Parafrasando Lincoln, chi si prenderà cura delle ferite non sanate del referendum costituzionale?

Si avvicinano le elezioni amministrative, le primarie del PD e, sembra, anche quelle del centrodestra. Inoltre si intravvede all’orizzonte la sagoma delle elezioni politiche, che si voti prima della scadenza naturale della legislatura o in seguito ad essa.

Cosa succederà dopo ciascuno di questi momenti di competizione elettorale? Impossibile dirlo. Però, viene in mente la conclusione del secondo discorso inaugurale di Abraham Lincoln, pronunciato mentre tuonavano i cannoni delle armate federali e confederate sulle postazioni, porti o città del nemico e mentre giovani e meno giovani, in uniforme blu o grigia, si sparavano e si infilzavano con le baionette. Ed erano tutti americani. Suonava così quel suo discorso: «Con malanimo verso nessuno, con carità per tutti; con fermezza nel giusto — per quel che Dio ci consente di conoscere il giusto — battiamoci ancora per terminare l’opera intrapresa; per sanare le ferite del Paese; per provvedere a chi è morto in battaglia, e alla sua vedova, e a suo figlio; per fare tutto ciò che può servire a raggiungere e consolidare una giusta e durevole pace tra di noi, e con tutte le nazioni».

Prima del 4 dicembre 2016 (il giorno della consultazione referendaria), molte voci si erano levate contro Matteo Renzi, allora Presidente del Consiglio, impegnato in prima persona nella campagna referendaria, rimproverandogli di aver spaccato il Paese. Lo affermarono, ad esempio, Massimo D’Alema, all’epoca ancora iscritto al PD, così come Arturo Scotto a nome del Gruppo Sinistra Italiana e lo sostenne, con preoccupazione, anche Pierluigi Bersani, anch’egli ancora dentro il PD.

In effetti, un referendum non può che spaccare o, per meglio dire, dividere gli elettori. In realtà, è così per ogni consultazione elettorale, anche per quelle basate su un sistema proporzionale. Ma nel caso di un referendum quest’aspetto è, inevitabilmente, esaltato. Chi vince prende tutto e chi è sconfitto perde tutto. Si tratta, cioè, di un gioco a somma zero, in cui la minoranza degli elettori, a differenza di quanto accade in altre consultazioni elettorali, non trova un sia pur minimo spazio di rappresentanza per le opinioni espresse nell’urna e respinte dalla maggioranza. La modifica o la mancata modifica all’ordinamento giuridico (nel caso di referendum abrogativo di una legge ordinaria come in quello del referendum confermativo di una modifica della Costituzione) valgono anche per chi ha votato difformemente dalla maggioranza e, si può dire, che per quel punto di vista, pertanto, non c’è più posto; mentre nel caso delle elezioni – strumento di democrazia indiretta -, la minoranza continua ad agire, interagire ed esprimersi e, così, sia pure come opposizione, può concorrere all’attività legislativa.

Ma, ovviamente, non consisteva in ciò l’accusa, o la preoccupazione, sull’aspetto divisivo del Referendum costituzionale cui davano voce i politici citati e molti altri. La questione era più profonda e investiva molteplici tematiche e registri, inclusa quella dell’opportunità del referendum stesso, che non sono di competenza di questo Blog.

Pertinente, invece, con il tema Politica e Conflitto nei termini proposti su questo spazio virtuale, è la duplice possibilità delle parti politiche e delle organizzazioni civili impegnate in politica (come nel caso del Referendum costituzionale del 4 dicembre scorso) di, dapprima, contenere gli aspetti più profondamente divisivi e, poi, di cercare di recuperarli, di ricomporli. E, perché no, di sanarli.

Sul piano degli aspetti laceranti innescati dalla comunicazione conflittuale, innumerevoli sono state le prese di posizione e le dichiarazioni che potrebbero avere contribuito a scavare profonde divaricazioni. Si prenda questa conclusione di un’intervista di Massimo D’Alema del 14 ottobre 2016 a Massimo Turci: «La dirigenza pubblica sarà asservita al potere politico, riducendo le garanzie dei cittadini secondo uno schema già collaudato nel rapporto stato e regioni. La riforma costituzionale dà al governo un potere enorme, non è vero che non tocca i poteri del governo. Si riduce lo spazio della sovranità popolare: questa riforma piace a Marchionne e alla Confindustria, ma non corrisponde all’interesse dei cittadini italiani. Berlusconi non sta facendo campagna per il no, Confalonieri è per il sì. Questo referendum taglia in due il paese: da una parte il potere, dall’altra i cittadini».

Si tratta di parole che, all’orecchio di chi era intenzionato a votare SI, ma non si sentiva particolarmente innamorato dei poteri o delle organizzazioni citate o evocate, potevano suonare come di biasimo, come una sorta di messa in guardia dal compiere un atto di tradimento verso i propri valori e interessi.

Un effetto non tanto diverso potevano procurare ai cittadini contrari alla “riforma Boschi” alcuni discorsi di Matteo Renzi come questo, riportato tra gli altri dal Fatto Quotidiano: «Se vince il No, vince la casta mentre se vince il Sì i politici perdono la sedia» o la definizione di “accozzaglia” da lui data al fronte del NO. Anche il frequente riferirsi, da parte dei promotori del SI, alla mancata realizzazione delle riforme qualificandola come una colpa della leadership politica dei decenni precedenti, potrebbe aver dato luogo a reazioni non volute e non previste nell’elettorato.

In simili affermazioni, per quanto supportate da alcuni dati di realtà, poteva essere percepita, anche quando non era esplicitamente pronunciata, un’accusa delegittimante nei confronti di un nutrito gruppo di esponenti politici, non pochi dei quali ancora attivamente presenti sulla scena politica e supportati da un certo seguito da parte di cittadini. A quei politici, ancor prima che sul piano della ferita all’orgoglio, ovvero al naturale narcisismo presente in ogni uomo, le dichiarazioni di quella natura (ad esempio, voi non ci siete riusciti, mentre noi sì) possono riuscire sgradevoli sul piano relazionale: in particolare, in termini di mancato riconoscimento sia dell’impegno speso a suo tempo su tale fronte che delle difficoltà all’epoca incontrate. E, chiunque, se esposto al rischio di perdere la faccia per via degli attacchi di un altro, può reagire cercando di riaffermare la propria dignità. Ciò può indurre l’interessato ad attaccare a testa bassa e senza tanti riguardi chi ritiene lo stia svalutando. In particolare, per costui diventa possibile fare appello ai terzi – una parte dell’elettorato – chiamandolo a raccolta tanto sul piano di certi valori e ideali da sempre profondamente sentiti, quanto sul piano della vis polemica contro chi viene rappresentato come una minaccia alla tutela o all’attuazione proprio di quei valori e di quegli ideali.

In tal modo, comunicazioni all’insegna della delegittimazione, volutamente perseguita o accidentale, di una parte della attuale o della precedente leadership politica, possono aver dato luogo, in una porzione dell’elettorato ad un vissuto di svalutazione dei propri punti di riferimento valoriali.

In generale, si potrebbe riconoscere che, fino alla consultazione, la campagna referendaria è stata assai spesso giocata sul registro della delegittimazione di chi aveva un pensiero diverso, con scambi pesantissimi di accuse e talvolta anche di offese. E con effetti assai dolorosi: si pensi all’ANPI e alla già citata divisione interna al PD, che probabilmente ha alimentato l’escalation del conflitto interno a quel partito, con gli esiti che oggi si possono materialmente constatare.

Ma, si dirà, ormai il dibattito sulla riforma costituzionale è acqua passata.

Forse non del tutto, però. Infatti, le parole sono pietre – come intitolava Carlo Levi nel 1955 il suo libro (Le parole sono pietre. Tre giornate in Sicilia) – anche nel senso che colpiscono e possono lasciare un segno positivo o negativo (una cicatrice). E, ciò detto, le parole divisive non si sono fermate dopo la notte del 4 dicembre. Quindi, non soltanto le parti politiche e i cittadini possono ricordare le parole per essi offensive udite durante la campagna sul referendum costituzionale confermativo (non quelle dette, di queste conserviamo per lo più ricordi sbiaditi e “… comunque, avevamo ragione!”, siamo soliti pensare), ma avvertire ancora continue irritazioni che impediscono la cicatrizzazione.

Non sembra, infatti, che i vincitori del Referendum, come spesso capita ai vincitori delle consultazioni popolari, abbiano inteso, sotto questo profilo, sanare le ferite del Paese.

Poco prima delle parole sopra riportate, Abraham Lincoln, rieletto Presidente degli Stati Uniti, in relazione alla Guerra di Secessione in corso aveva affermato: «Ognuno dei contendenti leggeva la stessa Bibbia, e pregava lo stesso Dio; ciascuno invocava il Suo aiuto contro l’altro. Può sembrare strano che degli uomini osassero chiedere come giusta disposizione divina, di poter rubare per sé il pane guadagnato dal sudore degli altri: ma non giudichiamo, per non essere giudicati. Le preghiere dell’uno e dell’altro non potevano essere esaudite — a entrambe non si poteva ugualmente rispondere».

Lincoln, dunque, esprimeva senza reticenze la sua convinzione circa l’impossibilità che Dio potesse esaudire le preghiere, le richieste di aiuto, rivoltegli dal nemico, cioè dalla Confederazione, dal Sud schiavista, ma aggiungeva: non giudichiamo per non essere giudicati.

Nelle dichiarazioni post referendarie di esponenti politici, giornalisti, opinionisti, leader di movimenti e associazioni che si erano schierati per il NO, ottenendo uno schiacciante 59,11% dei consensi, vale a dire 19.419.000, è alquanto raro rinvenire un atteggiamento di riconciliazione o, ancora prima, un atteggiamento di riconoscimento della dignità di coloro che votarono a favore della riforma. Non si può dire, infatti, che abbiano intasato i media comunicazioni come: «sono contento che abbia prevalso la mia tesi nel voto del 4 dicembre, ma riconosco che anche tu, favorevole al SI, avevi le tue ragioni». Ancor meno mi pare che siano stati molti i messaggi sul genere del seguente: «conservo il mio giudizio negativo sulla riforma costituzionale, riconoscendo che i principi, gli ideali e i valori di chi ha votato SI per quella proposta di riforma, così com’era scritta, meritano di essere rispettati e non banalizzati, considerati e non ridicolizzati, riconosciuti e non svalutati».

Se avesse vinto il SI, quale atteggiamento avrebbero avuto i vincitori verso gli sconfitti? I fautori del NO e, tra questi, soprattutto, gli oppositori di Renzi, prima del 4 dicembre, avevano più volte affermato che una vittoria del SI avrebbe permesso all’allora premier di spadroneggiare senza riguardi per nessuno, facendo polvere dell’opposizione (in primis di quella interna al suo partito).

Forse, allora, è possibile ipotizzare che sia talmente radicata la convinzione che esattamente quello sarebbe stato l’atteggiamento del principale promotore del SI, da far sì che i sostenitori del NO, ancora oggi, fatichino a rispettare le idee, le opinioni e la sensibilità del 40% dei votanti, quasi volessero, ribadendo la forza numerica dei quel circa 60%, ulteriormente indebolire il nemico vinto, onde evitare che si rialzi.

Se tale ipotesi corrispondesse alla realtà, ne conseguirebbe che l’atteggiamento politico dei vincitori della consultazione, potrebbe dirsi influenzato da logiche conflittuali normali, che però li rendono poco sensibili all’opportunità di dare, sul piano relazionale, una concreta attuazione proprio a quei valori in nome dei quali sostenevano convintamente la necessità di votare NO.

 

Alberto Quattrocolo

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