Le prime leggi fascistissime

Le “leggi fascistissime” non arrivarono all’improvviso. Il governo Mussolini, già dal 5 novembre del 1925, aveva abilmente sfruttato il fallimentare attentato di Tito Zaniboni (verificatosi il giorno precedente) per sostituire, con norme ad hoc, il principio democratico con quello autoritario a tutti i livelli e per sferrare, con norme e interventi squadristi, violenti colpi ai partiti di opposizione all’antifascismo presente nella società civile.

Già il 6 novembre tutti i deputati che si erano ritirati sull’Aventino, a seguito del rapimento e dell’omicidio (10 giugno del ’24) del deputato socialista unitario Giacomo Matteotti ad opera degli sgherri di Mussolini, furono dichiarati decaduti dal loro mandato. Cessavano di essere parlamentari perché si sarebbero serviti dell’immunità parlamentare per condurre l’agitazione contro il governo e per avere violato lo «Statuto del Regno».

Tuttavia, restava ancora molto da fare per giungere all’instaurazione della dittatura. Un avanzamento decisivo verso questo traguardo fu costituito, appunto, dalle leggi fascistissime che furono approvate nel mese di novembre dell’anno seguente.

I precedenti

Come Mussolini disse a Yvon De Begnac, uno dei suoi biografi ufficiali, il disegno certamente era chiaro, occorreva, però, trovare i modi e i mezzi giuridicamente adeguati per portarlo a compimento. E in ciò fu fondamentale la collaborazione del ministro della Giustizia, l’ex nazionalista Alfredo Rocco.

«Come trasformarlo, quale lo voleva Rocco, quale lo volevo io, questo stato liberale il cui cadavere avevamo raccolto il 28 ottobre 1922, sul piacito della piazza del Quirinale; come trasformarlo, dunque, in stato fascista, in stato del fascismo? Come far superare allo stato italiano la qualifica di liberale che la precaria unità gli aveva inferto? Che cosa dovevamo intendere per stato sovrano “nostro” diverso dallo stato sovrano dei liberali, fatto di libertà che dividono, e non invece di ordine che rende tutti corresponsabili della pace all’interno di un Paese? (…). A tutte le domande Rocco dava risposte precise».

In realtà, oltre alle misure repressive (di cui abbiamo parlato qui), prese a ridosso del fallito attentato di Zaniboni, ve n’erano altre radicalmente liberticide adottate nel 1925.

I colpi alla libertà della vigilia di Natale e di fine anno

Con la legge sui pubblici funzionari del 24 dicembre del ’25 si previde la possibilità di revocare gli impiegati dello Stato le cui opinioni fossero contrarie al regime e alla politica generale del governo e, una settimana dopo, cioè il 31 dicembre, il governo Mussolini adottò nuove disposizioni sulla stampa: in esse, oltre ad essere definito lo status giuridico dei direttori dei giornali, si introdotta la responsabilità civile dei proprietari rispetto ai reati a mezzo stampa, veniva istituito l’Ordine dei giornalisti, al quale non potevano iscriversi le persone sospettate di dedicarsi a qualsiasi «pubblica attività in contraddizione con gli interessi della nazione». La formulazione era vaga e perentoria allo stesso tempo, consentendo, così, di impedire di scrivere sui giornali (chiunque vi scrivesse doveva essere iscritto all’Ordine) a chi avesse un pensiero difforme dai dettami del fascismo. Come la citata legge del 24 dicembre, anche questa spianava la strada alla delegittimazione e all’emarginazione di chiunque dissentisse dalle posizioni del governo. Per dire, tutte le associazioni di cittadini dovevano essere sottoposte al controllo della polizia, in base alla Legge n. 2029/25;

Le leggi che inventarono per Mussolini il ruolo di «Capo del governo e Duce del fascismo», ridussero drasticamente il potere legislativo del Parlamento per darlo al governo e colpirono gli esulti politici

La legge della vigilia di Natale (come si è detto nel già citato post del 5 novembre), inoltre, istituiva per Mussolini la funzione di «Capo del governo e Duce del fascismo», gli affidava la totalità del potere esecutivo, eliminava l’iniziativa parlamentare e lo rendeva responsabile solo davanti al Re e non più davanti alle camere legislative. Inoltre, in virtù di tale legge ciascun ministro o sottosegretario di Stato era responsabile davanti al Capo del governo e al Re, ma non al Parlamento. La successiva legge n. 100 del 31 gennaio del ’26 dava al governo il potere di fare le leggi senza riferirne al Parlamento, che si limitava, quindi, a registrarle.

Però, a Mussolini non bastava togliere spazi istituzionali all’opposizione politica, costringere i giornali, i giornalisti e gli impiegati pubblici a diventare filofascisti. Gli occorreva anche azzittire coloro che dall’estero cercavano di aprire gli occhi agli italiani su tutto ciò che stava capitando loro e su quel che un pezzo dopo l’altro stavano perdendo. Così, la legge del 31 gennaio contenne anche una serie di pene a carico dei fuoriusciti che continuavano la loro attività antifascista. Tra le altre sanzioni fu introdotta la decadenza dalla nazionalità italiana e il sequestro, oppure la confisca, di tutti i loro beni. Tra le prime vittime di questo ulteriore obbrobrio giuridico vi furono Gaetano Salvemini e il giornalista cattolico Giuseppe Donati.

Quella Pasqua del ’26 in cui venne eliminata l’elettività delle amministrazioni provinciali e comunali e furono introdotti i podestà

Altre novità arrivarono a ridosso della Pasqua del ’26. Infatti, con la legge n. 237 del 6 aprile furono estesi i poteri dei prefetti. Le provincie e i comuni furono privati del carattere elettivo. In particolare, le amministrazioni comunali vennero affidate ai podestà nominati dal governo. E la giunta comunale di Roma fu sostituita da un governatore, anch’esso nominato dal governo.

I tre falliti, ma utilissimi, attentati al duce del 1926

Le altre leggi repressive, progettate da tempo, però non furono varate all’inizio di quel 1926. Ancora all’inizio della primavera, il governo Mussolini riteneva che il popolo italiano non fosse ancora uniformemente pronto a quel che egli aveva in mente.

Decisivo per procedere ad una fascistizzazione dello stato senza rischiare di doversi scontrare con l’opposizione di chi ancora poteva validamente contrastare quel disegno – la corona, i vertici militari, gli ambienti conservatori, in primo luogo, e i senatori -, fu il terzo, dei tre tentativi di uccidere Mussolini verificatisi nel 1926.

 I primi due attentati

Il primo attentato avvenne il 7 aprile a piazza del Campidoglio. Violet Gibson un’irlandese di 62 anni sparò contro di lui, mancandolo. Disse che era stata istigata dal Signore a compiere quel gesto. Fu immediatamente rimpatriata in Gran Bretagna. Il secondo consistette nel lancio di un ordigno esplosivo, l’11 settembre, contro l’auto su cui viaggiava il duce, a Porta Pia. L’ordigno rimbalzò sul parabrezza ed esplose a qualche metro di distanza ferendo i passanti. Lo aveva lanciato Gino Lucetti, un giovane anarchico di Carrara, espatriato in Francia l’anno prima per sfuggire alla violenza dei fascisti. Fu immediatamente arrestato dalla polizia, il che gli risparmiò di essere linciato. Era sconosciuto ai servizi di Sicurezza e non venne trovato alcun complice, sicché Mussolini anche in tal caso non poté sfruttare quell’attentato come, invece, aveva fatto nel caso di quello di Zaniboni dell’anno prima.

L’attentato di Anteo Zamboni e il suo linciaggio

Il 31 ottobre a Bologna, durante la commemorazione della marcia su Roma, dalla folla ammassata lungo la via su cui viaggiava l’auto con a bordo Mussolini, Arpinati e Dino Grandi. Partì un colpo d’arma da fuoco, che sfiorò il petto del duce. Immediatamente un gruppo di fascisti saltò addosso ad un quindicenne e lo massacrò. Sul suo corpo vennero trovati segni di strangolamento, tredici pugnalate e l’impatto di una pallottola. Quindi, attorno a lui vi erano persone armate, che lo avevano tempestivamente fatto fuori, forse per impedirgli, una volta arrestato di rivelare qualcosa: i moventi o i mandanti del suo attentato? Si chiamava Anteo Zamboni.

Secondo il processo condotto dal Tribunale Speciale (introdotto dalle leggi fascistissime, che vedremo più avanti), Anteo, come il padre, il fratello e una zia, apparteneva ad una famiglia di «sovversivi immorali». Nel ’28 il padre e la zia furono condannati come complici a trent’anni di reclusione, il fratello, Mammolo, fu inviato al confino, poi andò esule in Svizzera e nel ’40 fu riammesso dei ranghi del Partito fascista [1].

19 e 20 novembre 1926: la Camera e il Senato approvarono le prime leggi fascistissime

L’attentato di Bologna fu subito presentato come un complotto ordito dagli antifascisti, costituendo così il pretesto di cui Mussolini aveva bisogno per sviluppare l’apparato repressivo progettato. Ancor prima di imboccare la via legislativa, però, il governo ordinò ai prefetti di sopprimere gli ultimi organi di stampa dell’opposizione e Mussolini lasciò che i fascisti devastassero i loro locali.

Il 15 novembre del ’26, dunque, il consiglio dei Ministri approvò diversi provvedimenti repressive e la legge per «la difesa dello Stato». Questi testi, noti come leggi fascistissime, vennero approvati dalla Camera il 19 e dal Senato il 20 novembre.

La pena di morte per i “traditori” e il carcere per chi ricostituiva o aderiva alle organizzazioni disciolte

Esse prevedevano la pena di morte per chiunque avesse commesso un atto diretto contro la vita, l’integrità fisica o la libertà personale del re, della regina, del principe erede o del capo del governo, nonché per chi avesse rivelato segreti militari, avesse attentato all’indipendenza della patria, avesse promosso l’insurrezione contro i poteri dello Stato o istigato la guerra civile. Inoltre, infliggevano lunghe pene detentive a chi ricostituiva le organizzazioni disciolte o si affiliava ad esse.

 

Scioglimento di tutti i partiti e delle organizzazioni antifascisti, soppressione dei giornali antifascisti

Ma quali erano le organizzazioni disciolte? Lo spiegavano le norme. Il Regio Decreto n. 1848 del 6 novembre 1926 , infatti, stabiliva, anche e ancor prima, lo scioglimento di tutti i partiti – così, rendendo legale soltanto quello fascista – e di tutte le organizzazioni suscettibili di agire contro il regime la revoca dei gestori di tutti i giornali antifascisti e la soppressione di tali giornali.  Altre norme annullavano tutti i passaporti e infliggevano gravi sanzioni agli emigrati clandestini.

Il confino di polizia

Infine, veniva istituito il confino di polizia (Regio Decreto n. 1848/26 Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza) per coloro che avessero «commesso o manifestato il deliberato proposito di commettere atti diretti a sovvertire violentemente gli ordinamenti sociali, economici o nazionali».

L’OVRA, il Tribunale Speciale e la retroattività delle norme penali per la difesa dello Stato

Affinché le leggi fascistissime potessero essere applicate occorrevano le adeguate strutture. Così vennero fondati, in quel 1926, due organi deputati ad applicare quella legislazione dittatoriale: l’OVRA (il significato della sigla non è mai stato del tutto chiaro, né era spiegato dalla norma che la introduceva, il Regio Decreto n. 1904: poteva stare per Organizzazione di Vigilanza e Repressione dell’Antifascismo oppure per Opera Volontaria di Repressione Antifascista) era una polizia politica, segreta, alle dirette dipendenze del regime, e, ad appena due settimane di distanza dall’approvazione delle leggi liberticide, arrestò un gran numero di persone, soprattutto, tra i membri della cosiddetta «centrale comunista», molti dei quali furono deportati nei “bagni di fuoco” delle isole o in piccoli centro del Meridione o del Settentrione (Pantelleria, Ustica, Ventotene, Tremiti, Roccanova, Eboli, Savelli, Aprica); il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato (istituito con la Legge n. 2008/26) era competente per i delitti previsti dalle sopracitate norme approvate dal Consiglio dei Ministri il 5 novembre, seguiva una procedura rapida, severissima, da stato di guerra, pronunciava sentenze inappellabili e non era vincolato dal principio di irretroattività, tanto che giudicò e condannò delle persone che avevano realizzato dei comportamenti prima dell’entrata in vigore delle leggi, elaborate dal ministro Rocco, che le vietava e puniva.

La retroattività della legge penale anche allora era sinonimo di inciviltà, di barbarie, di arbitrio e dispotismo, ma non vi fu una grande levata di scudi, nemmeno da parte di coloro che avrebbero potuto opporvisi senza correre il rischio della repressione fascista, ad esempio e in primo luogo Vittorio Emanuele III. Il Tribunale Speciale, per giunta, non ero composto da membri togati ma da cinque consoli della milizia fascista e presieduto da un generale.

 

In conclusione, che l’attentato di Bologna abbia o meno svolto un ruolo paragonabile a quello che avrà l’incendio del Reichstag per il regime hitleriano, resta il fatto che le leggi fascistissime, approvate dal Senato 98 anni orsono, un mese dopo quel colpo di pistola che sfiorò Mussolini, furono una tappa fondamentale per instaurare la dittatura in Italia e “fecero scuola” per molti altri aspiranti dittatori in Europa e altrove.

Infatti, con le leggi fascistissime furono totalmente soppresse la libertà di stampa, la libertà della persona, del pensiero, dell’espressione e della parola. E, come abbiamo visto, il Partito Nazionale Fascista divenne l’unico partito ammesso, essendo stati sciolti tutti i partiti, le associazioni e le organizzazioni volte ad esplicare un’azione contraria al regime.

 

Alberto Quattrocolo

Fonti

A. Dal Pont e S. Carolini (a cura di), Il regime fascista di fronte al dissenso politico e sociale, in L’Italia al confino 1926-1943 (pp. XXI-CI), Milano, La Pietra, 1983

R. De Felice, Mussolini il Rivoluzionario, Torino, Einaudi, 2005

R. De Felice, Le interpretazioni del fascismo, Milano, Laterza, 2005.

P. Milza, Mussolini, Roma, Carocci, 2000

G. Pisanò, Storia del Fascismo, Milano, Pizeta, 1990

[1] Negli archivi della segreteria particolare di Benito Mussolini vi sono dei documenti che presentano Anteo e, la madre e la zia come persone con disturbi psichici, inoltre costoro e il padre sono descritti come ex anarchici, diventati fascisti, pur senza ripudiare le convinzioni precedenti. Inoltre, sono raccolte testimonianze secondo le quali poco prima che arrivasse l’auto su cui viaggiava il duce, vi sarebbe stata una distribuzione di pugnali ad alcuni giovani.

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