un’entità insensibile. È un manichino, un’immagine priva perfino di tridimensionalità.

Lo abbiamo perso, sì, ma non del tutto. Perché a quel punto possiamo anche proiettargli addosso frustrazioni profonde, amarezze, paure e rabbie.

 

Quando non vengono prima gli esseri umani arrivano i conflitti

È difficile per tutti noi tenere a bada queste involuzioni delle interazioni e dei rapporti con le altre persone. Capita di finirci dentro senza avvedersene. E, poi, quando ce ne accorgiamo, stiamo malissimo.

Perché, a quel punto, finalmente, vediamo quel che è accaduto. Misuriamo, centimetro per centimetro, sulla pelle nostra e altrui, la capacità umana di fare e di farsi del male. Ci vergogniamo. Tanto da volere sprofondare, a volte. E ci sentiamo anche un po’ soli, almeno finché non riusciamo a recuperare l’altro, a riparare il legame rotto e a curare le lacerazioni personali.

Molto spesso, però, la consapevolezza non arriva o arriva troppo tardi, quando i danni sono irreparabili.

Capita con le guerre. I due conflitti mondiali furono scatenati sostanzialmente dalla logica del prima io, anzi della sua variante plurale: prima noi. Un criterio guida che, se non è alla base di tutte le guerre, lo è di molte, passate e attuali.

Si potrebbe ritenere che abbiamo visto versare abbastanza sangue, noi esseri umani. Ormai dovremmo avere imparato che quando si sostituisce il prima gli esseri umani con il prima noi presto o tardi arrivano distruzioni e autodistruzioni. E lutti.

 

Prima noi porta allo scontro

Quando è il prima io (solo io) prende il posto del prima gli esseri umani (incluso io) ed è affermato e agito da tutti gli attori della relazione, quasi inevitabilmente questi arrivano allo scontro.

Passo prima io, dice uno. No, tocca a me, dice l’altro. Bum!

Ma ci sono le regole sulla precedenza, si potrebbe obiettare. È vero, ci sono quelle regole. Si tratta delle regole che traducono operativamente il principio per il quale prima vengono gli esseri umani. Le regole poste per evitare che si accumulino le ossa fratturate. Di tutti.

Estromettere dal pensiero e dalla cultura, dalla coscienza e dal sentimento il prima gli esseri umani e soppiantarlo con il prima noi, dunque, significa dirigersi, molto spesso, verso il muro del conflitto. Andarci contro a velocità folle, con l’incoscienza dell’automobilista spericolato che si sente onnipotente. Quello che pensa di avere tutto sotto controllo e non riesce neppure a pensare a quanti e quali danni – cioè costi umani, sociali, politici, economici e culturali – procurerà lo schianto. Solo dopo lo scontro, forse, di fronte alle macerie, avrà un’immagina di quanto i danni saranno, anche sul lungo periodo, insostenibili e spaventosamente invalidanti.

Anteporre il noi all’umanità, però, non presenta soltanto potenziali risvolti bellici, ma ha anche altre implicazioni. Implicazioni in termini morali, etici, culturali, economici, ambientali, sociali e psicologici.

 

Prima gli esseri umani non è sinonimo di slealtà verso i compatrioti, ma di istinto di autoconservazione come specie umana

Così, vendiamo armi ad estremisti, a dittatori, a regimi dalla politica interna ed estera discutibilissima (più controversa ancora della nostra), ci concludiamo affari, li sosteniamo finanziariamente o con altri mezzi. Facciamo guerre, (non) dichiarate per esportare pace e democrazia, allo scopo di trarne utili economici enormi. Inquiniamo a destra e a sinistra, ecc. Sempre seguendo il criterio del prima noi, della cura dei nostri interessi, dei nostri posti di lavoro, della nostra insaziabile fame di energia, dei nostri consumi, dei nostri equilibri[1].

Prima noi, viene detto, perché in gioco c’è la tutela del nostro gruppo, del nostro mondo, del nostro way of life. Mentre il prima gli esseri umani risuona come minaccioso per la nostra vita, per come la conosciamo.

Poi, però, la natura umana e quella fisica presentano il conto. Sommosse, rivoluzioni, tensioni internazionali, regimi dispotici, terrorismo, carestie, diseguaglianze, tensioni sociali, immigrazioni epocali, disastri ambientali e cambiamenti climatici angoscianti. E ci tocca realizzare che il rifiuto del prima gli esseri umani in nome del prima noi ci costa parecchio, ci minaccia, in fondo, in maniera radicale. Ci fa esplodere fisicamente e simbolicamente. Ci spezza nella contraddizione fondamentale che avevamo tentato di negare.

 

Prima gli esseri umani non è sinonimo di uno stanco internazionalismo buonista ma di lealtà verso la propria umanità

Nel ripudio del prima gli esseri umani e nella sua sostituzione con il prima noi, che va dilagando dagli USA all’Austria (un ripudio fieramente e, in un certo senso coerentemente, rivendicato dal nazionalrazzismo[2]), il meccanismo di giustificazione costantemente proposto ai fini della propria auto-assoluzione e della persuasione altrui, si declina, in sintesi così: la coperta è troppo corta per riuscire a coprire tutti coloro che hanno freddo, quindi copriamoci noi, che ce l’abbiamo già addosso, e gli altri si aggiustino.

Ma è la coperta davvero troppo corta?

Se guardiamo alla realtà del nostro Paese, la tesi per la quale vengono prima gli italiani andrebbe integrata con alcuni dati.

Si dice che, data la ristrettezza delle risorse, occorre pensare prima agli italiani. Più di quanto non si faccia attualmente. È la logica, appena malcelata, del mors tua e vita mea, cui già facevo in un post dedicato all’antibuonismo nazionalrazzista. Una logica che, in natura, a volte, si impone.

L’Italia, però, si trova davvero in questa situazione?

Da non esperti, da profani dei conti pubblici, parrebbe plausibile nutrire parecchi dubbi e farsi qualche idea.

A leggere l’editoriale di Francesco Riccardi su l’Avvenire del 16 ottobre ce n’è d’avanzo per farsene un’ideina. Infatti, ci viene ricordato che il lavoro nero, l’economia sommersa e le attività propriamente illegali pesano per il 12,6% del Prodotto interno lordo, 208 miliardi di euro complessivamente, secondo la stima dell’Istat relativa al 2015. Secondo i calcoli più drastici, quelli proposti da Il Giornale, i migranti ci costerebbero 4,7 miliardi.

Appare, pertanto, dubitabile che azzerare quest’ultima spesa significhi aiutare davvero i cittadini italiani. Se il ladro della mia auto mi lasciasse sul marciapiede l’ombrello che tenevo sul sedile posteriore, non ne caverei una grande soddisfazione.

L’alibi della coperta corta

La coperta è troppo corta davvero, oppure, è comodo affermare che lo è affinché nulla cambi?

Viene il sospetto, assai poco paranoico, che l’argomento della coperta corta sia un comodo alibi.

O, peggio ancora, vi è qualche margine per supporre che la storia della coperta corta sia utile a sostenere la teoria del prima noi, così da stimolare una sorta di istanza difensiva tra gli italiani, una sorta di sentimento apparentemente autoconservativo, ma in realtà autodistruttivo.

Perché sedare i cittadini italiani e indurli a proiettare sul più archetipico dei nemici immaginari (lo straniero) le sofferenze generate da storiche magagne, tutte interne, così dal non doversi impegnare a risolverle, non significa voler il bene degli italiani, ma l’esatto contrario.

 

Prima noi al posto di prima gli esseri umani è il nocciolo del reato

Alla base del reato (contro la persona, contro il patrimonio, contro lo stato, contro il popolo, ecc.), vi è, in fondo, quasi sempre se non sempre, il pensiero del prima io.

È questa la prospettiva che, per lo più, guida e supporta l’azione criminale.

L’evasore fiscale non dice: prima gli esseri umani e il loro bisogno di servizi. Ma dice: prima io e il mio bisogno, o desiderio, di tenermi il denaro. Allo stesso modo, il corruttore, il corrotto, lo stupratore, il magnaccia, il pedofilo, il mafioso, ecc. non considerano l’umanità delle loro vittime dirette e indirette, ma si dicono: prima vengo io. Oppure, quando agiscono nell’interesse di un gruppo particolare, si dicono: prima veniamo noi.

Gli autori di tali e altri delitti non si limitano a realizzare l’azione che concretizza il prima io. Ma teorizzano questa prospettiva. Attivano, per dirla rozzamente, meccanismi di auto-giustificazione o auto-legittimazione della condotta criminosa. E tali meccanismi funzionano abbastanza efficacemente. Permettono, infatti, già prima di delinquere di auto-assolversi, così da poter compiere il delitto e, dopo averlo commesso, da riuscire a conviverci[3].

 

Il prima io è la negazione dell’umanità dell’altro

Alla base del delitto vi è la negazione dell’umanità della vittima. L’interruzione del sentimento, della consapevolezza del legame che accomuna ogni essere umano è ciò che consente di rapinare, violentare, emarginare, sfruttare e discriminare l’altro.

La negazione dell’umanità dell’altro, l’oscuramento del volto altrui, però, non è soltanto ciò che consente al reo di agire, ma è anche ciò che connota l’escalation conflittuale.

Lo si riscontra in quei conflitti di coppia, familiari, di vicinato e in altri contesti relazionali, giunti a livelli esasperati di spersonalizzazione e deumanizzazione reciproca. Non a caso lo scambio di auguri e i contatti tra soldati schierati in trincee contrapposte durante il Natale del 1914 (la cosiddetta Tregua di Natale) fu presto interrotto.

Come si fa a scannare uno che si sente simile a sé? È difficile, tanto difficile. Quasi impossibile.

L’unico modo per riuscire a scannarlo è odiarlo o averne paura da morire e, soprattutto, non considerarlo simile a sé. Anzi, percepirlo come una minaccia, meglio, appunto, se mortale.

Ecco allora che per fondare la legittimità del prima noi e l’illegittimità del prima gli esseri umani occorre convincere che gli altri sono alieni, cioè stranieri rispetto alla nostra umanità. Sub-umani o disumani.

Se si dipingono gli altri come mostri, allora il prima noi è vissuto come se fosse in realtà uguale al prima gli esseri umani, poiché diventa: solo noi siamo esseri umani

Non occorre dirlo apertamente. Anche se vi è chi lo fa. Può bastare suggerirlo con una costante rappresentazione dell’altro, del migrante, come un soggetto pericoloso, destabilizzante, violento, antitetico e portatore di caos.

Non è un’operazione particolarmente sofisticata. Basta poter contare su alcune condizioni:

  • mezzi e risorse necessarie per realizzare una campagna ininterrotta, svolta su vasta scala e capillarmente
  • una disponibilità dei destinatari della campagna di odio ad essere manipolati. Cioè, il loro sentirsi già in gran parte non considerati come esseri umani. Se tale presupposto c’è, essi, alienati da quell’umanità che gli dovrebbe essere riconosciuta, più facilmente saranno propensi a disconoscere l’umanità altrui. Magari proprio per riaffermare la propria superiorità di essere umani.

Potendo contare su tali due presupposti, la sostituzione del prima gli esseri umani con il prima noi è sdoganata, legittimata, addirittura nobilitata.

Simili dinamiche sono poste in essere, scientemente, dai tanti fondamentalismi politici e religiosi, che hanno insanguinato la storia dell’umanità fino ad oggi.

Se ce ne ricordassimo, non sarebbe così utopico recuperare in termini più pregnanti quel prima gli esseri umani che, in fondo, mettiamo in atto tutti i giorni. Dando la precedenza al pedone sulle strisce pedonali, rispettando la raccolta differenziata, astenendoci dal fare i furbi…

 

Alberto Quattrocolo

 

[1] Tanto per fare un esempio, si pensi alla discussa decisione della Camera dei Deputati relativa all’embargo delle armi nei confronti dell’Arabia Saudita.

[2] Sono molti ormai i post dedicati al nazionalrazzismo sul blog Politica e conflitto.

[3] Nei percorsi di mediazione penale (ma anche in altre situazioni, naturalmente) capita di osservare cosa accade nell’istante in cui tali meccanismi cessano di funzionare.

 

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *