Oggi è il 27 gennaio

L’Associazione Me.Dia.Re. si unisce a tutti coloro che il 27 gennaio onorano la memoria della Shoah. Lo fa per esprimere rispetto e vicinanza a chi ancora oggi soffre per quegli orrori e ai milioni cui fu tolta la vita.

Ma Me.Dia.Re. si associa alla commemorazione delle vittime dell’Olocausto anche perché ritiene che, se è sempre fondamentale ricordare per evitare che quel passato si ripeta, oggi, 27 gennaio 2019, lo è ancora di più.

Oggi, crediamo, occorre ricordare bene. Ricordare non solo a cosa portò il nazismo, ma anche come iniziò quell’orrore, quindi rammentare come in realtà fosse stata preannunciata esplicitamente l’intenzione criminale che venne poi compiuta. Non solo nel Mein Kampf (che fu pubblicato vent’anni prima che l’Armata Rossa, il 27 gennaio del ’45, arrivasse ad Auschwitz), ma in tutta la campagna d’odio dispiegata da Hitler e dai suoi collaboratori e seguaci prima di dare il via allo sterminio.

Oggi, dunque, è indispensabile ricordare che il nazismo (prendendo a modello il fascismo italiano) aveva fin dal principio offerto al popolo – frustrato, arrabbiato e impoverito da una lunga e spaventosa crisi – qualcuno da incolpare. E le colpe del disastro sociale non erano attribuite all’iniqua distribuzione della ricchezza, oppure al nazionalismo esasperato che aveva scaraventato il mondo nella prima guerra mondiale. La colpa, veniva detto, era degli ebrei, dei rom, dei partiti, del sistema parlamentare, dei liberali, dei comunisti, dei democratici, dei socialdemocratici, dei sindacati, dei banchieri (specie se ebrei), della finanza internazionale, dei governi stranieri, della Società delle Nazioni… Il nazismo indirizzò la rabbia verso questi e altri bersagli e ne selezionò alcuni, i meno potenti e perciò più indifesi, per farli diventare agnelli sacrificali. E l’operazione funzionò.

Solo ricordando, secondo noi di Me.Dia.Re., si può contrastare la sleale, cinica e opportunista propaganda di chi, per calcolo politico o per ottusità, da sempre tenta di  negare la verità di quella tragedia immane. E si può smascherare chi cerca di impedire che la memoria collettiva aiuti a riconoscere la natura delle atrocità commesse ai giorni nostri.

Ci riferiamo a chi non vuole che si scorga il fondamento comune tra i discorsi di odio di oggi e le campagne di demonizzazione degli anni Trenta del Novecento. E a chi non vuole che si rilevi come l’obiettivo sia sempre lo stesso: raggiungere ed espandere il proprio potere, manipolando le emozioni e i sentimenti dei cittadini. E, nel farlo, da un lato, indurre gli “aggressivi” alla violenza verbale (che, poi, in un attimo diventa fisica) verso i capri espiatori prestabiliti (e verso chi si oppone a tale campagna di falsità prefabbricate: “gli anti-italiani”, “i buonisti”); dall’altro, spingere “i mansueti” ad assuefarsi così tanto all’odio da diventare indifferenti alla violenza (morale, istituzionale e fisica) verso i bersagli della propaganda, essendosi ormai convinti che in fondo “quelli se la sono cercata”, che “se sono in tanti ad odiarli e ad averne paura qualche buon motivo ci sarà…”.

Per ricordare quel che significa il 27 gennaio e cosa ci sembra impellente non sottovalutare, rimandiamo a questo spezzone tratto dal film Vincitori e vinti (Judgment at Nuremberg, 1961, di Stanely Kramer). Il film racconta un processo fittizio a carico dei funzionari della Giustizia del Terzo Reich, nell’ambito di quel processo di Norimberga, che, invece, realmente si svolse a carico di coloro che erano accusati di aver commesso crimini contro l’umanità. In Vincitori e vinti la sequenza più sconvolgente è quella in cui si vedono i filmati girati dai nazisti delle mostruosità da esse commesse nei campi sterminio. Qui, però, ne proponiamo un’altra: il monologo di un imputato, un ex giudice, accusato con altri suoi colleghi, di aver violato i più elementari diritti umani, nell’esercizio delle sue funzioni durante il regime nazionalsocialista. Questo imputato (Ernst Janning, interpretato da Burt Lancaster) svolge un discorso semplice ma efficace nel tentativo di spiegare a coloro lo devono giudicare come fu possibile che si arrivasse a tanta disumanità. Vi è qualcosa di utile nelle sue parole anche a comprendere come sia possibile che ci si stia arrivando adesso. Parafrasando un brano di quel monologo, «oggi, se non sappiamo è perché non vogliamo sapere».

 

Alberto Quattrocolo

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *