Nella mediazione si ascoltano le persone non (solo) le parti del conflitto

Una mediazione è in primo luogo una condizione di ascolto delle persone in conflitto. Si tratta di un contesto nel quale, quindi, ciascun soggetto può dare voce alla propria sofferenza e alla propria rabbia, potendo contare sul fatto che il mediatore è lì per ascoltarlo senza giudizio, oltreché, naturalmente, senza pregiudizio.

Si tratta di un luogo all’interno del quale ogni soggetto può recuperare la propria complessità di persona ed essere visto e sentito, almeno dal mediatore, al di là del ruolo in cui lo appiattisce il conflitto.

Non si tratta di un aspetto di poco conto, perché sono molti i luoghi, anche istituzionali, cui spesso il conflitto approda, all’interno dei quali noi, come attori di quella vicenda, veniamo ad essere oggetto di un’attenzione rivolta non a noi come persone – con le nostre molteplici sfumature, con le nostre attese, ansie, speranze, frustrazioni, rabbie, ecc., – ma al ruolo che abbiamo. In primo luogo, il ruolo di confliggenti e poi il ruolo sul quale si innesca il conflitto: coniuge e/o genitore, ad esempio, se si tratta di un conflitto familiare; lavoratore e collega, se si tratta di un conflitto sul luogo di lavoro; insegnante o studente, o genitore di quest’ultimo, se si tratta di un conflitto sviluppatosi in ambito scolastico; professionista o paziente, oppure famigliare di quest’ultimo, quando si tratta di un conflitto sorto in un luogo di cura.

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Ma questa attenzione, questa focalizzazione sul nostro ruolo sociale e sul ruolo di confliggenti a quello connesso, talora – per quanto inestricabilmente e doverosamente connessa alla natura dell’istituzione deputata a gestire il nostro conflitto -, può procurarci un vissuto di spersonalizzazione. Un vissuto, cioè, non così distante da quello sperimentato nella relazione con l’altra o le altre persone con le quali siamo in conflitto, la quale o le quali, appunto, ci fanno sentire spersonalizzati. E, magari, a volte, perfino, de-umanizzati.

Il compito del mediatore, sotto questo profilo, è diametralmente opposto: ri-umanizzarci e ri-personalizzarci. Vale la pena, però, ribadire che questa ri-umanizzazione si compie attraverso l’ascolto. Un ascolto a-valutativo.

Ciò consente a ciascuno degli attori del conflitto di arrivare a riconsiderare i propri sentimenti, pensieri e comportamenti. E questa riflessione è facilitata anche dal fatto che vissuti importanti, quali il dolore o la frustrazione, la rabbia o la paura, che possono essere stati alla radice del conflitto e averne sostenuto l’escalation, sono stati compresi e riconosciuti dal mediatore.

Alberto Quattrocolo

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