L’umanità da non perdere

Anche oggi, ad ogni passaggio televisivo, per i telespettatori è uno di quei film da non perdere. Perché Guardie e ladri (1951, di Mario Monicelli e Steno) è ancora capace di suscitare sia l’aperta risata che l’identificazione con i protagonisti [1]. Arrivato nelle sale italiane il 21 dicembre del 1951, era stato pubblicizzato come un film comico da non perdere. Da non perdere per la accoppiata formata da Totò e Aldo Fabrizi. Non era una pubblicità ingannevole. Tutti ridevano fino a sbellicarsi. Però il film, oltre a divertire, suscitava anche altre, non scontate, reazioni emotive.

Un po’ come noi

La critica dell’epoca, quasi all’unanimità, apprezzò non soltanto le belle interpretazioni dell’intero cast, ma anche la toccante carica di umanità dei personaggi. E questa umanità, come si dice in questi casi, continua a “bucare lo schermo”[2]. In Lorenzo Bottoni, il brigadiere interpretato da Fabrizi, e in Ferdinando Esposito, il ladro e imbroglione cui presta la propria faccia Totò, c’è qualcosa di intramontabile e di universale: una dolente, comune, fragilità.

Sono uomini feriti e già tante volte umiliati. Uomini sulla cinquantina, con mogli e figli, e una sola fonte di reddito, quello che essi portano a casa e che non basta mai. Uomini stanchi, che hanno fatto il pieno della retorica per venti e più anni di fascismo e che hanno visto il loro Paese andare in malora prima, durante e dopo la guerra. Hanno rinunciato, quindi, a farsi illusioni su di sé e sull’Italia miserabile in cui vivono. Però, non avendo altra scelta, tirano avanti e lottano contro il fallimento totale. Per l’uno, il brigadiere, fallire vuol dire non riuscire a catturare il ladro che gli è sfuggito, il che implica automaticamente la perdita dell’impiego e la caduta nel mondo cui appartengono i diseredati come il ladro Esposito; mentre per costui essere arrestato da Bottoni significa far finire la famiglia sul marciapiede.

Però, per quanto la Crisi ci abbia avvicinato alle loro angosce concrete, non è soltanto la fragile precarietà sociale dei due a toccarci oggi: sono le loro emozioni.

Quella solitudine tra le righe che abbiamo conosciuto tutti

In effetti, è davvero difficile fare il tifo esclusivamente per il brigadiere Bottoni nella sua caccia al ladruncolo che gli è scappato. Perché, da un lato, Aldo Fabrizi riesce a farci sentire come la sua burbera bonarietà e la sua ingenuità siano sopravvissute alle sberle e ai disincanti. Insomma, sappiamo che è una persona perbene, che ha un cuore e anche un forte senso del dovere, e empatizziamo con la sua angoscia di dover dire addio al posto di lavoro, se non cattura il ladro; però, dall’altro, riconosciamo che è a dir poco cinica e meschina la trappola che egli prepara ai danni degli ignari famigliari di Totò. Insomma, la nostra disapprovazione convive con il fatto che nell’arco della nostra vita abbiamo provato, almeno una volta, la sua stessa desolata solitudine: quella che nasce dal non riuscire a condividere con le persone più vicine le paure e la sofferenza che proviamo.

Facce da non perdere

Il brigadiere, infatti, ci appare quasi da subito come un uomo sensibile, ma, nel profondo, molto solo.

Non meno solo è anche il ladro. Di lui, Totò, con quella barba di tre giorni, gli occhi stanchi di uno scugnizzo invecchiato e la faccia di chi troppe ne ha viste, ci trasmette, sotto pelle, l’impossibilità di spartire e di sentire compreso dagli altri quel che si porta silenziosamente dentro. Il peso sfiancante della responsabilità, la spossata rincorsa di un irraggiungibile domani migliore, il sentimento della propria inadeguatezza, i sensi di colpa e di vergogna per la sfilza dei fallimenti accumulati e per l’inconfessabile “lavoro” realmente svolto, la stanchezza e il disgusto per le bugie spacciate anche a moglie e figli.

Non approviamo, perciò, la guardia che si impadronisce della stima di cui il ladro godeva in famiglia, proponendosi fittiziamente come disinteressato benefattore; come non possiamo parteggiare per il ladro, i cui crimini, per quanto apparentemente piccoli, hanno ricadute dolorose sulle altre persone, persone della quali non sa e non vuole preoccuparsi.

D’altra parte, è anche difficile condannare questi due uomini per i loro raggiri e artifizi, come per le bugie che dicono e per le verità che tacciono alle loro moglie e ai loro figli. Sappiamo che per entrambi è vitale non perdere del tutto la faccia in famiglia.

Che fegura ce famo?

«Fèrmate, fèrmate, che fegura ce famo all’estero…» grida, senza fiato, Fabrizi, nella prima parte del film, quando insegue Totò. E, «che fegura ce famo» all’ “interno”? Entrambi i personaggi, in effetti, sono confinati in una solitudine emotiva, perché condizionati dal «che figura ci faccio con i miei famigliari, se scoprono la verità?» Nessuno dei due, infatti, ha messo al corrente moglie o figli su quel che gli succede fuori di casa. Così la famiglia Bottoni ignora il rischio del licenziamento che sta correndo il brigadiere, e la famiglia Esposito non sa che le sue misere entrate sono di natura illecita.

Un amore da non perdere anche al prezzo di una mesta solitudine

Ovviamente, allo stomaco dello spettatore arriva a piccole dosi l’angoscia di questi due mariti e padri che cercano di non perdere, con la faccia, anche l’amore coniugale e filiale. Propongono un’immagine falsa di sé ai loro cari, perché temono che quella vera, se conosciuta, li priverebbe della loro stima e del loro affetto. Quindi, quando escono di casa, ne escono davvero, perché sono, lì fuori, completamente da soli. E quando rientrano rimangono, in realtà, ugualmente soli.

Ma mentire stanca. E la solitudine, generata dal dover reggere una costante finzione, svuota un poco alla volta il senso stesso dei legami. In particolare, il personaggio di Totò sembra cominciare a non reggere più quella stanchezza e ad essere nauseato da quel vuoto.

Una mediazione (spontanea) attorno alla comune dignità da non perdere

A voler guardare la conclusione della pellicola con gli occhiali della mediazione, si può certamente osservare che alla fine questi due uomini si riconoscono reciprocamente e trovano una collaborazione capace di risolvere con reciproca soddisfazione i loro guai. Però, tentando di sentire i sentimenti di questi due personaggi, quella mediazione spontanea che si sviluppa tra di loro, ha un’implicazione di sommessa malinconia. I due si riconoscono non soltanto come poveri diavoli, figli di un’Italia devastata. Si riconoscono su di un piano più profondo. Apprendono di essere accomunati dalla comune solitudine morale di chi non può rivelarsi davvero per ciò che è alle persone che più ama al mondo.

Un’umanità da non perdere

Quel che la censura censurò

L’ottusa censura democristiana dell’epoca [3], che rifiutò, in un primo momento, il visto alla circolazione del film, non poteva accettare che una guardia potesse sorprendersi capace di raggiri morali, a ben vedere, non meno devastanti di quelli abitualmente realizzati da un imbroglione di professione. Per i censori era inammissibile che una guardia fosse così umanamente imperfetta e che un ladro fosse ritratto come un uomo e non come uno stereotipo (nulla di così sorprendente, se si pensa alle reazioni politiche recenti o recentissime rispetto ai film A Ciambra e Sulla mia pelle e alla non messa in onda della fiction Tutto il mondo è paese).

Un esempio di giustizia riparativa ante-litteram

Il brigadiere Bottoni, infatti, nel finale comprende il male che sta facendo al truffatore e ai suoi cari. Lo sente, ancor prima di realizzarlo mentalmente. Si accorge che l’altro, colui che lo ha messo nei guai, è un essere umano, come lo è lui. Non è un santo, anzi fa il ladro, ma è una persona. Non è soltanto, quindi, un’entità astratta, il nemico, da perseguire legalmente. Analogamente – pensando ancora in chiave sia criminologica e vittimologica, che di mediazione penale come strumento di Giustizia Riparativa -, al signor Esposito cade quel velo dagli occhi che la sua esausta astuzia gli aveva consentito di tenere su in nome del mors tu, vita mea: incontrando il sig. Bottoni, acquistano spessore umano le vittime dei suoi imbrogli. Diventano vere, cioè, le persone la cui umanità aveva sempre tenuto lontano dalla propria coscienza, tutta intenta ad autogiustificarsi con i soliti meccanismi auto-assolutori: i miei sono illeciti di poco conto, che non fanno davvero male a nessuno; ci sono stato costretto dalle circostanze; è colpa della società; la vittima non è tale perché è più ricca di me, oppure perché se l’è cercata o perché se lo merita per la sua ingenuità credulona o per la sua avidità. E alla realtà della natura umana della sua vittima il ladro non può più sottrarsi. Così convince l’ormai riluttante guardia a portarlo in carcere, essendo approdato a quel sentimento per il quale mors tua significa, in fondo, mors mea. Non è la falsa immagine di sé ciò che va difeso, scopre Totò, non il finto superamento di traguardi mai raggiunti, né è da conservare l’arroganza o la prepotenza con cui si celano le frustrazioni di un riconoscimento sociale non conseguito: è la propria umanità che non va persa.

Un film natalizio

Anche per queste ragioni, oltre che per i tanti pregi tecnici e artistici (si pensi alla fotografia di Mario Bava e alla colonna sonora di Alessandro Cicognini), verrebbe da raccomandare la visione del film di Steno e Mario Monicelli ai ragazzi delle scuole. E, be’, anche agli adulti. Peraltro, con tutta la sua ironia e il suo contagioso umorismo, con il suo umanesimo non pedagogico bensì risolto sul piano dei fatti, delle interpretazioni e delle scelte registiche, si accorderebbe non poco con lo spirito natalizio. Cioè, con quello spirito che tutti, almeno a parole, vorremmo fosse comunemente declinato in termini di comportamenti etici e morali.

Del resto, per quanto nel 1951 l’uscita a ridosso del Natale fosse dovuta ai rinvii legati al braccio di ferro con la censura, non stonò neppure allora con il clima natalizio. Era sì, un film da ridere, ma anche da ricevere nel cuore e da pensare. Ricordava a tutti che la demonizzazione e la de-umanizzazione dell’altro – che avevano sparso devastazioni e atrocità inaudite nell’appeno concluso secondo conflitto mondiale -, potevano essere superate. Perché ognuno di noi è capace di scorgere l’umanità dell’altro e di sentire che la propria umanità è qualcosa da non perdere mai. Anche perché perderla ci rende vuoti e infelici, rancorosi e soli. Mentre il finale di Guardie e ladri non è triste e non suscita rabbia: superando pregiudizi e stereotipi, riconoscendosi reciprocamente come persone, Bottoni ed Esposito trovano qualcuno in grado di comprendere e, così, di colmare, almeno un po’, il vuoto che mestamente si trascinavano dentro.

Alberto Quattrocolo

[1] A pensarla così non sono soltanto quegli inguaribili nostalgici secondo i quali “di film così non se ne fanno più”. Proiettato un po’ ovunque, infatti, ha suscitato le stesse reazioni. In Cina, come in Francia, in Spagna come in Egitto, in Uruguay come in Gran Bretagna… Il sottoscritto, inoltre, è stato testimone diretto della sua riuscitissima presa su di un pubblico di diverse nazionalità e culture, allorché, una quindicina di anni fa, a seguito di un lavoro di video interviste e di inchiesta sul campo coinvolgente gli abitanti del quartiere ad alta densità migratoria, Barriera di Milano, a Torino, venne proiettato, il 22 luglio 2004, in italiano e con sottotitoli in italiano, come opera di apertura della prima edizione del festival CinemaINStrada. Un’iniziativa culturale, quella, che avrebbe meritato assai maggiore considerazione mediatica e politica di quella che ricevette. La scelta partecipata, gestita dall’Associazione i313 – che ideò e sviluppò tra mille fatiche e ostacoli, anche economici, quel progetto culturale, quattordici anni fa e per gli 8 anni successivi delle seguenti edizioni -, cadde, quindi, su Guardie e ladri, proprio perché, tra i titoli indicati dagli abitanti intervistati, era una commedia capace di suscitare la risata come la commozione in termini universali, toccando i tasti più delicati di un’umanità che, oggi, ancor più di allora, sarebbe da non perdere.

[2] Il film ottenne il premio per la miglior sceneggiatura al festival di Cannes del ’52 e procurò a Toto il Nastro d’argento come migliore attore.

[3] Presentato il 19 luglio 1951 alla Commissione di Revisione Cinematografica presieduta da Giulio Andreotti, venne respinto il 2 agosto. Dopo alcune revisioni ad opera di Monicelli e Steno, riuscì ad ottenere poi il visto il 23 ottobre. Analoghe disavventure con la commissione censoria incontrarono Totò e Monicelli con un altro film, Totò e Carolina. In tal caso la Commissione impose tagli tali da rendere la pellicola una delle più devastate dalla censura. Recuperata poi la versione originaria dalla Cineteca di Bologna, fu proiettata in versione restaurata in una delle serate del Festival CinemaInstrada di cui si è fatto cenno nella precedente nota 1. Tornando a Guardia e ladri, inizialmente il film doveva essere diretto da Luigi Zampa (con altri attori: Anna Magnani e Peppino De Filippo), che, però, rinunciò all’idea temendo, a ragione, di doversi misurare con l’ottusità censoria, cosa che lo aveva già provato rispetto ad altre pellicole dirette nell’immediata dopoguerra: in particolare, con L’onorevole Angelina e Anni difficili. In realtà, s’imbatté, comunque, nelle stesse ire della Commissione, cui aveva sperato di sfuggire, con alcune sue opere successive: Anni facili, Processo alla città e L’arte di arrangiarsi. In ordine ai problemi con la censura, su questa rubrica, abbiano ricordato anche il capolavoro di Vittoria De Sica, Umberto D. Gli altri post dedicati, su Corsi e Ricorsi, ad opere cinematografiche sono stati quelli relativi alle uscite di I cancelli del cielo e Il cacciatore, entrambi di Micheal Cimino, e di Tornando a casa, di Hal Ashby.

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