Mattei preferisce il cappio al tradimento

Gianfranco Mattei morì suicida il 7 febbraio 1944. Un gesto di viltà, di coraggio, di fedeltà, di debolezza? Quanti avrebbero saputo resistere alle torture tedesche senza cantare? Quanti sarebbero riusciti a prendere quella decisione e metterla in atto fino all’ultimo passo? Questo fu il suo destino.

In quella notte, tra il sei e il sette febbraio, a testimonianza della lucidità con cui compì quel gesto fatale, lasciò un messaggio ai genitori:

Carissimi genitori, per una disgraziatissima circostanza di cui si può incolpare solo il fato avverso, temo che queste saranno le mie ultime parole. Sapete quale legame di affetto ardente mi lega a voi, ai fratelli e a tutti. Siate forti sapendo che lo sono stato anch’io. Vi abbraccio, Gianfranco.

Sembra che lo scrisse sul retro di un assegno, con solo un mozzicone di matita. Al pari di tanti altri, è conservato all’interno del testo Lettere dei condannati a morte della resistenza italiana (a cura di Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli, Einaudi editore, 1952). Mattei fu, in effetti, membro dei Gruppi d’azione patriottica (GAP) a Roma, dove si era trasferito con la famiglia. Insieme a Giorgio Labò, fu catturato dalle SS il primo di febbraio, sembra in base alla denuncia di una spia. Pensando di non poter reggere alle violenze naziste, già subite dal compagno, decise di togliersi la vita.

I partigiani persero un contributo importante alla causa: Mattei era infatti docente di chimica al Politecnico di Milano e le sue competenze scientifiche erano state messe subito a frutto in ambito bellico: tra il ’43 e il ’44, proprio insieme a Labò, realizzò ordigni esplosivi particolarmente efficaci. Una vera spina nel fianco di Herbert Kappler, che aveva preso il controllo della polizia fascista proprio per intensificare la lotta di insurrezione. Questo il commento del nazista sul partigiano:

Questo comunista Mattei, è terribile, è terribilmente silenzioso, ma ora useremo il tenente Priebke che saprà farlo parlare, con mezzi fisici e chimici.

Non poterono usare i peggiori mezzi di cui erano capaci, poiché non diede loro il tempo. La sua vicenda ispirò una canzone del ’75 degli Stormy Six, il cui titolo è proprio il nome del professore-artificiere, e il cui ritornello suona così:

Gianfranco Mattei, la tua cattedra è rimasta là: Gianfranco Mattei, la lezione non si perderà.

 

Alessio Gaggero

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