L’abominevole Operazione Barbarossa

Operazione Barbarossa era il nome in codice adottato dai tedeschi per l’invasione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Deliberata definitivamente da Adolf Hitler il 18 dicembre del 1940, l’ Operazione Barbarossa fu avviata 6 mesi dopo, il 22 giugno del 1941. Secondo i piani del Führer doveva essere una guerra lampo  (Blitzkrieg) dall’impatto devastante per l’U.R.S.S., in particolare, l’idea di fondo era di ottenere su quel fronte gli stessi rapidi e prodigiosi risultati bellici conseguiti sconfiggendo l’ esercito polacco. Il 1° settembre del ’39, infatti, la Germania aveva dato il via alla Seconda Guerra Mondiale, attaccando e devastando rapidamente la Polonia, poi si era impadronita della Danimarca e aveva occupato la Norvegia entro la primavera del 1940. E, se il 14 giugno di quell’anno i soldati di Hitler, dopo aver sbaragliato le forze anglo-francesi, avevano marciato a Parigi, sotto l’Arco di Trionfo, 8 giorni dopo la Francia, nel frattempo vilmente e pateticamente attaccata anche dall‘Italia di Mussolini (lo abbiamo ricordato su questa rubrica, nel post 20 giugno 1940 l’attacco infame e fallimentare dell’Italia alla Francia), si era arresa alla Germania. La sequenza sconvolgente delle fulminee vittorie naziste in Europa, ormai quasi tutta occupata, si era interrotta solo con la mancata realizzazione dell’Operazione Leone Marino (l’abbiamo ricordata qui), cioè l’invasione dell’Inghilterra. Grazie all’abilità e al coraggio dei piloti della Royal Air Force, alla determinazione quasi sovrumana del nuovo primo ministro, Winston Churchill (si veda il post Quando Churchill promise lacrime e sangue), a capo di un governo comprendente tutte le forze politiche, e alla coesione del popolo britannico, Hitler era stato fermato. In questa cornice si collocava l’ Operazione Barbarossa.

La fine della luna di miele nazi-sovietica

Due anni prima, il 23 agosto 1939, 8 giorni prima di dare il via alla guerra, aggredendo la Polonia, la Germania nazista e l’U.R.S.S. avevano firmato un trattato, noto come il “patto Ribbentrop-Molotov“, dal nome dei rispettivi ministri degli Esteri. Tale patto aveva disciplinato la spartizione della Polonia e stabilito il principio della non aggressione. Grazie ad esso la Germania aveva potuto non solo aggredire lo stato polacco, per poi procedere alle successive aggressioni delle altre nazioni europee, senza temere un’offensiva sovietica da est e continuando a ricevere forniture di petrolio, grano ed acciaio provenienti proprio dall’impero sovietico. Parallelamente, l’Unione Sovietica aveva occupato la porzione orientale della Polonia, come previsto nel trattato nazi-sovietico e il 30 novembre 1939 aveva attaccato la Finlandia, contando sull’acquiescenza tedesca. Hitler, però, aveva continuato a considera l’Unione Sovietica come il suo principale nemico. Sicché, se il suo programma iniziale era stato quello di assicurarsi prima una vittoria definitiva ad occidente, annientando anche la Gran Bretagna, per poi attaccare in un secondo momento la Russia, dall’estate  del 1940, cominciò a pensare che quest’invasione non potesse essere ulteriormente posposta.

I reciproci imbrogli tra Stalin e Hitler

Essendo sfuggita la vittoria definitiva sull’Inghilterra ed essendo fallito il tentativo del suo alleato italiano di darle un colpo mortale nel Mediterraneo e nel Nord Africa, dove, anzi, le truppe di Mussolini, nel tentativo di prendere l’Egitto, subivano una sconfitta disastrosa,  non dissimile da quella di invasione della Grecia, muovendo dall’Albania, Adolf Hitler si persuase che, se avesse invaso e battuto l’Unione Sovietica, avrebbe privato Churchill della speranza di ottenere un giorno l’aiuto di Stalin contro la Germania, deprimendo, così, definitivamente lo spirito combattivo inglese. Inoltre, all’inizio dell’estate del 1940 era iniziata una vera e propria, per quanto non dichiarata, gara di cinismo e scaltrezza tra lui e Stalin. L’Unione Sovietica a  fine giugno-inizio luglio 1940 aveva imposto alla Romania di cederle oltre alla regione della Bessarabia anche la parte settentrionale della Bucovina e aveva occupato il territorio di Herța, suscitando in Hitler il timore di perdere in un prossimo futuro il petrolio rumeno. Così, il Führer, alla fine del settembre 1940, s’impegnò a garantire i ridimensionati confini della Romania, dopo che altri territori rumeni erano stati ceduti a Paesi filo-tedeschi, in virtù di accordi imposti dalla Germania. Cioè, una parte della Transilvania settentrionale all’Ungheria e la Dobrugia meridionale alla Bulgaria.

«Quando comincerà l’ Operazione Barbarossa il mondo tratterrà il fiato», Adolf Hitler

Il 18 dicembre 1940 il Führer diramò, quindi, la direttiva n. 21 per l’attuazione dell’ Operazione Barbarossa. Ma non condivise tale piano con il suo alleato, Benito Mussolini, che aveva convocato per un incontro al Berghof, sopra Berchtesgaden, per il 19 e il 20 gennaio del 1941. Umiliato per le disfatte italiane in Egitto e in Grecia, Mussolini non aveva alcuna voglia di fare quel viaggio, ma fu piacevolmente sorpreso quando il dittatore tedesco lo accolse con calore ed evitò di rimproverarlo per la sua cattiva prova sui campi di battaglia. La sorpresa, però, non gli impedì di notare che in Hitler si era sviluppato uno stato d’animo decisamente antirusso. Il Führer, infatti, non si fidava della capacità degli italiani di mantenere il segreto e, per questo, aveva deciso di non rivelare neppure l’idea generale dell’Operazione Barbarossa. Un’operazione che stava iniziando ad entusiasmarlo, man mano che si convinceva del suo sicuro successo, tanto che nel consiglio di guerra del 18 febbraio ai suoi generali disse:

«Quando comincerà l’ Operazione Barbarossa il mondo tratterrà il fiato e non farà alcun commento».

Nella direttiva segretissima del 18 dicembre del 1940 Hitler aveva scritto:

«Le forze armate tedesche debbono prepararsi a schiacciare la Russia in una rapida campagna prima che la guerra contro l’Inghilterra sia terminata. A tal fine l’esercito impiegherà tutte le unità a disposizione, tranne quelle necessarie per salvaguardare da attacchi di sorpresa i territori europei occupati. I preparativi dovranno essere condotti a termini entro il 15 maggio 1941. Occorre usare la massima prudenza per evitare che trapeli la nostra intenzione di attaccare».

«E’ la guerra. Credete che ce la siamo meritata?», Molotov

L’attacco, quindi, inizialmente era previsto per il mese di maggio del 1941, ma le sconfitte italiane sul fronte greco e l’imprevisto colpo di stato a Belgrado, indussero Hitler a posticipare l’avvio dell’ Operazione Barbarossa, per procedere prima alla conquista della Jugoslavia e della Grecia. Sicché il signore nazista della guerra, il 30 aprile del 1941, decise che l’Operazione Barbarossa sarebbe iniziata il 22 giugno 1941.

«Rimandatelo a quella puttana di sua madre. Non è una fonte ma un disinformatore», Stalin

Tra l’autunno del 1940 e la primavera del 1941 Hitler aveva iniziato un enorme spostamento di materiali, mezzi e truppe verso i confini orientali del Reich, mentre aerei da ricognizione tedeschi ad alta quota studiavano il terreno in vista della prossima avanzata: tali attività non erano sfuggite ai servizi segreti sovietici, ma questi segnali erano respinti da Stalin, il quale non solo non aveva protestato con il governo tedesco, ma aveva ordinato alla stampa sovietica di tacere su tali fatti, aveva imposto di adempiere generosamente agli invii pattuiti rifornimenti di grano, materiali e materie prime alla Germania e si era rifiutato di mobilitare l’esercito. Ciò anche se a fine marzo il Sottosegretario di Stato statunitense Sumner Welles, su disposizione del Segretario di Stato Cordell Hull, aveva trasmesso, all’ambasciatore sovietico a Washington, Konstantin Umanskij, un rapporto, basato su informazioni provenienti da affidabili fonti tedesche, in cui era rivelata l’intenzione della Germania nazista di attaccare di lì a poco l’Unione Sovietica. Inoltre, Stalin non tenne in alcun conto un memorandum reali intenzioni di Hitler, fattogli pervenire dal Primo Ministro Britannico, Winston Churchill, il 19 aprile. Ancora il 16 giugno 1941, Stalin scriveva di suo pugno su di un rapporto di un ufficiale tedesco che rivelava la data esatta dell’attacco da parte della Germania:

«Rimandatelo a quella puttana di sua madre. Non è una fonte ma un disinformatore».

«Lasciatemi ancora dire una cosa, Duce. Dopo che, lottando, sono giunto a questa decisione, mi sento spiritualmente libero», Adolf Hitler

Con un annuncio di poco precedente al tuonare dell’artiglieria, verso le due del mattino del 22 giugno 1941, l’ambasciatore di Hitler al Cremlino presentava al Ministro degli Esteri sovietico Molotov la dichiarazione di guerra. Alla stessa ora, a Berlino, il ministro degli Esteri tedesco, Ribbentrop, dava udienza all’ambasciatore russo per proporgli la stessa comunicazione. Si trattava di un capolavoro di mistificazione e sfrontatezza, che svettava anche rispetto alla lunga sfilza delle dichiarazioni colme di falsificazioni con cui, fino a quel momento, Hitler si era giustificato nell’attaccare gli altri Paesi europei. Il dittatore nazista giustificava la decisione di aprire le ostilità inventandosi, tra le altre cose, che la Russia aveva praticato «sabotaggio, terrorismo e spionaggio» ai danni della Germania, preparandosi da tempo ad attaccarla. La reazione di Molotov fu: «E’ la guerra. Credete che ce la siamo meritata?». Poco dopo, alle tre del mattino l’ambasciatore tedesco a Roma faceva svegliare il Ministro degli Esteri italiani, Galeazzo Ciano, genero del duce, per consegnargli una lunga lettera di Hitler per Mussolini. Costui, in villeggiatura a Riccione, veniva svegliato da Ciano che gli leggeva la missiva del FührerMussolini, parecchio infastidito, sbottò: «Io non oso, di notte, svegliare i miei servitori ed i tedeschi mi fanno saltare dal letto senza il minimo riguardo». Il testo della missiva, con la quale Hitler informava il suo alleato italiano della decisione che aveva assunto e messo in atto a sua insaputa e specificava aggiungendo che non avrebbe avuto bisogno dell’aiuto delle truppe italiane per quella campagna, finiva così:

«Lasciatemi ancora dire una cosa, Duce. Dopo che, lottando, sono giunto a questa decisione, mi sento spiritualmente libero. L’associarmi all’Unione Sovietica, malgrado la sincerità assoluta dei nostri sforzi per venire ad una definitiva conciliazione, era stato per me assai fastidioso perché, in un modo o nell’altro, ciò sembrava contrario con tutto il mio atteggiamento precedente, con le mie concezioni e con i miei precedenti impegni. Ora sono assai contento di essermi liberato da questo disagio spirituale. Con saluti cordiali e camerateschi, vostro Adolf Hitler».

Mezz’ora dopo, alle 3 e mezzo del mattino, i cannoni tedeschi diedero il via al cannoneggiamento lungo un fronte di centinaia di miglia. Il generale tedesco Günther Blumentritt, annotò che venivano intercettato continuamente lo stesso messaggio dagli avamposti sovietici: «ci stanno sparando addosso, cosa dobbiamo fare?». A tali sconvolti interrogativi il comando superiore sovietico rispondeva: «dovete essere impazziti, e perché non trasmettete in codice?». Così, l’invasione tedesca, che colse di sorpresa i sovietici, fu, inizialmente, davvero molto rapida.

La pianificazione del terrore e dello sterminio nell’ Operazione Barbarossa

Oltre all’impiego della Wehrmacht, cioè delle forze armate regolari, il comando tedesco, per ordine di Hitler, nel pianificare l’ Operazione Barbarossa, aveva stabilito l’impiego di speciali unità operative, le Einsatzgruppen, già utilizzate in Polonia e composte da SS e personale di polizia (ne abbiamo parlato a proposito nel post Il 13 luglio del ’41 a Józefów 500 “uomini comuni” fucilarono 1500 bambini, donne e anziani), incaricate di occuparsi della “liquidazione”, perlopiù tramite esecuzioni sommarie, di ebrei, zingari e oppositori politici presenti nei territori orientali e catturati.

L’annientamento degli ebrei

E tali “mansioni” furono svolte scrupolosamente: le vittime ebree delle Einsatzgruppen nel territorio sovietico occupato furono 2.200.000 uomini, donne, vecchi e bambini, ai quali vanno aggiunti decine di migliaia di cittadini sovietici non ebrei. Ma la pianificazione nazista del terrore riguardava non soltanto lo sterminio degli ebrei, ma anche dei membri dell’amministrazione sovietica. Ai primi di marzo del ’41, Hitler, infatti, aveva spiegato ai capi delle tre armi e ai principali comandanti delle truppe destinate all’ Operazione Barbarossa che quella che si apprestavano a combattere «È una lotta tra ideologie e razze diversi e dovrà essere combattuta con una durezza, una spietatezza e una inesorabilità senza precedenti […] I commissari del popolo dovranno essere eliminati».

L’Ordine relativo ai Commissari politici e lo sterminio dei prigionieri di guerra.

Così venne diramato “l’Ordine relativo ai Commissari politici”. Per sradicare ogni dubbio, il 16 luglio del ’41, ad invasione appena cominciata, Hitler precisò che la soluzione migliore era «fucilare chiunque ci guarderà di traverso». In realtà, uno dei modi utilizzati dai nazisti per incutere il terrore in tutta la popolazione consisteva nell’impiccare o nell’inchiodare i funzionari del Partito Comunista alle porte. Per risparmiare tempo, però, più spesso venivano fucilati, per lo più insieme ai bambini, alle donne e agli uomini ebrei. Non è dato, quindi, sapere quanti commissari comunisti siano stati ammazzati, poiché nella contabilità nazista non venivano distinti dalle vittime ebree. Certamente gli ebrei “liquidati” erano moltissimi di più, dato che erano assai più numerosi dei commissari e che ad essere uccise erano intere famiglie, con ritmi e sistemi industriali. Una sorte crudele era riservata anche ai soldati sovietici presi prigionieri: in tutto i tedeschi catturarono 5 milioni e 250 mila soldati sovietici. Di questi 3.800.000 furono presi tra il 21 giungo e il 6 dicembre del ’41. Complessivamente, alla cattività sopravvisse appena un quinto dei russi catturati. «Per noi più prigionieri muoiono e meglio è», affermava Alfred Rosenberg.

La resistenza russa motivata dalla ferocia nazista

Contestualmente veniva pianificata un’opera distruzione di ogni industria e un’attività di così vasta e sistematica rapina di ogni risorsa russa, a partire da quelle alimentari ,che dovevano essere destinate a nutrire il popolo tedesco, che esplicitamente i vertici nazisti affermavano: «Non v’è dubbio che molti milioni di persone moriranno per fame quando porteremo via dal Paese le cose che ci sono necessarie».

Come abbiamo ricordato nel post Stalingrado: la ferocia, gli ordini, la morte, Hitler, Stalin… e «la dignità umana», la ferocia nazista fu una delle cause del fallimento dell’ Operazione Barbarossa. Infatti, Otto Bräutigam, vicecapo dell’ufficio politico di Alfred Rosenberg, in un dettagliato rapporto scrisse: «il lavoratore e il contadino non tardarono a scoprire che erano destinati a servire da schiavi alla Germania. […] Noi ora ci troviamo nella grottesca situazione di dover reclutare milioni di lavoratori dai territori occupati dopo che tanti prigionieri di guerra sono morti di fame come le mosche […] La nostra politica ha fatto confluire i bolscevichi e i nazionalisti russi in un fronte comune contro di noi […] Oggi i russi combattono con un eroismo e uno spirito di sacrificio senza pari, ed essi combattono contro di noi solo per difendere la loro dignità umana».

Alberto Quattrocolo

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