Michele Reina, il primo politico ucciso dalla mafia

A Palermo sono da poco passate le 22.30 del 9 marzo 1979 quando Michele Reina, che ha appena lasciato la casa di un amico dove ha trascorso la serata, viene avvicinato da due sicari. Sta salendo in macchina, dove lo aspettano la moglie Marina e una coppia di amici. L’attesa è destinata a durare in eterno.

I due uomini si avvicinano e gli sparano tre colpi secchi da distanza ravvicinata, dandosi subito dopo alla fuga a bordo di una Fiat Ritmo rubata poche ore prima; la targa applicata sull’auto risulterà più tardi appartenere ad una Fiat 128, anch’essa rubata intorno alle 19 dello stesso giorno.

Michele Reina ha 47 anni. Da tre è segretario provinciale della Democrazia Cristiana. Dopo la sua elezione, aveva contribuito ad attuare una politica di apertura alle sinistre, tentando un accordo tra lo Scudocrociato e il Pci, suscitando, tuttavia, netta contrarietà nella maggioranza del suo partito.

Tornando a quel 9 marzo, un’ora dopo il delitto, il Giornale di Sicilia riceve una telefonata di rivendicazione a nome di Prima linea, organizzazione molto in vista durante quegli anni scanditi dal terrorismo rosso. Il giorno successivo è il quotidiano palermitano L’Ora a ricevere una chiamata dello stesso tenore, che però si “firma” Brigate rosse, chiedendo la scarcerazione di Renato Curcio. Passano altri due giorni, e il medesimo giornale viene contattato nuovamente: Prima Linea ora dichiara di non avere niente a che fare con l’omicidio, e di avere le prove del depistaggio di Cosa Nostra.

 

Al tempo, Boris Giuliano (di cui abbiamo ricordato l’assassinio alcuni mesi fa) è a capo della squadra mobile del capoluogo e commenta così le indagini:

Noi stiamo esaminando il delitto Reina come un fatto di sangue, senza privilegiare alcuna matrice. Certo, alla luce delle telefonate arrivate al centralino di un giornale palermitano le cose si incominciano a complicare.

Gli inquirenti proseguono il loro lavoro a lungo, ma la svolta arriva solo dopo cinque anni: Tommaso Buscetta, celebre collaboratore di giustizia, si siede di fronte a Giovanni Falcone e al dirigente della Criminalpol Giovanni De Gennaro, rivelando un fiume di notizie determinanti.

Anche l’onorevole Reina è stato ucciso su mandato di Salvatore Riina.

Per Cosa Nostra, un avvicinamento della Dc ai comunisti rappresentava un pericolo enorme e fu sicuramente questo uno dei motivi che spinse il capo dei capi dare il via agli omicidi politici. Per questi, il processo si aprirà solo otto anni più tardi, per poi chiudersi, nel caso di Reina, con una lunga serie di ergastoli: Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Michele Greco, Bernardo Brusca, Francesco Madonia e Antonino Geraci.

 

Alessio Gaggero

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