Nazionalrazzismo

Nazionalrazzismo e socialrazzismo

Le campagna d’odio nazionalrazzista contro l’accoglienza e le politiche di inclusione

In un precedente post avevo descritto il nazionalrazzismo come un’articolata serie di organizzazioni e iniziative politiche che, sotto varie denominazioni, ammettendo apertamente o negando il loro carattere razzista, in nome della difesa di una certa idea di identità nazionale e definendosi difensori dei valori occidentali, contraddicono e minano proprio tali valori, a partire dai principi relativi all’uguaglianza e al rispetto della dignità per tutti gli esseri umani. Infatti, promuovono una reazione conflittuale verso i migranti (inclusi i rifugiati) e verso coloro che si adoperano per la loro accoglienza e integrazione.

In particolare, per poter stimolare e convogliare la rabbia e la frustrazione popolare verso il nemico-migrante, questo movimento svolge senza sosta autentiche campagne di odio nazionalrazzista tese ad intercettare il socialrazzismo. Tali campagne consistono nel:

  • demonizzare anche il sistema di accoglienza e di integrazione, non soltanto denunciandone i limiti (che ci sono, in effetti, e non sono di poco rilievo anche sul piano del rispetto della dignità umana dei migranti), ma anche esaltandoli e ingigantendoli, a costo di mentire spudoratamente, con il racconto della sola parte che più conviene di certi fatti, con lo stravolgimento e con l’invenzione di altri;
  • ignorare a bella posta e tentare di oscurare tutte le situazioni in cui il processo di integrazione funziona davvero. Ad esempio, il nazionalrazzismo non si sofferma mai sui diversi sistemi esistenti, accomunandoli tutti in una descrizione fallimentare e trascurando, così, le riuscite effettive del sistema SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati);
  • fingere di non sapere e fare di tutto perché non sia consapevolizzato il fatto che i problemi maggiori sul piano dell’integrazione non sono legati tanto all’elevato numero dei migranti in sé, quanto al ridotto numero dei Comuni che aderiscono al sistema SPRAR. Ancora adesso, su circa 8.000 comuni italiani, più di 5.500 non ospitano migranti. Se aderissero al programma SPRAR, il Viminale riuscirebbe a rispettare la quota di 3 immigrati su mille cittadini. Il nazionalrazzismo, ovviamente, si guarda bene dal porre in rilievo che i Comuni accoglienti, inevitabilmente, sono sotto stress visto che gli altri se ne infischiano e a loro tocca farsi carico di quasi il triplo di coloro che, se tutti contribuissero lealmente, dovrebbero occuparsi di accogliere e integrare. Per il nazionalrazzismo sarebbe un autogol il riconoscere che siamo 60.000.000 di italiani e andiamo nel panico, anzi in una vera e propria paranoia, se arrivano 100.000 persone, l’equivalente di una circoscrizione torinese. Così come trascura a bella posta il fatto che la mancata solidarietà degli altri membri dell’Unione Europea concorre a creare le difficoltà attuali. Anzi, per il nazionalrazzismo, ovviamente, il menefreghismo dei partner europei è sinonimo di saggezza;
  • denigrare e delegittimare tutte le organizzazioni pubbliche e private che si occupano dei migranti. Così, se viene avviata un’indagine o si compiono degli arresti in tale ambito, il nazionalrazzismo esulta per la chance che gli è offerta di delegittimare tutto il settore integralmente[1]. E, del resto, il sistema di accoglienza è attaccato alla radice, raccontando che esso serve soltanto ad arricchire le organizzazioni che se ne occupano e a viziare i migranti che se ne avvalgono, a spese degli italiani, che faticano a tirare la carretta;
  • iscrivere nella categoria dei traditori tutti coloro che esprimono la loro umanità anche verso i migranti, ancora peggio, nell’ottica nazionalrazzista, se concretamente compiono gesti solidali (si veda la reazione di Matteo Salvini, riferita dal Corriere della Sera, nei confronti della Feltrinelli di Como, “rea” di aver distribuito gratuitamente una guida per i rifugiati – si badi per i rifugiati non per tutti i migranti e men che meno per i clandestini, dunque solo per coloro cui è stato concesso l’asilo, in quanto sottoposti a persecuzioni nel loro Paese d’origine).

La relazione circolare tra socialrazzismo e nazionalrazzismo

L’ultimo aspetto in maniera più evidente permette di collegare il nazionalrazzismo al socialrazzismo. Per quanto sia vero che dal secondo può talvolta scaturire qualche organizzazione che assume caratteri nazionalrazzisti, mi pare certo che, in generale, il nazionalrazzismo si ingegni e si impegni, con un costante e intenso sforzo, a promuovere il socialrazzismo. In effetti, il nazionalrazzismo sa che il socialrazzismo, anche quando è ancora allo stato primordiale, è un fertilissimo campo da cui potranno essere raccolti frutti indispensabili per permettergli di crescere come progetto politico. E a tal fine, mi sembra che il nazionalrazzismo abbia bisogno non soltanto di consensi elettorali, ma ancor prima di un clima culturale favorevole. Quel che serve al nazionalrazzsimo, quindi, è l’abbattimento di alcuni tabù morali e culturali. E c’è una forte convergenza di interessi tra socialrazzismo e nazionalrazzismo su questo punto. Entrambi hanno bisogno che venga eliminata la riprovazione sociale per chi agisce o predica contro i valori e i principi che sono alla base delle moderne società democratiche, quindi anche di quella identità europea (francese, italiana, spagnola, portoghese, greca, belga, ecc.) che, fingendo di non accorgersi del paradosso, i nazionalrazzisti dicono di voler preservare: libertà, uguaglianza, fratellanza. In sintesi:

  • per i socialrazzisti, la messa in minoranza o la riduzione al silenzio di chi sostiene tali valori è fondamentale per poter trovare legittimazione morale e culturale alla violenza intrinseca che fonda la loro forma mentis
  • il nazionalrazzismo ha bisogno dello stesso tipo di cambiamento di sensibilità sociale per poter uscire da una condizione di marginalità politica e avere campo libero nella declinazione della propria propaganda.

 

Alberto Quattrocolo

[1] Naturalmente a nulla vale l’obiezione logica secondo la quale il fatto che in un determinato settore di attività vi sia della corruzione non significa che il settore in sé sia corrotto e vada abolito: vi sono casi di corruzione e incompetenza nelle forze dell’ordine, nella magistratura, nelle forze armate e nella sanità, ma a nessuno viene in mente di eliminare le forze di polizia, né di chiudere tutte le caserme o tutti i tribunali e gli ospedali

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