L’attualità e la verità di Indovina chi viene a cena

Il 3 aprile del 1968, usciva nelle sale cinematografiche italiane Indovina chi viene a cena (1967, di Stanley Kramer). Era una commedia, un film pensato per divertire, commuovere e fare riflettere. Infatti, Indovina chi viene a cena mostrava come i pregiudizi e la violenza morale, propri del razzismo, possono influenzare anche chi razzista non è. Il film, quindi, conserva tutta la sua attualità nel rappresentare come, pure in coloro che sanno che esiste una sola razza, quella umana, il sapersi circondati da concittadini pieni di odio razziale significhi rischiare di subire un sotterraneo ricatto morale. Un condizionamento inconsapevole, che riduce la libertà di scegliere perfino a chi volere bene.

Indovina chi viene a cena: una commedia sui pregiudizi inconsapevoli e sulle paure di chi con i pregiudizi altrui si deve misurare

La trama, arcinota, la sia può condensare in poche parole: una coppia di San Francisco (Matt e Christina Drayton, interpretati da Spencer Tracy e Katharine Hepburn), che vive in una casa magnifica la cui terrazza si affaccia sul Golden Gate, una coppia altoborghese e progressista, liberal, apprende improvvisamente che la loro giovane (ventitreenne) e bellissima figlia (Joanna, interpretata da una nipote della Hepburn, Katharine Houghton), intende sposare la settimana dopo un uomo, conosciuto in una vacanza alle Hawaii, il dottor John Prentice (Sidney Poitier) [1].

Gli esseri umani sono tutti uguali ma non sposare qualcuno con una pelle di un altro colore

Katharine, anche dopo aver appreso che il dott. Prentice è un afro-americano, viene contagiata dall’entusiasmo della figlia. E dice al suo corrucciato marito che, quando hanno educato Joanna ai valori dell’uguaglianza tra gli esseri umani, non hanno aggiunto la postilla ma non sposare uno con una pelle di colore diverso.

«Lei ha imparato quelle cose che le abbiamo insegnato, e cioè che era ingiusto ritenere che i bianchi fossero, non si sa per quale ragione, superiori ai negri, così come ai rossi e ai gialli naturalmente. E che quelli che la pensano così sono in errore, alcuni per malvagità, altri per stupidità, ma sempre sempre in errore. Questo le abbiamo detto. E quando l’abbiamo detto non abbiamo aggiunto: “Però non ti innamorare di un uomo di colore!”», ricorda la Hepburn a Tracy.

I principi e la realtà

A favore dei matrimoni misti è anche il loro amico di famiglia, il cattolico monsignor Ryan (interpretato dal grande caratterista Cecil Kellaway). Entrambi, ma soprattutto la moglie, fanno presente a Matt che se non si può essere anti-razzisti soltanto a parole.

E Matt? Matt è angosciato, e l’angoscia lo rende irritabile, anzi lo chiude in una sorta di mutismo risentito e angosciato. Confida al prete la sua rabbia, ma anche il suo senso di solitudine. Ha la sensazione di essere il solo a conoscere e ponderare la reale dimensione di quanto sta accadendo. E, in modo, aggrovigliato, maldestro ed inefficace, tenta di spiegarlo all’amico:

«Se Joey avesse portato a casa uno sciancato e avesse detto “mamma, questo è l’uomo che amo”, Christina avrebbe detto “oh, davvero, ma che bellezza! Facciamo una festa per celebrare l’avvenimento!».

«Quanto a voi due e ai problemi che dovrete affrontare, mi sembrano quasi inimmaginabili».

Il vecchio amico Mike, però, non lo fa sentire ascoltato, ma giudicato. Sicché sbotta:

«Visto che tu fai il prete, visto che figli non ne hai, mi domando come cavolo fai a sapere cosa prova un padre in una situazione come quella in cui mi trovo io! Non puoi saperlo!!».

Non gli è da meno, del resto, il reverendo Mike, il quale, temendo che Matt sia in procinto di negare il suo assenso, arriva a dirgli:

«Mio caro amico, io vorrei con tutto il cuore poterti convincere, e se avessi dieci anni di meno, per impedirti di andare giù con queste intenzioni forse arriverei al punto di sbarrarti la strada con la forza!».

Il fatto è che il conflitto interno di Matt non sorge tanto, in realtà, dal disagio vissuto di fronte alla concretezza dell’unione tra sua figlia e un nero. Sorge dall’angoscia di un padre consapevole che la cattiveria e l’ottusità del mondo non conoscono limiti e che andranno certamente a colpire, violentemente e profondamente sua figlia, l’uomo che lei ama e i loro figli.

L’attualità di Indovina chi viene a cena

Come abbiamo ricordato in un altro post su questa rubrica Indovina chi viene a cena costituì il terzo successo mondiale conseguito quell’anno dal quarantaduenne Sidney Poitier (gli altri due enormi successi furono La calda dell’ispettore Tibbs, di Norman Jewison, e La scuola della violenza, del romanziere e regista britannico James Clavell) [2]. La critica, però, specie nel decennio dei Settanta, strapazzò molto il film [3]. Veniva contestato, soprattutto, da sinistra. In particolare, Indovina chi viene a cena era considerato una commedia sdolcinata, che edulcorava la realtà e non si soffermava su altri e ben più gravi problemi culturali, sociali e politici. Oggi, però, quelle critiche paiono perdere un po’ di consistenza. Anche se è vero che c’è un lieto fine sulle note di The Glory of Love e che Matt nel finale afferma:

«Quanto a voi due e ai problemi che dovrete affrontare, mi sembrano quasi inimmaginabili. Ma tra questi io non ci sono».

Indovina chi viene a cena e la violenza razzista in Italia

Tuttavia, ora come cinquantadue anni fa, “i problemi” di queste coppie sono forse inimmaginabili. Immaginabili, però, sono di sicuro i comportamenti e gli atteggiamenti di violentissima cattiveria razzista cui vanno incontro (qui se ne riporta uno soltanto tra i tantissimi). E che soffrono i loro figli. Non si contano più ormai, in Italia, le aggressioni razziste contro chi ha la pelle scura, si tratti di italiani o stranieri, o di figli di coppie composte da italiani e stranieri, come non si contano le violenze e le discriminazioni ai danni di italiane e italiani che “osano” avere relazioni affettive o di semplice e dichiarata solidarietà verso una/o straniera/o con la pelle scura (immigrato o meno). Quando cinquantuno anni fa Indovina chi viene a cena fu proiettato nei cinema italiani, i temi che sollevava, credevamo, non ci riguardavano [4]. Potevamo illuderci di essere immuni da quell’odio razzista che, invece, imperversava negli Stati Uniti, dove fino al 12 giugno 1967 i matrimoni misti (tra bianchi e neri) erano vietati per legge in 17 stati. Ma, oggi, nel 2019, una versione italiana di Indovina chi viene a cena susciterebbe picchetti razzisti davanti alle sale e, se fosse un film televisivo prodotto dalla RAI, forse anche qualche ostacolo alla sua trasmissione.

«E adesso io credo che, non importa qualunque obiezione possa fare un bastardo contro la vostra intenzione di sposarvi…»

Si pensi, infatti, alla parte finale del monologo di Tracy:

«Voi però lo sapete, e io so che lo sapete che cosa sfidate, ci saranno 100 milioni di persone qui negli Stati Uniti che si sentiranno disgustate, offese, provocate da voi due e dovrete conviverci. Magari ogni giorno, per il resto delle vostre vite. Potrete cercare di ignorarne l’esistenza o potrete sentire pietà per loro e per i loro pregiudizi, la loro bigotteria, il loro odio cieco e le loro stupide paure. Ma quando sarà necessario dovrete saper stare stretti l’uno all’altra e mandare al diavolo questa gente. Chiunque potrebbe farne un dannato caso del vostro matrimonio. Gli argomenti sono così ovvi che nessuno deve sforzarsi di cercarli. Ma siete due persone meravigliose, a cui è capitato di innamorarsi e a cui è capitato di avere una diversa ‘pigmentazione’. E adesso io credo che, non importa qualunque obiezione possa fare un bastardo contro la vostra intenzione di sposarvi, solo una cosa ci sarebbe di peggio: se sapendo ciò che voi due siete, sapendo quello che avete, sapendo ciò che provate… non vi sposaste».

La stretta relazione tra fiction e realtà

Nel finale di Indovina chi viene a cena, in quel discorso che Matt rivolge a tutti i presenti, inclusi i genitori del dott. Prentice, venuti apposta da Los Angeles, vi era anche molta realtà personale. Vi è un passaggio assai significativo in tal senso nel quale Matt si rivolge alla sua futura suocera (Beath Richards), la quale, favorevole senza esitazioni al matrimonio, gli aveva polemicamente rinfacciato di non ricordare più cosa significa essere innamorati.

«Lei ha torto, signora; ha torto assolutamente. Ammetto di non averlo considerato, di non averci nemmeno pensato, ma so esattamente cosa prova per lei e non c’è nulla, assolutamente nulla che suo figlio provi per mia figlia che io non abbia provato per Cristina. Vecchio? Si. Idiota? Sicuramente. Ma posso dirle che i ricordi sono ancora qui, chiari, intatti, indistruttibili. E resteranno qui anche se arriverò a 110 anni. Credo che John abbia sbagliato nel dare troppo peso a ciò che io e mia moglie avremmo potuto pensare. Perché nell’analisi finale, non importa un cavolo di ciò che noi pensiamo, l’unica cosa che conta è quello che loro provano, e quanto amore provano l’uno per l’altro. E se è anche solo la metà di quello che abbiamo provato noi… [guardando la Hepburn] allora è tutto».

L’amore vero tra Katharine Hepburn e Spencer Tracy

Anche Spencer Tracy e Katharine Hepburn, mentre giravano Indovina chi viene a cena, ricordavano tutto e si amavano, tantissimo e profondamente come venticinque anni prima [5]. I due erano stati amanti per anni, ma non si erano potuti sposare, perché Tracy era già sposato ed era cattolico (irlandese di origine), e la Chiesa non ammetteva il divorzio. Però vivevano come marito e moglie. Indovina chi viene a cena era il nono film che interpretavano insieme. Ma sapevano che sarebbe stato l’ultimo. Tracy era già seriamente malato da circa 4 anni [6]. Furono la convinzione sull’importanza del messaggio di Indovina chi viene a cena e l’amore della Hepburn, non solo a motivarlo, ma anche a sorreggerlo nella lavorazione. Tracy, Poitier la Hepburn e il regista erano amici e condividevano le stesse idee e lo stesso impegno politico.

Il comune impegno politico, l’amore e l’amicizia

Stanley Kramer aveva già diretto Tracy in tre film e tra i due c’era una fiducia totale [7]. Inoltre aveva diretto Poitier, anch’egli convintissimo della validità del progetto, in un’altra celebre opera antirazzista, La parete di fango (1958), affiancandolo ad un bravissimo Tony Curtis. Ma Kramer si fidava anche ciecamente anche della Hepburn, che da quattro anni si era allontanata totalmente dal lavoro e si era data anima e corpo al suo compagno, prendendosene cura con amore infinito. Così, non solo era vero il Parkinson ormai incontrollabile che la Hepburn non poteva non mostrare nei primi piani, ma lo erano anche quegli occhi lucidi con cui guardava il suo amato Tracy in Indovina chi viene a cena.

La verità di quegli occhi lucidi

Spencer Tracy miracolosamente sopravvisse allo sforzo delle riprese (durate dal 19 febbraio al 26 maggio 1967) e morì due settimane dopo (il 10 giugno, alle sei del mattino per un attacco cardiaco). Non vide mai il film. Neppure la Hepburn lo guardò mai. Non ci riusciva perché le ricordava troppo Tracy.  Quando ritirò l’Oscar Kate dichiarò che lo considerava un riconoscimento per entrambi, per lei e per Spencer [8].

Alberto Quattrocolo

[1] La ragazza, però, non pensa di informarla del fatto che Prentice è un afro-americano. Infatti, la prima cosa che il dott. Prentice dice a Christina è: «Signora, io sono medico, quindi spero che lei non si offenda se le dico di sedersi prima di cadere». In effetti, egli è un medico. Un medico affermato, anzi un organizzatore umanitario e uno scienziato, con un curriculum degno di un premio Nobel e di Albert Schweitzer. Ed è anche un uomo sensibile, che ha sofferto (è vedovo) e che conosce la vita e il mondo in cui egli vive. Infatti, se Joanna, al settimo cielo, non si accorge del disagio di papà e mamma, egli si sente in dovere di comunicare in privato a Matt che è consapevole delle difficoltà che i pregiudizi diffusi creeranno loro e soprattutto che non sposerà la ragazza senza il consenso suo e di Christina.

[2] Indovina chi viene a cena fu candidato a 8 Oscar (incluso una postuma per S. Tracy, come migliore attore protagonista) e lo ottenne per la migliore attrice protagonista (K. Hepburn) e la migliore sceneggiatura originale (di William Rose). La statuetta come migliore attore protagonista andò a Rod Steiger per La calda notte dell’ispettore Tibbs (1967, di Norman Jewison)

[3] Lo bollò come “ipocrita”, “mendace” e, perfino, come “spazzatura”.

[4] Ne abbiamo parlato anche in questo post della rubrica Riflessioni: Gran brutta malattia, il razzismo, più che altro strana…). Indovina chi viene a cena uscì negli USA il 12 dicembre del 1967 ed ebbe subito un successo di pubblico straordinario. Un successo poi replicato in Europa e altrove.

[5] Quando si erano conosciuti sul set de La donna del giorno (1942, di George Stevens), la Hebpurn aveva mormorato al regista che l’attore era un po’ troppo basso per lei. Si era sentita rispondere di non preoccuparsi che ci avrebbe pensato Tracy ad abbassarla un po’.

[6] Le sue condizioni erano così brutte che aveva dovuto rifiutarsi di interpretare almeno due film che lo avevano interessato moltissimo: Il grande sentiero (1964, di John Ford) e Cincinnati Kid (1966, di Norman Jewison). Del primo lo attirava terribilmente la possibilità di partecipare ad un film riparatore dei tanti torti cinematografici rivolti ai nativi-americani e di essere diretto dal più grande maestro del cinema: John Ford. Del secondo lo attiravano le caratteristiche del personaggio che avrebbe dovuto interpretare e la possibilità di lavorare con Steve McQueen, astro ribelle in ascesa.

[7]  … E l’uomo creò Satana (1960) Vincitori e vinti del ’61 (ne abbiamo parlato nel post su Richard Widmark, un attore, come abbiamo scritto, che amava moltissimo Tracy) e Questo pazzo, pazzo, pazzo, pazzo mondo (1963)

[8] Spencer Tracy fu candidato in tutto sette volte al premio Oscar e lo ottenne due volte: una come migliore attore non protagonista per Capitani coraggiosi (1937, di Victor Fleming) e uno come miglior attore protagonista per La città dei ragazzi (1938, di Norman Taurog).

Fonti

La visione del film

AA.VV., Storia del cinema mondiale, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2000.

Paola Cristalli, Commedia americana in cento film, Le Mani, Genova, 2007.

Romano Tozzi, Spencer Tracy, Milano Libri Edizioni, Milano, 1976.

 

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