Paul Newman, un uomo oggi

Paul Newman, una delle più amate superstar del cinema mondiale, fu molto più di questo. Fu molto più di un attore, di un  grande attore. Fu un uomo del suo tempo.

«Ciò che vorrei scritto sulla mia tomba», disse una volta, «è che sono stato parte della mia epoca».

«Tranquillo, Paul, lo sei stato. Eccome se lo sei stato», verrebbe da rispondergli. In primo luogo perché non perse mai il contatto con la realtà [1]. Non solo nel senso che “non si montò la testa”, ma, soprattutto, in quanto restò sempre saldamente collegato a quanto accadeva nel mondo reale, cercando di intervenire, di migliorarlo. Inoltre, non passò la vita soltanto sui set cinematografici o sui palchi dei teatri. La visse, e la visse davvero fino in fondo, in tanti altri ambiti. E, infine, considerandosi baciato dalla dea bendata della fortuna, la ridistribuì per condividere i benefici che l’esistenza gli aveva concesso.

Fortunato dalla nascita, ma determinato

Era nato il 26 gennaio del 1925. Silenzioso e un po’ insicuro, fisicamente goffo e magrolino, da ragazzino, Paul Newman avrebbe potuto restare al sicuro nel mondo tranquillo, iper-protetto e un po’ chiuso, in cui nacque e crebbe. Invece, complice la fortuna e una tenacia inossidabile, sgusciò fuori alla ricerca di sé e di qualche verità, per scomoda che fosse [2].

A Shaker Hieghts nei pressi di Cleveland, Ohio, trascorse un’infanzia serena. Anche se non si sentiva mai del tutto a suo agio e aveva una scarsa considerazione di sé. Era poco portato per gli sport e la sua goffaggine lo portava spesso a farsi male. «Mi attiravo gli accidenti», ricordò in seguito [3]. Inoltre, cresceva poco. A sedici anni pesava 45 kg e superava appena il metro e mezzo d’altezza. Anche se poi arrivò a misurare 1,77 cm, una sorta di complesso di inferiorità legato alla bassezza non lo lasciò mai del tutto [4].

Salvato da un mal d’orecchi

Dopo un anno di college, nel ‘43 si arruolò volontario in marina per combattere il nazifascismo durante la Seconda Guerra Mondiale. Voleva fare il pilota, ma essendo daltonico lo misero a fare il radiofonista e il tiratore e lo spedirono sul fronte del Pacifico. Nel maggio del ’45 avrebbe dovuto partecipare con la sua squadra ad un’esercitazione di atterraggio, lunga alcuni giorni, sulla portaerei Bunker Hill, ma quel mattino il pilota del suo aereo si svegliò con il mal d’orecchi e non poterono partecipare. Due giorni dopo, due piloti kamikaze giapponesi lanciarono i loro aerei sulla Bunker Hill: morirono circa 400 americani, inclusi tutti i suoi 15 compagni di squadra [5].

La tenacia e… ancora la fortuna

Tornato al College nel ’46, aveva ormai un fisico decisamente invidiabile. Ma non aveva perso un grammo di quell’umiltà che gli aveva trasmesso il padre come un valore e che egli aveva trasformato in un aspetto caratteriale, sconfinante in una scarsa autostima [6]. Così si sforzava di recitare. Era il solo mezzo che avesse per sentirsi degno di attenzione, però gli costava moltissimo. «Ero impacciato, non riuscivo a farcela. Però volevo recitare» [7]. Entrò nel giro delle compagnie teatrali, dove conobbe Jackie Witte. Si sposarono nel dicembre ’49 e insieme ebbero tre figli [8]. Sognava di diventare insegnante di recitazione. Ma nell’estate del ’52 i suoi maestri lo spinsero a ad andare a New York. E qui bruciò le tappe. Divenne un attore apprezzato della televisione e ancor di più a Broadway [9]. Incontrò una giovane bravissima attrice, Joanne Woodward, e se ne innamorò. Restò con lei per tutta la vita [10]. Intanto si iscrisse all’Actors Studio, dove si applicò con ferrea autodisciplina [11]. La Warner Bros. lo notò e gli offrì un contratto.

Il diritto-dovere di schierarsi

Ma in quei primi anni Cinquanta la politica, soprattutto il suo lato osceno e disumano, penetrava ovunque, arrivando a condizionare perfino i rapporti personali, oltre che quelli di lavoro e sociali. Molti suoi conoscenti, alcuni già affermati, erano finiti vittime delle “liste nere”. Cioè, venivano perseguiti legalmente ed emarginati dal lavoro e dalla comunità, in quanto tacciati di comunismo e anti-americanismo. Spesso per il solo fatto di aver espresso una certa sensibilità verso il disagio e l’esclusione sociale, o per avere appoggiato iniziative antifasciste e antinaziste prima della guerra, oppure per avere partecipato o finanziato i movimenti per i diritti civili [12]. Paul Newman, consapevole di mettere a rischio la carriera appena, e così felicemente, avviata, si schierò  [13]. E sia nelle primarie democratiche che nella campagna elettorale per le presidenziali del ’52, s’impegnò a favore di Adlai Stevenson (che fu sconfitto dal candidato repubblicano Dwight Eisenhower). Cioè, proprio il candidato democratico più bersagliato dalla destra, soprattutto da quella più fanatica o più cinica, la quale, per screditarlo, non esitava ad accusarlo di essere un comunista e un traditore.

«Paul Newman chiede scusa tutte le sere, questa settimana, sul nono canale»

Il suo primo film a Hollywood fu un kolossal dai costi spaventosi e dalla bruttezza rara. Il calice d’argento (1954, di Victor Saville), uscito a Natale del ’54, fu snobbato dal pubblico e stroncato dalla critica, che recensì negativamente anche la sua performance, qualificandolo come un emulo di Marlon Brando pateticamente inespressivo [14]. Conscio di aver recitato male in un pessimo film, quando apprese la decisione di una rete televisiva di Los Angeles di trasmetterlo per un’intera settimana, Paul Newman mise un’inserzione sui giornali: «Paul Newman chiede scusa tutte le sere, questa settimana, sul nono canale». Intanto «riportami subito a Broadway», scriveva al suo agente. Due mesi dopo prese parte alla commedia che salvò la sua carriera: Ore disperate. La sua interpretazione elettrizzò le platee e suscitò le lodi unanimi dei critici.

Al posto di James Dean

Il suo compagno di scuola dell’Actor Studio, James Dean, intanto stava diventando una leggenda, ma il 30 settembre del ’55 si schiantò fatalmente sulla sua auto, poco prima di cominciare a lavorare in un dramma televisivo in diretta. La parte fu assegnata a Paul Newman [15]. Egli risultò così convincente (nella parte di un pugile, irrimediabilmente deviante, di cui si ripercorre la ventennale carriera dalle stalle alle stelle e di nuovo alle stalle), da indurre Robert Wise, che doveva dirigere Lassù qualcuno mi ama (del film abbiamo parlato anche qui su questa rubrica, Corsi e Ricorsi), sulla vita di un pugile italo-americano, a contattarlo immediatamente. Anche quel film avrebbe dovuto essere interpretato da James Dean. Ebbe, così, inizio la carriera di una delle più acclamate e redditizie star del cinema mondiale.

Ribelle per una causa

Interpretando pellicole entrate a pieno titolo nei successi intramontabili della storia del cinema, Paul Newman, portò avanti la sua battaglia per i valori e i principi in cui credeva [16].

La critica di costume

Nella vita privata era un progressista attivamente impegnato in politica e nel sociale, ma sullo schermo rappresentava molto spesso personaggi caratterizzati dall’indifferenza verso il prossimo e dal qualunquismo. Individui astuti, alla ricerca di scorciatoie, anche illecite, pur di vincere la corsa al successo, e mossi da un individualismo sfrenato. Un individualismo, in ultima analisi, tanto conservatore e conformista, quanto materialista e autodistruttivo [17].

Il lato oscuro della mentalità dominante

Da La lunga estate calda (1958, di Martin Ritt) a I segreti di Filadelfia (1959, di Vincent Sherman), da Dalla terrazza (1960, di Mark Robson) a Lo spaccone (1961, di Robert Rossen), da La dolce ala della giovinezza (1962, di Richard Brooks) a Hud, il selvaggio (1963, di Martin Ritt), i suoi personaggi erano quanto di più moralmente e socialmente spregevole l’uomo Paul Newman potesse immaginare. Ambiziosi, intimamente frustrati e talmente terrorizzati dal finire nel novero dei falliti, cioè di coloro che “non ce l’hanno fatta”, da essere disposti ad ogni sorta di bassezze, raggiri e furbizie. Ostentavano freddezza, arroganza e sarcasmo, abilmente mescolati con quel tanto di attrattiva e sfrontatezza che gli consentivano di approfittare dei sentimenti più genuini di coloro che per qualche ragione li amavano o li ammiravano [18].

La critica politica

Sul finire degli anni Sessanta e, in particolare, dal ’67 l’oggetto della sua contestazione, sul piano cinematografico, divenne sempre più esplicitamente politico. Nel ’67 uscirono Hombre (di Martin Ritt) e Nick mano fredda (di Stuart Rosenberg). Il primo era un ritratto al vetriolo del razzismo, dell’ipocrisia e dello sfruttamento da parte della società bianca nei confronti delle minoranze (nativi americani e messicani). Mentre il secondo, una delle sue interpretazioni più celebri ed iconiche, era un preciso ed esplicito atto di accusa nei confronti del fascismo, appena mascherato, e della disumanità sadica dell’universo carcerario e, più in generale, del sistema penale americano [19]. Nel ’70 produsse e interpretò, accanto alla moglie Joanne Woodward e ad altri attori superlativi, come Anthony Perkins e Laurence Harvey, Un uomo oggi (di Stuart Rosenberg), il cui titolo originale era WUSA. Un film talmente sincero, scomodo e urticante da non riscuotere alcun successo commerciale [20].

WUSA

A differenza degli altri personaggi precedentemente interpretati, il protagonista di Un uomo oggi aveva una penosa aggravante morale: la lucida consapevolezza di aver scelto il lato corrotto della barricata. La sceneggiatura non offriva alcuna scusa, infatti, allo speaker radiofonico, interpretato da Paul Newman. Un intellettuale, i cui valori sarebbero quelli della Costituzione, che, pur di restare a galla, si mette al servizio di un’organizzazione di estrema destra (la WUSA, appunto). Un partito impegnato nel promuovere una forma esasperata di americanismo, attraverso una campagna mediatica che soffia sui temi della paura, dell’insicurezza e del disagio dei bianchi anglosassoni e protestanti, e che, con la corruzione e altre losche manovre, aggrava volutamente disagi e tensioni sociali. Il personaggio di Newman è assolutamente conscio delle menzogne e delle distorsioni che la WUSA propone alla popolazione bianca, ma non esita a collaborare con i suoi datori di lavoro nell’indirizzare la rabbia verso un capro espiatorio da odiare e nel fomentare la violenza e la paranoia razziste contro la minoranza nera e immigrata.

Antirazzista, pacifista ed ecologista di sinistra

I suoi ideali erano quelli di un democratico di sinistra (un liberal) e Paul Newman li affermava e sosteneva anche quando ciò significava mettersi contro il potere o scontare un minore gradimento da parte del pubblico e, quindi, un peggioramento degli esiti commerciali dei film in produzione o in distribuzione. Così, fin dai primi anni Sessanta, con altri divi (Sidney Poiter, Harry Belafonte, Sammy Davis Jr, James Garner, sua moglie Joanne Woodward, Rita Moreno, Marlon Brando, Charlton Heston, Shirley MacLaine, Tony Curtis, Jack Lemmon, Warren Beatty, Anthony Franciosa…), sostenne Martin Luther King e si impegnò costantemente come attivista e sostenitore del movimento antirazzista. La sua partecipazione alla lotta degli afro-americani per l’affermazione dei diritti civili fu ripagata dai proprietari dei cinema del Sud, con il rifiuto di proiettare i suoi film nelle loro sale, e da moltissimi media di destra, con l’accusa di anti-americanismo e tradimento. Successivamente non esitò a schierarsi attivamente contro la guerra in Vietnam, e fu uno dei primi a dedicarsi seriamente e instancabilmente alle battaglie sul fronte dei diritti sociali e su quello dell’ecologia.

L’onore di essere tra i primi venti della lista nera del Presidente degli Stati Uniti

Nel ’60 appoggiò un altro liberal, lo scrittore Gore Vidal, candidato al Congresso, oggetto di pesanti tentativi di delegittimazione da parte della destra, che lo accusava di filo-comunismo. Nel ’68 finanziò e partecipò alla campagna del senatore democratico Eugene McCarthy (dichiaratamente avverso alla guerra in Vietnam), concorrente del candidato repubblicano Richard M. Nixon. Contro costui Paul Newman si schierò anche nelle elezioni del ’72. Dapprima parteggiando per Pete McCloskey, il rivale repubblicano (di area liberal moderata) di Nixon alle primarie del Partito Repubblicano, poi sostenendo il candidato democratico George McGovern. Com’è noto le elezioni assegnarono a Nixon un secondo mandato come presidente. Per questo attivismo, caratterizzato non solo dall’erogazione di fondi, ma anche dalla partecipazione a dibattiti pubblici, conferenze e dall’apparizione in messaggi televisivi di propaganda, fu in seguito incluso da Richard Nixon nella sua “lista dei nemici”. Quando, nel ’73, durante le indagini sul Watergate, divenne di dominio pubblico che egli, con l’etichetta di pericoloso «radical-liberale», era inserito in questa lista nera, redatta segretamente dai collaboratori di Richard Nixon (contenente i nomi di coloro che erano definiti nemici pericolosi per il presidente), Paul Newman dichiarò che quella deprecabile dimostrazione di autoritarismo paranoico era per lui l’equivalente di un premio.

Ecologia e solidarietà sociale

Paul Newman considerava il suo inserimento nella lista dei nemici di Nixon come un inequivocabile attestato di aver militato dalla parte giusta. Gli spiaceva soltanto che suo padre, morto oltre vent’anni prima, non potesse inorgoglirsi per tale “riconoscimento”. Disse, inoltre, che la cosa era per lui più appagante di quell’Oscar cui era stato più volte candidato ma che continuava a sfuggirgli [21].

L’appoggio a Jimmy Carter e la lotta alle lobby petrolifere

Nel ’77, mentre girava Colpo secco (di George Roy Hill), un’opera di denuncia sulla corruzione nel mondo dello sport generata dalle logiche del profitto), divenne membro fondatore della Energy Action Caucus, un gruppo che cercava di contrastare l’influenza politica delle lobby petrolifere e stimolava l’attenzione del pubblico sui danni ambientali provocati da industrie petrolifere irresponsabili. Intanto appoggiava senza successo Ramsey Clark, candidato senatoriale democratico. Mentre a gennaio partecipò al gala per l’elezione del democratico Jimmy Carter alla presidenza degli USA (di cui aveva sostenuto la campagna l’anno precedente). In quell’occasione il suo vecchio amico e irriducibile avversario politico John Wayne, dichiarò la propria fedeltà al nuovo presidente come membro di una leale opposizione. Paul Newman osservò che quello era stato il momento più alto della serata.

Il sostegno economico alle iniziative umanitarie ed educative e per la libertà di espressione di culto e di stampa

Con lo scrittore Aaron Edward Hotchner, nel 1982, Paul Newman fondò la “Newman’s Own“, un’azienda alimentare specializzata in produzioni biologiche, che in breve ebbe un successo commerciale impressionante. I ricavi furono sempre interamente devoluti in beneficenza per scopi umanitari ed educativi. Inoltre con il PEN American Center, la Newman’s Own finanziò fino al 2006 un premio annuale di 20.000 dollari riservato al cittadino statunitense che aveva più coraggiosamente difeso il “primo emendamento” della costituzione statunitense, relativo alla libertà di espressione, di culto e di stampa.

Il sostegno per i bambini malati

Nel 1988 fondò l’Associazione “Hole in The Wall Camps (il nome è ispirato a quello della banda di Butch Cassidy), per realizzare dei programmi di terapia ricreativa per bambini gravemente malati. Il progetto, avviato nel Connecticut, fu poi diffuso anche in Europa, inclusa l’Italia, e in Africa  [22].

La vita a modo mio

Nonostante la tendenza a sfruttare la propria celebrità per le cause in cui credeva, Paul Newman era piuttosto riservato e taciturno nella vita privata, specie nelle relazioni affettive. Imparò il valore di comunicare i propri sentimenti, ma vi arrivò troppo tardi, e forse fu questo a rendere particolarmente tormentato suo figlio Scott, che morì di overdose. Paul Newman non si perdonò mai, ma seppe mettersi radicalmente in discussione come padre, come marito e come uomo.

L’uomo che dentro di sé non credeva realmente di essere Paul Newman

Del resto, non gli mancavano le contraddizioni. Aveva un fisico eccezionalmente tonico, anche da ultracinquantenne, grazie alla costante attività fisica e al cibo sano, ma si scolava decine di birre ogni giorno [23]. Il suo viso e, soprattutto, i suoi occhi, fin da giovane di una bellezza non comune, con il trascorrere del tempo diventavano sempre più belli, però del suo sex-appeal egli era assai poco consapevole.

Disse di lui il cronista sportivo Jim Murray: «è probabilmente l’unico uomo in America che non vorrebbe essere Paul Newman». William Goldman, che scrisse la sceneggiatura di due suoi immensi successi Detective’s Story e Butch Cassidy, si espresse in maniera analoga: «Non penso che Paul Newman dentro di sé creda realmente di essere Paul Newman».

«È stato un privilegio essere qui» (Paul Newman)

Paul Newman verso la fine della sua vita si era ormai convinto che l’eredità più importante che lasciava su questa terra erano quei campeggi per i bambini e i ragazzi malati. Ma il suo non era orgoglio, bensì gratitudine. Era diventato nonno nel ’96 e, in generale, si era ammorbidito.

«Mi sento più agio nella mia pelle. Non cerco più di nascondermi», spiegò.

Nel 2007 la sua salute divenne un po’ meno salda di quanto non fosse stata fin ad allora.

«Vado dal dottore una volta all’anno per farmi scorticare la faccia. Fa malissimo. È quella che chiamano crescita pretumorale. Una delle cose a scelta che vengono con l’età».

Verso la fine dell’anno gli diagnosticarono un cancro ai polmoni. Però continuava a sentirsi fortunato. Il 26 gennaio festeggiò l’83esimo compleanno e il 29 le nozze d’oro.

«Mi sento un privilegiato ad amare questa donna», disse. «Il fatto di essere sposato con lei è la gioia della mia vita».

Durante una visita con Joanne – l’ultima – al campeggio per i bambini di Ashford, con commossa gratitudine, disse: «Riesco ancora a sentire le risate dei bambini».

Morì il 26 settembre del 2008. Pochi giorni prima seduto in giardino insieme alle figlie, con la sua voce roca e grave, disse: «è stato un privilegio essere qui».

«Aveva piazzato l’asticella troppo in alto per il resto di noi. Non solo noi attori, tutti noi»: si espresse così George Clooney, quando apprese la notizia della morte di Paul Newman.

 

Alberto Quattrocolo

[1] Fin dall’inizio del suo successo cinematografico rifiutò di adeguarsi allo stile di vita hollywoodiano. Di quei simboli (ville enormi, coperte di visione, interviste, feste…), non sapeva cosa farsene, tanto che non abitò mai a Hollywood. Si vestì sempre in modo informale. Espresse le sue opinioni politiche quando il farlo equivaleva a “suicidarsi” professionalmente e socialmente. Schivò ogni esibizionismo mediatico, accettò piccole parti contro la norma che vietava ai divi di farlo, tornò al palcoscenico quando avrebbe potuto trionfare facilmente sugli schermi. Divenne regista, evitando per lo più di mettersi davanti alla macchina da presa (o facendolo senza narcisismo), per realizzare film intimisti, realistici e toccanti.

[2] Figlio di Arthur Sigmund (per tutti Art) Newman e Theresa Fetzer, entrambi americani di seconda generazione (Art apparteneva ad una famiglia ebrea tedesca, Theresa ad una famiglia cattolica), crebbe a Shaker Heights, in una casa di undici stanze (il padre e lo zio Joe erano i proprietari del negozio di articoli sportivi di maggior successo della regione)

[3] Si sentiva negato per l’attività sportiva. Reagì, allora, con la forza di volontà, e trasformò il suo severo spirito autocritico in stimolo a cercare di migliorarsi. Però da adolescente la sua crescita di colpo si fermò. Voleva a tutti i costi giocare bene a football, e l’autodisciplina con cui si dedicava agli esercizi lo avevano reso molto muscoloso, ma era di taglia piccola.

[4] Anche se il suo viso era già di una bellezza non comune e gli occhi erano di quel blu che incantava e ingelosiva chiunque lo conoscesse, Paul Newman era convinto di non valere un granché sul piano estetico né si riteneva dotato di qualche particolare dote o talento. Per combattere l’innata timidezza e il senso di inadeguatezza, cominciò, allora, a “recitare”: non gli piaceva il suo fisico minuto e aveva un’eccessiva coscienza di sé che lo punzecchiava di continuo, ma il darsi da fare per essere qualcun altro gli dava qualche sollievo. E la madre lo stimolava ad interessarsi alla recitazione.

[5] «Non sono una persona religiosa», disse in seguito. «Non si può dire che Dio protegge proprio te, perché ha fatto venire il mal d’orecchi al tuo pilota, ma ha messo gli altri 15 ragazzi in una bara».

[6] Prese il diploma di primo grado in economia. Nel ’49 conseguì il baccelleriato in scienze (disse che i suoi insegnanti lo addottorarono “magna cum gentilezza”).

[7] Quell’estate recitò in una compagnia di repertorio e in autunno entro nella compagnia di Woodstock, Illinois.

[8] Scott, nel ’51, Susan, nel ‘53 e Stephanie, nel ’54. Suo padre, però, non divenne il nonno dei suoi figli. Morì nel ’49. Ed egli tornò a casa per mandare avanti il negozio di famiglia. Ma dopo due anni, nel ’51, lasciò l’impresa al fratello Art Jr per iscriversi alla scuola teatrale di Yale.

[9] Fu chiamato a recitare in alcune serie televisive di successo e fu inserito nel cast di una produzione di Broadway, Picnic, di William Inge. Picnic ebbe un successo sorprendente: 14 mesi di cartellone e premio Pulitzer.

[10] Si sposarono il 29 gennaio 1958. Insieme ebbero tre figlie: Elinor “Nell” Teresa (8 aprile 1959), Melissa “Lissy” Stewart (17 settembre 1961), e Claire “Clea” Olivia (1965). Nel ’58 Joanne fu premiata con l’ Oscar come migliore attrice protagonista per La donna dai tre volti (1957, di Nunnally Johnson) e recitò con Paul in Missili in giardino (di Leo McCarey) e La lunga estate calda (il primo dei film in cui Paul Newman fu diretto da Martin Ritt). Paul e Joanne avrebbero interpretato ancora insieme i film Dalla terrazza (1960, di Mark Robson), Paris Blues (1961, di Martin Ritt), Il mio amore con Samantha (1963, di Melville Shavelson), Indianapolis, pista infernale (1969, di James Goldstone), Un uomo oggi (1970, di Stuart Rosenberg), Detective Harper: acqua alla gola (1975, di Stuart Rosenberg), Mr. & Mrs. Bridge (1990, di James Ivory) e la miniserie televisiva Empire Falls – Le cascate del cuore (2005, di Fred Shepisi). Paul Newman si avvalse del talento di Joanne Woodward in tutti i suoi film da regista, escluso Sfida senza paura (1971). La diresse, infatti, in: La prima volta di Jennifer (1968), il suo esordio dietro la macchina da presa; Gli effetti dei raggi gamma sui fiori di Matilda (1972); Harry & Son (1984), di cui Newman era interprete principale; Lo zoo di vetro (1987); The Shadow Box (1980), adattamento televisivo del testo teatrale di Michael Cristofer.

[11] Cercava di imparare sia dai maestri (Elia Kazan e Lee Strasberg) sia dai condiscepoli, tra cui James Dean.

[12] Tra le vittime c’era suo cugino, Robert Newman (figlio dello zio Joe), anch’egli attore teatrale, che era stato perseguitato dall’isteria anticomunista, fino ad essere addirittura cacciato dagli USA, con “l’accusa” di aver sposato un’americana di origine russa e di aver invitato degli omosessuali al matrimonio.

[13] In ciò – e non soltanto nel non riuscire a comunicare facilmente, e soprattutto con le parole, il proprio amore ai figli – era figlio di suo padre. Art, infatti, era di sinistra, anzi, “un socialista”, lo definì Paul Newman, ma probabilmente durante la lunga amministrazione del democratico Franklin Delano Roosevelt era stato un convinto sostenitore del New Deal di area “wallasiana”

[14] Quell’anno Marlon Brando, una star anticonformista in ascesa folgorante dal suo esordio nel ’50, trionfava sugli schermi con Il selvaggio (di Laszlo Benedek) e Fronte del porto (di Eliza Kazan), e una certa somiglianza, vaga, tra i due attori c’era in effetti. Inoltre entrambi erano figli dell’Actors Studio.

[15] Ore disperate aveva ricordato a tutti quanto fosse bravo e poi, sebbene più vecchio di cinque anni, somigliava, in qualche modo, un po’, a James Dean.

[16] Non tutti i suoi film furono opere impegnate. Non poche, e di successo, erano pellicole di intrattenimento. Ma anche in questi casi, talora, saltava fuori qualche zampata di critica di costume, sociale o esplicitamente politica. Ad esempio, in: Detective’s Story (1966, di Jack Smight), Butch Cassidy (1969) e La stangata (1975), entrambi di George Roy Hill, L’uomo dai 7 capestri (1972) e Agente speciale Mackintosh (1973, tutti e due diretti da John Huston, La vita a modo mio (1994) e Twilight,(1998), entrambi di Robert Benton.

[17] Paul Newman era straordinariamente efficace nel mettere in evidenza la forza magnetica, ma superficiale, del potere attrattivo di questi inconsistenti narcisisti, come nel comunicarne il vuoto e l’inconscia sofferenza. E, nel farlo, era tenacemente interessato a denunciare la dannosità di questi campioni di qualunquismo culturale e sociale, nonché di egoismo ed egocentrismo.

[18] Paul Newman sapeva che questo suo disvelamento delle meschinità correnti lo poneva in contrasto con i dogmi indiscutibili della società occidentale e, in particolare, di quella americana, ma egli aveva ben chiaro che il cinema era uno strumento potente ed efficacissimo nel mettere in luce le zone d’ombra di quel che il pensiero mainstream dell’american way of life proponeva come modello maschile da imitare. Carrierismo, machismo, aggressività, slealtà, furbizia e fascino malandrino: era quanto trasudava dagli antieroi che impersonava così bene. Però, riusciva a renderli umani, per quanto fossero privi di scrupoli morali e propensi all’auto-assoluzione. Talvolta, poi, la trama prevedeva che si ravvedessero o che pagassero con la sofferenza fisica o, almeno, con un’angoscia repressa il vuoto che creavano attorno e dentro di sé.

[19] Con Nick mano fredda, Paul Newman inaugurò anche un modo diverso di recitare. Disse più volte che quello era stato il ruolo della sua vita, quello decisivo. E in effetti forse ancor più di Eddie (Lo spaccone), di Hud Bannon (Hud, il selvaggio) e di Lew Harper (Detective’s Story, 1966 di Jack Smight), il suo Nick Jackson (Luke nell’originale) di Nick mano fredda è entrato nella memoria collettiva. Ma, soprattutto, con e da quel personaggio in poi, la sua resa interpretativa acquisì un’autenticità e una spigliatezza che gli permisero di attraversare con spontanea eleganza i quasi quarant’anni seguenti, riempiendoli di autentiche gemme: da Butch Cassidy (1969, di George Roy Hill) a Colpo secco (1977, di George Roy Hill); da Bronx, 41° Distretto (di Daniel Petrie, 1981) a Il verdetto (di Sidney Lumet); da Il colore dei soldi (1986, di Martin Scorsese, che gli fruttò il suo unico Oscar come migliore attore protagonista) a La vita a modo mio (1994, di Robert Benton) e via elencando fino alle sue ultime apparizioni cinematografiche (Era mio padre) e televisive (Empire Falls).

[20] Il suo personaggio era perfino più corrotto del suo più celebre eroe negativo, Hud, del film omonimo di 7 anni prima e, a differenza di quello, non aveva alcuna traccia di aggressivo appeal.

[21] Paul Newman, d’altra parte, era sempre impegnato in qualche sfida. Amava mettersi alla prova. Soffriva di vertigini ma volle ricorrere il meno possibile alla controfigura in Sfida senza paura (1970, di Paul Newman), in cui interpretava un ostinato, retrogrado, boscaiolo, costringendosi a salire su alberi alti come palazzi per tagliarne i rami con la moto sega. Pur avendo avuto un rapporto non facile con lo sport, spesso interpretò la parte dello sportivo, arrivando a livelli di bravura imprevedibili, anche quando aveva superato la cinquantina, come nel caso dell’hockey su ghiaccio (Colpo secco, di George Roy Hill, 1977). Del resto, pochi anni prima, quasi quarantacinquenne, interpretando la parte di pilota automobilistico (Indianapolis, pista infernale, di James Goldstone, 1969), aveva imparato talmente bene le tecniche da appassionarsi e diventare un corridore professionista. Vinse quattro titoli nazionali dilettanti, due corse da professionista, un secondo posto alla 24 ore di Le Mans e, a settant’anni, un primo posto nella sua categoria alla 24 ore di Daytona, diventando il più vecchio vincitore di sempre, a livello mondiale, di una gara automobilistica ufficiale.

[22] In Italia venne realizzata la Dynamo Camp, una struttura ricreativa senza fine di lucro, rivolta ai bambini e ai ragazzi dai 6 ai 17 anni affetti da gravi patologie. Paul Newman venne ad inaugurarne una struttura in provincia di Pistoia.

[23] Ci sarà una ragione per cui le confezioni di birra sono da 24 lattine, esattamente come le ore del giorno, osservava.

Fonti

AA.VV., Il cinema. Grande storia illustrata, De Agostini, Novara, 1982

Micheal Kerner, Paul Newman, La storia illustrata del cinema, Milano Libri, Milano, 1975

Shawn Levy, Paul Newman. Una vita, Baldini e Castoldi, Milano, 2010

 

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