Lo spirito di servizio di Giovanni Falcone

«In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere»
(Giovanni Falcone, “Cose di Cosa Nostra”, 1991).
Il 23 maggio del 1992, alle 17:56, insieme a Giovanni Falcone, nella strage di Capaci, furono uccisi sua moglie Francesca Morvillo e tre degli agenti di scorta.
Giovanni Falcone era nato il 18 maggio del 1939. Aveva, quindi, da poco compiuto 53 anni, quando venne assassinato.
Francesca Morvillo ne aveva quarantasei.

Rocco Dicillo aveva 30 anni; avrebbe dovuto sposarsi due mesi dopo.
Antonio Montinaro aveva 29 anni, era sposato e aveva due figli. 
Vito Schifani, ventisettenne, anch’egli sposato, aveva un figlio di 4 mesi.
«Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così. Solo che quando si tratta di rimboccarsi le maniche ed incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare. Ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare», aveva sostenuto Giovanni Falcone.
Quando gli venne chiesto «ma chi glielo fa fare», sorrise e rispose: «soltanto lo spirito di servizio».
Ma questo spirito di servizio di Giovanni Falcone, evidentemente, dava intollerabilmente fastidio non soltanto agli uomini di Cosa Nostra.
Lo stesso Giovanni Falcone, rispetto al fallito attentato all’Addaura nel giugno del 1989, aveva affermato che dietro vi erano  delle «menti raffinatissime». Non è innaturale chiedersi, quindi, se gli stessi ispiratori, quelle menti raffinatissime, abbiano giocato qualche ruolo anche nella strage di Capaci. Analogamente inquieta il non sapere chi abbia manomesso i supporti informatici di Falcone presenti nel suo ufficio al Ministero di Grazia e Giustizia. Ci si chiede ancora oggi, inoltre, perché il telecomando utilizzato per la strage di Capaci fu consegnato da Pietro Rampulla, un esponente storico dell’estrema destra, a Giovanni Brusca, che lo azionò. E anche perché Rampulla non partecipò all’esecuzione materiale dell’attentato, com’era previsto, ma adducendo una scusa, ne restò alla larga.
Altro quesito irrisolto: di chi era e cosa significava il foglietto trovato dalla scientifica sul cratere di Capaci, poche ore dopo la strage, in cui erano annotati dei numeri telefonici riconducibili al servizio segreto, cioè al Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica (S.I.S.De.) di Roma e al capocentro del S.I.S.De. di Palermo?
Nelle sentenze sull’attentato del 23 maggio, come nelle motivazioni del processo Capaci bis, si legge che «ambienti esterni a Cosa nostra» sembra «si possano essere trovati, in un determinato periodo storico, in una situazione di convergenza di interessi con l’organizzazione mafiosa, condividendone i progetti ed incoraggiandone le azioni».
Anche nel caso di Paolo Borsellino sparirono dei documenti chiave. Soprattutto, l’agenda rossa in cui, probabilmente, erano scritti i suoi appunti sulle indagini che stava conducendo. Forse anche le sue intuizioni sulla strage di Capaci. Anche in tal caso non furono gli uomini di Cosa Nostra a far sparire l’agenda dalla sua borsa.
«Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini», affermò Giovanni Falcone. 
Aveva paura? Certo, ma non era questo il punto. «L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio, è incoscienza», spiegò.
Alberto Quattrocolo
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