Non mollare

È facile dire agli altri di non mollare. È un po’ meno facile dirlo a se stessi. Difficilissimo è riuscire davvero, giorno per giorno, a non mollare. Soprattutto, quando le spinte a lasciar perdere sono tante. Spinte dure, come le minacce, le botte, il carcere o il rischio di rimetterci la pelle. E spinte morbide, quali la famiglia, il posto di lavoro, la carriera, la quiete…

È difficile accettare di non mollare per altri tre anni ancora

Dopo 8 mesi di detenzione preventiva, arrivò la sentenza: veniva condannato a 10 mesi di reclusione. Gliene sarebbero rimasti, quindi, ancora due ancora da scontare, dati gli otto già passati dentro. Poca roba, pensò forse. Non mollare sembrava probabilmente ancora possibile. Se lo ebbe, questo pensiero, si rivelò presto eccessivamente ottimistico. Perché l’ordinanza del 15 dicembre gli tolse la libertà di movimento, lo “isolò”, per altri tre anni.

Qual’era la sua colpa? Quali delitti aveva commesso?

Non aveva rubato, non aveva truffato né aggredito nessuno, non aveva evaso le tasse e non aveva tentato di sovvertire l’ordine costituzionale dello Stato. Il suo crimine non era un vero crimine. Non secondo le leggi di un ordinamento giuridico democratico. Ma quello non era più uno stato democratico. E, se pensare con la propria testa era diventato pericoloso, darlo a vedere, metterlo in mostra, era stato trasformato in reato. Anzi, in più reati. E di non poco conto, visto che finivano col trasformare in un tradimento della patria sia il semplice dare voce al proprio pensiero in ambito politico, anche indirettamente, che, ancor di più, il realizzarlo concretamente, sia pure nel rispetto dell’ordine costituzionale formalmente in vigore.

Quest’uomo, quindi, viveva in un Paese in cui la costituzione, in linea di principio, garantiva i diritti di una liberal-democrazia e prevedeva la separazione tra i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, ma la forza politica al governo aveva di fatto messo fuori legge tutti coloro che cercavano di organizzarsi per diffondere e realizzare delle idee diverse dalle sue. Aveva trasformato in reato il diritto di critica e persino il diritto-dovere di cronaca. Aveva di fatto mandato in soffitta la separazione tra i poteri. E stava sbranando tutti i diritti e i principi costituzionali vigenti da più di mezzo secolo. Non che fossero sempre stati rispettati dai precedenti governi, anzi! Ma mai nessuna forza politica, di maggioranza o di opposizione, aveva osato pensare di poterli sopprimere formalmente e di reprimerli nei fatti, facendone diventare l’esercizio un sinonimo di infedeltà allo Stato e alle sue istituzioni.

 

 

 

Non si era adattato alla supina acquiescenza

La colpa di quell’uomo, dunque, era quella di ostinarsi a non mollare, di non essersi piegato e di non essersene andato. Sì, perché avrebbe potuto vivere tranquillo rinunciando alle proprie idee, o almeno al manifestarle, mantenendole nel segreto della propria mente; oppure avrebbe potuto fare la valigia e andarsene altrove, dove l’esercizio delle libertà fondamentali – di manifestazione del pensiero, di stampa, di riunione e di associazione – non era stato trasformato in sedizione. In tal caso, non sarebbe stato un “povero esule”, perché i soldi non gli mancavano. «Tra la prigionia in patria o la libertà in esilio», come si era espresso un giorno, avrebbe potuto scegliere la prima o la seconda, vivendo in entrambi i casi comodamente. Apparteneva ad una famiglia più che benestante e aveva raggiunto assai presto all’interno del mondo accademico una posizione invidiabile. Anche davanti al tribunale, però, decise di non mollare dichiarò:

 «il responsabile primo e unico, che la coscienza degli uomini liberi incrimina è il fascismo […] che con la legge del bastone, strumento della sua potenza e della sua Nemesi, ha inchiodato in servitù milioni di cittadini, gettandoli nella tragica alternativa della supina acquiescenza o della fame o dell’esilio».

Si chiamava Carlo Rosselli

Si chiamava Carlo Rosselli, era nato il 16 novembre del 1899, aveva perciò ventisette anni da poco compiuti quando il 15 dicembre del 1926 la Commissione provinciale di Milano gli impose altri 3 anni di confino, da aggiungersi ai dieci mesi di detenzione previsti dalla condanna da parte del Tribunale di Savona.

A soli dodici anni aveva perso il padre, che già da 8 anni era separato dalla madre, entrambi di origine ebraica, con cui vivevano lui e i suoi due fratelli, Aldo e Nello. Appena diciasettenne gli morì il fratello maggiore, Aldo: ventunenne ufficiale di fanteria, morì in combattimento sul Carso nel 1916 [1].

Dall’interventismo democratico al socialismo liberale

Carlo l’anno dopo prese a scrivere per il foglio di propaganda «Noi giovani», che aveva fondato l’altro fratello, Nello, di un anno più giovane. Su quel foglio il secondo articolo di Carlo, «Wilson», pubblicato a maggio, generato dall’entusiasmo e dalla gratitudine per l’entrata in guerra degli USA al fianco dell’Italia e dei suoi alleati contro la Germania, l’Impero austro-ungarico e la Turchia, era dedicato al presidente degli Stati Uniti. Del democratico Woodrow Wilson, Carlo Rosselli condivideva la convinzione che quel conflitto mondiale era una guerra per farla finita con le guerre, «a war to end wars». Non era la guerra in sé ad essere esaltata, quindi, ma la speranza che questa guerra permettesse di porre fine ai mali e alle ingiustizie che affliggevano l’umanità [2]. Due mesi dopo fu chiamato alle armi e dopo il corso per allievi ufficiali fu inviato l’anno dopo in un battaglione di alpini in Valtellina.

Congedato come tenente nel ’20 si diplomò e si laureò in Scienze sociali, laureandosi a pieni voti l’anno dopo, con una tesi sul sindacalismo, nella quale Gaetano Salvemini (di cui si è ricordata la figura, insieme a quella degli altri 12 professori che si opposero all’obbligo di giurare fedeltà al fascismo) ravvisò «la ricerca di un socialismo che facesse sua la dottrina liberale e non la ripudiasse».

Dal PSI di Turati al PSU di Matteotti

Carlo Rosselli, infatti, era vicino, sì, al Partito Socialista Italiano, ma non alla sua corrente maggioritaria, dal carattere fortemente massimalista. Egli parteggiava per la corrente riformista di Filippo Turati, che conobbe proprio a Livorno, durante quel Congresso nazionale del PSI, che vide la sinistra interna filo-bolscevica staccarsi e costituire il Partito Comunista d’Italia.

Di lì a poco, però, l’Italia sarebbe cambiata. Mentre Turati e gli altri sostenitori della linea riformista e non rivoluzionaria si trovavano posti fuori dal Partito Socialista, Mussolini si apprestava a diventare il protagonista assoluto di tutte le vicende italiano per vent’anni successivi.

Mentre Mussolini, divenuto presidente del Consiglio dei Ministri,  chiedeva e otteneva i pieni poteri e faceva diventare la violenza fascista una prassi legittima dell’uso della forza da parte dello Stato, Carlo e Nello Rosselli con i socialisti liberali, Piero Calamandrei, Enrico Finzi, Gino Frontali, Piero Jahier, Ludovico Limentani, Alfredo Niccoli ed Ernesto Rossi, riuniti attorno a Salvemini, inauguravano il «Circolo di Cultura». Qui Carlo conobbe la sua futura moglie, la laburista inglese Marion Cave.

Inoltre ad aprile del ‘23, Carlo iniziava a collaborare con la rivista del torinese Piero Gobetti, «La Rivoluzione liberale», della quale condivideva non solo il liberalismo, ma anche e in primo luogo l’intransigente antifascismo. Infatti, il suo credo liberale, così come non gli permetteva di aderire al marxismo, gli rendeva intollerabile il massacro delle libertà compiute dal fascismo.

Del resto Piero Gobetti era confluito nell’appena fondato Partito Socialista Unitario (PSU), di cui era segretario Giacomo Matteotti e di cui faceva parte l’ala riformista espulsa dal PSI. Il PSU partecipò alle elezioni del ’24, ma tra alle sistematiche violenze terroriste dei fascisti, alla repressione svolta dalla polizia e dalla magistratura verso le iniziative e le manifestazioni antifasciste e ai brogli, Mussolini con il suo listone ebbe gioco facile e ottenne i due terzi dei seggi, grazie, alla nuova legge elettorale (legge Acerbo) che aveva fatto approvare tra luglio e novembre del ’23 dai due rami del Parlamento.

Com’è noto Matteotti denunciò alla Camera l’illegalità della campagna elettorale appena trascorsa, ricordando le tante violenze inflitte dalle camicie nere, inclusa quella del 26 dicembre del ’23 ai danni di Giovanni Amendola, il capo dell’opposizione costituzionale. Il 9 giugno tocca a Gobetti essere pestato, mentre la sua casa viene perquisita e le sue carte sequestrate. Poi gli sgherri di Mussolini ammazzarono Matteotti (anche Gobetti e Amendola moriranno, poi, in esilio, per le violenza fisiche e morali subite dalle camice nere). Carlo, allora, s’iscrisse al P.S.U. [3].

Anche clandestinamente, non mollare

I Rosselli cercavano di contribuire al formarsi di una ferma opposizione di area politico-culturale moderata che riuscisse persuasiva verso quella borghesia che era attratta da alcune parole d’ordine del fascismo. Nello Rosselli aveva aderito all’Unione democratica nazionale di Giovanni Amendola, mentre Carlo parlava alla più a sinistra di quell’area, anche mentre dall’Inghilterra, inviava al giornale del PSU, la «Giustizia», le corrispondenze sulla situazione politica inglese, successiva alla vittoria elettorale dei conservatori e alla relativa frattura dell’alleanza tra liberali e laburisti. Carlo, però, stentava ad essere ottimista. L’atteggiamento degli aventiniani non portava da nessuna parte, mentre Mussolini non perdeva un momento per costruire lo Stato fascista.

Il foglio clandestino Non mollare

L’ultimo dell’anno di quel terribile 1924 il «Circolo di Cultura» di Salvemini subì un terribile assalto dei fascisti che lo devastarono. La reazione delle forze dell’ordine fu esemplare: il prefetto ordinò la chiusura del circolo perché «la sua attività provoca il giusto risentimento del partito dominante». Neppure quest’ipocrisia, squallida e insolente, indusse Carlo a rivedere il suo proposito di non mollare. Neanche un mese dopo egli e il fratello, con Salvemini, Calamandrei, Rossi, Nello Traquandi e Dino Vannucci, dettero vita ad un foglio clandestino, il cui nome proposto da Nello fu, ovviamente, Non mollare. Nel frattempo scriveva a Salvemini:

«sento che abbiamo da assolvere una grande funzione, dando esempi di carattere e di forza morale alla generazione che viene dopo di noi».

«Aspetteranno a lungo la mia rinuncia alla lotta»

Non mollare durò poco, a maggio un tipografo fece una soffiata alla polizia e, se Ernesto Rossi e Dino Vannucci riuscirono a fuggire all’estero – il primo in Francia, il secondo in Brasile – Salvemini, invece, venne arrestato per «vilipendio del governo». Rimesso in libertà in attesa del giudizio, l’anziano professore rischiava seriamente la vita per le minacce degli squadristi, così i Rosselli così lo accolsero per la notte, approfittando del fatto di non essere ancora non oggetto di sospetti. Gli andò bene, ma poi gli squadristi lo vennero a sapere gli squassarono l’appartamento. Riferendosi ai fascisti, Carlo commentò così la violenza subita:

«Aspetteranno a lungo la mia rinuncia alla lotta».

La persecuzione fascista

Ormai nel mirino del fascismo, Carlo Rosselli venne aggredito a Genova per strada e poi all’Università mentre teneva lezione. Anche questa volta decise non mollare, così con Pietro Nenni diede vita ad un’altra rivista di tipo culturale – non che contassero molto sul fatto che potesse sfuggire alla censura fascista -, dal titolo «Il Quarto Stato». Quattro mesi, dopo nel luglio del 1926 il Ministro dell’economia, Giuseppe Belluzzo, chiese il suo licenziamento dall’Università. Carlo Rosselli preferì dimettersi. A novembre «Il Quarto Stato» fu chiuso dalla polizia. Infatti, era intervenuto il Regio Decreto n. 1848 del 6 novembre 1926, infatti, stabiliva non soltanto lo scioglimento di tutti i partiti e di tutte le organizzazioni suscettibili di agire contro il regime, ma anche la revoca dei gestori di tutti i giornali antifascisti e la soppressione di tali giornali. Per chi come Rosselli era intenzionato a non mollare la clandestinità era l’unico modo possibile per continuare a fare politica attiva. Così con Claudio Treves e Giuseppe Saragat fondò clandestinamente il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), che prese il posto del P.S.U., che era stato sciolto in ossequio delle prime leggi fascistissime.

Il momento di non mollare anche con l’azione oltre che col pensiero e la parola

Carlo e suo fratello Nello, però, non erano solo intellettuali, ma anche uomini d’azione. E anche su tale registro giocarono la loro partita contro il fascismo.

La fuga di Pertini e Oxilia e la cattura di Rosselli

In tale prospettiva si colloca l’aiuto fornito a Filippo Turati per espatriare, raggiungendo, da Savona, la Corsica su un motoscafo, a bordo del quale viaggiavano anche Sandro Pertini e Italo Oxilia, che proseguirono per Nizza. Rientrati a Marina di Carrara, Ferruccio Parri e Carlo Rosselli furono sopresi e arrestati. Carlo fu anche accusato di aver aiutato Giovanni Ansaldo, Claudio Giuseppe Saragat, Claudio Silvestri e Claudio Treves a sottrarsi alla persecuzione fascista riparando in Svizzera.

La condanna

Detenuto in attesa di giudizio, restò nelle carceri di Como fino al maggio del ’27, poi venne inviato al confino di Lipari in attesa del processo, mentre l’8 giugno nasceva suo figlio John. Riportato a Savona per il processo, come anticipato in apertura di questo post, venne condannato a 10 mesi. Ne aveva già scontati 8 prima della condanna, ma la Commissione provinciale di Milano gli rifilò tre anni di confino sull’isola siciliana, dove nel frattempo era stato deportato anche suo fratello Nello (per disposizione della Commissione di Firenze contenuta nell’ordinanza del 3 giungo 1927, per «attività antifascista»), che ne doveva scontare 5. La motivazione dell’invio al confino di Carlo faceva riferimento ai seguenti illeciti:

 «Intensa attività antifascista; tra gli ideatori del giornale clandestino Non Mollare uscito a Firenze nel 1925; favoreggiamento nell’espatrio di Turati e Pertini».

Insomma era colpevole di avere manifestato il suo pensiero e di avere aiutato a rifugiarsi all’estero altri due che avevano commesso lo stesso reato.

A Lipari, dove erano confinati anche Emilio Lussu, Francesco Fausto Nitti (pronipote dell’ex presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti, di cui abbiamo parlato qui e qui) e Gioacchino Dolci, fu raggiunto dalla moglie, che portò con sé anche il piccolo.

Ancora una volta prevalse la decisione di non mollare: la fuga

Intanto tra i confinati di Lipari e gli esuli di Londra e Parigi cominciò un fitto intreccio di messaggi cifrati. Mentre i primi facevano di tutto per sviare i sospetti: Lussu rispettava gli orari con il cronometro e agiva con tale regolarità da dare l’impressione nei suoi guardiani di non saper far altro che vivere con un’abitudinarietà ossessiva. Carlo si diede on intensità esibita a migliorare le condizioni dell’abitazione in cui viveva con il bimbo e la moglie, per dare di sé l’immagine di un uomo tutto famiglia e studio. Nello, però, veniva prosciolto condizionalmente il 27 gennaio 1928.

Il piano

Il piano prevedeva di eludere la sorveglianza nel breve intervallo compreso tra la ritirata e i controlli serali, buttarsi in mare, approfittando dell’oscurità, e nuotare fino ad un punto prestabilito per essere raccolti da un’imbarcazione abbastanza veloce da sfuggire alla caccia dei MAS (Motoscafi armati siluranti della Regia Marina Italiana) che pattugliavano le acque dell’isola. Si erano impegnati, pertanto, a spiare i loro guardiani, per memorizzarne i movimenti e gli orari, e si allenavano a nuotare. Però, il tentativo di scappare di altri confinati, provocò un inasprimento della sorveglianza e i guasti al motore dell’imbarcazione che avrebbe dovuto prelevarli partendo dalla Tunisia resero vani due tentativi rispettivamente il 17 e il 19 novembre 1928, obbligandoli a rientrare precipitosamente in casa per non essere scoperti. Questi contrattempi e le condizioni del mare dovuta alla brutta stagione indussero ad un rinvio del successivo tentativo fino a luglio del ’29.

Il terzo e ultimo tentativo di fuga

Nel frattempo Dolci venne liberato per fine pena, e subito espatriò clandestinamente in Francia per collaborare con chi cercava di aiutare a fuggire Lussu, i Rosselli e il nuovo arrivato Paolo Fabbri, un contadino, anch’egli socialista, amico e discepolo di Giuseppe Massarenti. Finalmente la sera del 27 luglio 1929, venne messe in esecuzione il piano. Fabbri, però, si imbatté in una pattuglia della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Finse, allora, di essere ubriaco, riuscendo a non far scoprire la fuga dei compagni, che raggiunsero il motoscafo, su cui li aspettavano Italo Oxilia. Gioacchino Dolci e un motorista francese. Quando fu dato era ormai troppo tardi per raggiungerli

Diciotto ore dopo sbarcavano vicino a Capo Bon e il 1° agosto la comunità dei fuoriusciti parigini poteva abbracciarli.

Quella persistenza nel non mollare che i fascisti punirono con la morte

Per Rosselli e i suoi compagni di avventura la libertà riguadagnata fu «il più potente stimolo all’azione» e fece riaccendere le speranze dei fuoriusciti, al punto che la Polizia francese registrò dopo l’evasione da Lipari, un improvviso dinamismo della numerosa colonia degli esuli italiani. Inoltre l’eco mediatica dell’impresa costituì un duplice danno d’immagine per il regime fascista: richiamò l’attenzione internazionale sul carattere repressivo del regime, sbugiardandone la propaganda intesa a veicolare un’immagine di ordine e sereno consenso; dimostrò che il mitizzato sistema di controllo poteva essere ingannato.

Ma il regime non si trattenne dal vendicarsi. In primo luogo, se la prese con il fratello Nello e con la moglie. Il primo fu di nuovo deportato a Lipari.  La moglie fu rinchiusa in carcere e soltanto le insistenti proteste della madre dei Rosselli, Amalia, che aveva seguito la nuora ad Aosta, indussero le autorità a trasferire la giovane donna, malata di cuore e incinta, con il figlio di due anni in un albergo. Posta sotto stretta sorveglianza doveva comparire davanti alla Commissione provinciale per il confino. La stampa britannica e quella di altri Paesi denunciò a più riprese «il carattere odiosamente persecutorio e vendicativo» del provvedimento e ciò, unitamente alle lettere di protesta ai giornali e i telegrammi di solidarietà, firmati da nomi di altissimo prestigio, costrinsero Mussolini, che non voleva sfigurare all’estero e soprattutto in Gran Bretagna a far restituire a il passaporto Marion Cave, che così riuscì a riunirsi a Carlo. Mussolini fu costretto anche a liberare Nello sia dall’intervento di Gioacchino Volpe, che dalla mobilitazione in favore del giovane storico da parte di personalità come come Bolton King, Harold Laski, Henry Wickham Steed.

Per questo morirono e per questo vivono

Com’è noto i fratelli Rosselli furono trucidati in Francia il 9 giugno 1937. Ad ucciderli provvide una squadra di miliziani della “Cagoule”, una formazione eversiva di destra francese, su mandato dell’OVRA, i servizi segreti fascisti, e di Galeazzo Ciano (Ministro degli Esteri e genero del duce). Colpito da raffiche di pistola Carlo morì all’istante, mentre Nello fu finito a coltellate. I colpevoli, dopo numerosi processi, riusciranno quasi tutti farla franca.

I fratelli Rosselli vennero sepolti nel cimitero monumentale parigino del Père Lachaise, poi a guerra finita, nel 1951, le loro salme furono portate nel Cimitero Monumentale di Trespiano (Firenze), dove il vecchio Salvemini fece il discorso commemorativo funebre, alla presenza del presidente della Repubblica Luigi Einaudi.

Nello stesso cimitero furono sepolti anche Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi, Piero Calamandrei e Spartaco Lavagnini. Sulla tomba vi è il simbolo della “spada di fiamma”, emblema di Giustizia e Libertà, il movimento antifascista che con Lussu avevano fondato a Parigi nel ’29 e che aveva aderito nel ‘31 alla Concentrazione Antifascista, un’unione di tutte le forze antifasciste non comuniste (repubblicani, socialisti, CGL) intesa a promuovere e coordinare dall’estero ogni possibile azione di lotta al fascismo in Italia. L’epitaffio scritto da Calamandrei e apposto sulla tomba di Carlo e Nello è:

«GIUSTIZIA E LIBERTA’ PER QUESTO MORIRONO PER QUESTO VIVONO»

 

Alberto Quattrocolo

Fonti

Giovanni Belardelli, Nello Rosselli, Rubbettino, Soveria Mannelli, Catanzaro, 2007

Giuseppe Fiori, Casa Rosselli, Einaudi, Torino, 1999

Mimmo Franzinelli, Il delitto Rosselli. 9 giugno 1937. Anatomia di un omicidio politico“, Mondadori, Milano 2007

Gianfranco Porta, L’evasione da Lipari, in Gli italiani in guerra. Conflitti, identità, memorie dal Risorgimento ai giorni nostri, direzione scientifica di Mario Isnenghi, vol. IV, Il Ventennio fascista, t. 1, Dall’impresa di Fiume alla Seconda guerra mondiale (1919-1940), Torino, UTET, 2008,

Nicola Tranfaglia, Labirinto italiano. Il fascismo, l’antifascismo, gli storici, La Nuova Italia, Firenze 1989

www.it.wikipedia.org

[1] C’era la Grande Guerra e lui e suoi fratelli erano stati interventisti, a ciò li aveva condotti, come accadde molti allora, il tradizionale attaccamento della famiglia agli ideali repubblicani e mazziniani. Quella che si rivelò essere la prima di due guerre mondiali veniva vista in una patriottica prospettiva di prosecuzione e rilancio del Risorgimento.

[2] Questo amore incondizionato per l’umanità, che aveva fatto schierare Carlo e i suoi famigliari nelle schiere dell’interventismo democratico, traspariva anche nel suo precedente e primo articolo, Libera Russia. Era un pezzo dedicato alla rivoluzione di febbraio, vista come culmine di un lungo processo per l’affermazione “pacifica” di una società più giusta.

[3] Nel frattempo si era laureato in giurisprudenza, aveva soggiornato a Londra e aveva iniziato l‘attività di assistente volontario alla Facoltà di economia dell’Università Bocconi a Milano, mentre scriveva anche su «Critica Sociale» di Turati. Qui aveva pubblicato un articolo in cui esortava il PSI a superare il marxismo. Dal febbraio ‘24, aveva iniziato la collaborazione con la rivista della Federazione giovanile del PSU, «Libertà».

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