“L’ascolto politico” come possibile ponte tra la testa e la pancia dei cittadini e della politica

«Il sentimento è forse un sacco di patate, tanto al chilo, che si possa misurarlo? Sono una macchina, io? Tra poco mi sentirò dire che a usare i miei sentimenti rischio di consumarli», ribatte il dottor Aziz, uno dei protagonisti di Passaggio in India (di Edward M. Forster), al suo amico Fielding, che lo aveva invitato ad avere un atteggiamento più razionale. Con questa e con altre espressioni, Aziz cerca di far capire sia la portata dei suoi vissuti sia come questi, dal suo punto di vista, siano rigorosamente razionali. In termini assai diversi questa battuta ne ricorda un’altra celebre di Massimo Troisi in Pensavo che fosse amore invece era un calesse (M. Troisi, 1991): «Ma perché siete tutti così sinceri con me? Che cosa vi ho fatto di male, io?».

Entrambe le citazioni rinviano al fatto che quando si cerca di fare cambiare idea a qualcuno e, soprattutto, si tenta di persuaderlo sul carattere inappropriato o disfunzionale dei suoi sentimenti o delle sue emozioni, occorre tenere presente la possibilità che si risenta e che opponga resistenza.

Un’altra citazione, invece, può essere utilizzata a proposito dell’atteggiamento opposto, cioè quello di chi cerca di alimentare la fiamma di sentimenti conflittuali che ancora non si sono accesi. Nel Giulio Cesare di Shakespeare è Cassio che, rivolgendosi, a Bruto tenta questa impresa: «Poiché non puoi vedere te stesso  meglio che di riflesso, io, tuo specchio, modestamente ti farò scoprire ciò che ancora non consci di te stesso». L’operazione gli riuscirà, ma, come osserva lo stesso Cassio, Bruto è già sull’orlo della risoluzione verso cui si tenta di sospingerlo.

Si potrebbe dire che l’atteggiamento di Fielding verso Aziz in Passaggio in India e quello di Cassio verso Bruto siano assimilabili a due ipotetiche modalità opposte di porsi, in termini di comunicazione, della politica verso una porzione della popolazione particolarmente arrabbiata, delusa, spaventata, disperata o angosciata. In particolare, rispettivamente: “parlare alla testa” e “parlare alla pancia”.

Nei post precedenti si sono formulate delle ipotesi circa due possibilità della politica (quella che parla alla pancia e quella che parla alla testa) di rapportarsi con i cittadini, mettendo in luce come da entrambe potrebbe derivare una dinamica conflittuale proprio tra la politica e i cittadini. La suggestione di partenza, come annotato in chiusura o in apertura di quegli articoli, era fornita da alcune pellicole cinematografiche: Alba Fatale (di William A. Wellman, 1943), Tutti gli uomini del re (Robert Rossen, 1949), Mezzogiorno di fuoco (di Fred Zinnemann, del 1952), Johnny Guitar (Nicholas Ray, 1954) e La campana ha suonato (Allan Dwan, 1954), …E l’uomo creò Satana (Stanley Kramer, 1960), Mystic River (Clint Eastwood, 2003) e, La giusta distanza (Carlo Mazzacurati, 2007).

L’elemento comune di queste pellicole, molto diverse tra di loro, ovviamente, mi pare possa rinvenirsi in una sorta di duplice esplorazione: da un lato, quella delle implicazioni dannose, quando non catastrofiche derivanti dall’assecondare o sfruttare il malcontento, la rabbia, l’impazienza, i pregiudizi e i timori diffusi in una comunità. Ciò è più evidente in alcune pellicole che costituiscono metafore piuttosto palesi della “caccia alle streghe” sviluppatasi negli USA nel secondo dopoguerra (Johnny Guitar e La campana ha suonato), ma è rinvenibile anche in film assai distanti dalla denuncia del maccartismo (Alba fatale, Mystic River e La giusta distanza). I pericoli derivanti dal cavalcare la tigre dell’emotività però sono delineati anche in altre due opere (Tutti gli uomini del re, Mezzogiorno di fuoco), sia pure in termini assai diversi, in riferimento a situazioni in cui, pur non producendosi la figura del capro espiatorio, si perviene comunque ad una disgregazione insanabile del legame sociale oltre che del rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini; dall’altro, quella delle difficoltà vissute da chi conserva un atteggiamento razionale e riflessivo nel relazionarsi con individui e soprattutto con gruppi, formali e non, dominati da sentimenti forti e per lo più dolorosi e angosciosi. Le criticità nell’accogliere la rabbia impaziente di questi soggetti ha, infatti, in quasi tutte le opere citate, a prescindere dai finali variamente pessimistici, conseguenze nefaste per la comunità intera e, ancor di più, per chi  viene da essa calunniato (Alba fatale, Johnny Guitar e La campana ha suonato), isolato (Mezzogiorno di fuoco e La campana ha suonato), perseguito e condannato ingiustamente (… E l’uomo creò Satana e La Giusta distanza), infine giustiziato pur essendo innocente (Alba fatale, Johnny Guitar e Mystic River).

In breve, si potrebbe osservare che le pellicole citate, in realtà, si guardano dal condannare gli stati emotivi ed affettivi (anzi, è per merito dei vari sceneggiatori, registi ed interpreti se lo spettatore riesce senza fatica a capire le ragioni e comprendere i vissuti di chi poi nella trama si prevede che assuma comportamenti intolleranti, violenti o demagogici), ma ne illustrano le potenzialità distruttive derivanti dalla impossibilità di essere accolte e trasformate in pensieri, parole e dialoghi, invece che direttamente in azioni.

«Il contatto emozionale è garante del significato. Infatti perdere il contatto emozionale significa deprivare di senso l’esperienza, la possibilità di produrre pensiero autentico, di comprendere», afferma Blandino nelle Capacità Relazionali (Blandino G.,1996). E, recuperando suggestioni bioniane (Bion W. R., 1962, 1963 e 1965) – in virtù della quali la funzione del contenitore sarebbe quella di un’accoglienza empatica dei contenuti emotivi grezzi (non ancora pensati) altrui che aiuti a tradurli in pensiero e a renderli quindi anche verbalizzabili -, si potrebbe dire che il modo di rapportarsi del partito che parla alla pancia, cioè che, rilevando gli stati emotivi più dirompenti presenti in una popolazione, li fa propri e li rilancia sulla scena della politica, è quello del contenitore talmente elastico da non esistere (in altri termini su tale aspetto mi ero già soffermato in Una certa circolarità tra un inadeguato ascolto dei vissuti dei cittadini da parte della politica e il condizionamento di tali vissuti sulle decisioni politiche). Si può immaginare un sacchetto di plastica che invaso dall’acqua (il contenuto) si apre e la lascia defluire fuori. Mentre, il modo di porsi della politica che parla alla testa sarebbe quello di un contenitore troppo stretto o rigido rispetti ai contenuti emotivi di una determinata popolazione, sicché tali contenuti o non possono entrare nel contenitore o, se vengono accolti, finiscono danneggiati.

A questo punto, occorre precisare che, ovviamente, formulare ipotesi dai risvolti negativi ha senso se poi si propone anche un’opzione costruttiva. Senza pretendere di avere la capacità di individuare proposte creative, originali e ancor meno risolutive, si vuole qui suggerire che tra le due ipotesi prefigurate (parlare alla testa o parlare alla pancia) se ne dà una terza: quella dell’“ascolto”. Vale a dire una modalità di porsi in relazione con l’altro che si colloca anche al centro di ciò che altrove su questo blog ho definito la prospettiva del Political Conflict Management, cioè: ascoltare gli interlocutori per procurare una gestione efficace dei conflitti di rilevanza politica, inclusi quelli di cui si è protagonisti o rispetto ai quali non si è del tutto esterni. Si tratta, in effetti, di una modalità di prevenzione e di gestione dei conflitti fondata non su come si vorrebbe che questi si sviluppassero per poterli risolvere, ma su come effettivamente si sviluppano.

Come già evidenziato in altri articoli, tutte le forme di A.D.R. (Alternative Dispute Resolution) – arbitrato, conciliazione, mediazione-negoziazione -, infatti, sottolineano l’importanza dell’ascolto delle parti. Tra di esse, però, accenti diversi sono posti in ordine al tipo di ascolto da proporre, a seconda che sia esclusivamente o maggiormente attento alla dimensione cognitiva (gli interessi) ovvero a quella emotiva.

L’ipotesi qui sviluppata è che l’ascolto non possa essere riservato alle ragioni della ragione, dovendosi estendere anche alle “ragioni del cuore” (che, come diceva Blaise Pascal, ha regole che la ragione non conosce) o, se si preferisce, della pancia, senza che ciò significhi farsi portare via dalle emozioni e dei sentimenti altrui, come quando si arriva a colludere con esse e/o ad esserne condizionati.

Tuttavia, come ben sa chi ci ha provato almeno una volta, ascoltare davvero un individuo o, ancor di più, un gruppo o una massa di persone, può essere un’attività particolarmente stressante, specialmente se ciò accade in un in una cornice politica, cioè in una situazione assai diversa dal setting configurabile in un servizio di tipo psicologico, consulenziale, di sostegno, ecc.

Probabilmente, però, anche l’ascolto politico”, al pari di quello declinato in altri contesti relazionali, si rivela più agevolmente realizzabile, se messo in atto da un numero congruo di risorse umane, che siano dotate di una preparazione teorico-pratico-esperienziale, adeguata agli scopi specifici e fondata su una pratica effettiva e consolidata e su un’elaborazione approfondita.

Ascoltare, infatti, non è sinonimo di parlare, ma, assai spesso, si confonde l’attività di ascolto con un’altra: cioè quella del confronto, anche dialettico con l’altro. Certamente cercare di persuadere l’altro che le sue reazioni, idee o percezioni sono errate presuppone una previa, superficiale o profonda, comprensione di tali idee o percezioni, ma ribattere immediatamente ad esse, senza avere esplicitamente espresso di averle intese e – perché no? – senza avere manifestato di aver sentito i vissuti che le accompagnano, non necessariamente significa saper comunicare che si è ascoltato. Piuttosto, parrebbe che in tali circostanze si tenda più a dissuadere, oppure a persuadere, che a capire.

Tale atteggiamento non solo può rivelarsi inefficace ai fini del disinnesco di un conflitto, ma anche risultare involontariamente efficace nell’innescarlo. Anche qui giunge in aiuto l’Arte: “Or tu chi se’ che vuo’ sedere a scranna, Per giudicar di lungi mille miglia, Con la veduta corta di una spanna” (Paradiso, IXI, 79). Tali, infatti, potrebbero essere il vissuto e la reazione della cittadinanza che si sentisse giudicata negativamente per i sentimenti, le opinioni, le idee e le richieste di cui è portatrice.

In un’ottica di Political Conflict Management, dunque, occorrerebbe che il politico riuscisse ad ascoltare davvero (e, quindi, a farlo in modo neurale), in primo luogo, gli interlocutori critici verso la sua azione politica, amministrativa o legislativa. E per ascoltare si intende qui non solo lasciare esprimere le opinioni, ma soprattutto accogliere i timori, le ansie, le angosce, le preoccupazioni, le insoddisfazioni, le frustrazioni e riconoscere anche la rabbia e il risentimento di cui si è eventualmente oggetto.

Si potrebbe obiettare che ciò non vale a far superare quei vissuti negativi. Certamente. Però, l’obiettivo dell’ascolto non dovrebbe essere far cambiare le idee o gli stati d’animo dell’altro, ma farlo sentire ascoltato e non giudicato e contrastato. Rispettato e non delegittimato. Considerato e non manipolato. Compreso e non meccanicamente assecondato.

Dire ai nostri interlocutori che ci è parso di sentire della rabbia, della sfiducia e del rancore da parte loro nei nostri confronti, se non altro vale a comunicare che tali emozioni e sentimenti non ci spaventano, non sono tabù e, se reali, siamo in grado di riconoscerli e accoglierli, anziché essere propensi a respingerli per la loro scomodità.

Del resto, non tanto marginalmente, si può rilevare che riconoscere la rabbia o la delusione, la paura o la frustrazione non equivale ad accrescerle né ad essere collusivi con esse, ma, semmai, serve a contenerle, specie nella misura in cui dovessero in parte essere frutto più di percezioni che di un esame obiettivo della realtà. Mentre il non riconoscere quelle emozioni e quei sentimenti non solo non serve a risolverli o a “farli passare”, ma porta ad accrescerli e a radicarli ancora di più.

In breve, l’ambito di ricaduta dell’ascolto è la relazione. Se questa è preservata su un fronte – quello del politico che guarda ai cittadini -, in virtù dell’avvenuto riconoscimento, quale frutto dell’ascolto, allora tendenzialmente lo è anche sull’altro fronte – quello dei cittadini che guardano al politico.

In altre parole, il rispetto e la fiducia sarebbero reciproci e sussisterebbero, pur nel permanere di una eventuale disparità di vedute. E, se queste divergenze fossero gestite all’interno di una condizione relazionale come quella sopra descritta, allora, il controllo non sarebbe in mano ai rapporti di forza, al ricatto delle emozioni e delle possibilità di influenzamento di queste sulla condotta delle parti, come prospettato nella serie dei post sul tema, avviata con La politica che parla (soprattutto) alla pancia.

Riassumendo: l’ascolto politico, qui delineato soltanto nelle sue linee generali, non consisterebbe nel tentare di convincere, e neppure nel lasciarsi convincere, ma nello sforzarsi di comprendere e di far sentire compreso l’interlocutore. Non sarebbe un fine, pertanto, ma un mezzo. O, se si preferisce, sarebbe da intendersi contemporaneamente come una fase e come un approccio, trasversale a diverse fasi, del rapporto politica-comunità, la cui valenza principale sarebbe, quindi, prevalentemente collocabile sul registro relazionale. Il che la renderebbe potenzialmente utile per l’avvio e per l’accompagnamento di dibattiti e confronti concentrati sul merito dei problemi e delle diverse possibili soluzioni, liberandoli, così, da influenze ed aspettative emotive esasperate (irrealistiche, ricattatorie, vendicative, demonizzanti, idealizzanti, ecc.).

 

Alberto Quattrocolo

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