La violenza sui social e la mediazione dei conflitti: una proposta di Social Media Conflict Management

Il 15 ottobre del 2019 Enrico Mentana condivide sui social (cioè sulla sua pagina Facebook) un articolo di Openonline, scrivendo «Fatelo vedere a coloro a cui tenete, a cui volete bene, ma anche a chi dubita o non si fida. Dalla parte di Eva, contro l’invasione». L’appello al mondo di questa bambina curda, Eva, suona così: «Fermate questa guerra. Quando mi restituirete la mia infanzia?». Nel video, la bambina, intervistata da una tv curda, rivolge il proprio messaggio all’Unicef, all’Onu e a Trump.

Il post di Mentana ottiene 13.255T like, 5482 Condivisioni e 719 Commenti.

Le facce in gioco (non solo su Facebook)

Tra i commenti c’è quello di Alessandra Raggi:

DAL 2011 VI SIETE SVEGLIATI ORA SUL CAPITOLO FINALE.

La risposta di Enrico Mentana suona così:

Alessandra Raggi parli per lei, cialtrona.

La replica di Alessandra Raggi:

Enrico Mentana non me lo aspettavo da lei un commento del genere. Noi facciamo protesi ortopediche per tutti gli amputati in Siria. Non credo di essere una cialtrona.

Gli interventi che seguono sono di condanna senza appello per Mentana, salvo qualcuno che ne prende le difese, giustificandolo per il fatto che ha che fare con tanti commentatori ottusi.

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La capacità infettiva della violenza verbale sui social

Qui non ci troviamo davanti a leoni da tastiera, con la bava alla bocca [1]. Enrico Mentana e Alessandra Raggi, giova ripeterlo, non sono due leoni da tastiera. Però, sono immersi in un clima intriso di violenza verbale. E da ciò, verosimilmente, è sorto l’equivoco. Il commento di A. Raggi, sembrerebbe, è stato interpretato da Mentana come diretto a lui e come offensivo. Quindi, è plausibile supporre che abbia reagito alla comunicazione di lei con un tono offensivo simile a quello percepito in quel commento. Sentendo attaccata ingiustamente l’immagine di sé, ha ribattuto sullo stesso registro, aggredendo l’immagine di sé della sua interlocutrice.

A nessuno di coloro che hanno proposto ulteriori commenti, neppure al sottoscritto, è venuto in mente di tentare un intervento che “salvasse la faccia” di entrambe le persone. Perché? Forse, perché, in fondo, avevamo altro da fare. Forse, però, anche perché siamo abituati a queste interazioni, essendo tutti immersi in una comunicazione connotata dall’assenza di considerazione per la sensibilità dell’altro. Ed è un’abitudine che ci impoverisce.

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La de-umanizzazione dell’altro nella comunicazione sui social

La comunicazione conflittuale sui social, infatti, è quasi sempre centrata non tanto sui contenuti ma sui risvolti relazionali (nei commenti al post di Mentana il contenuto da lui proposto – l’appello della bambina e l’invasione da parte della Turchia di Erdogan – quasi sparisce). E si tratta, in moltissimi casi, di relazioni di marca conflittuale e all’insegna dell’escalation più intensa. In questi scambi comunicativi, chi scrive tendenzialmente non pensa all’altro come ad un essere umano simile a sé. Ci si può chiedere se, avendocelo davanti in carne e ossa, gli si parlerebbe allo stesso modo. Può darsi anche di no, ma questa considerazione non è particolarmente rassicurante. Perché è facile rilevare come questa dinamica relazionale de-umanizzante, sviluppatasi sui social, possa trasferirsi dal piano della realtà virtuale a quello della realtà fisica. Come una sorta di educazione all’odio.

Legittimazione culturale e morale della violenza

Si può parlare al riguardo di legittimazione culturale e morale della violenza[2] Con tale espressione si intende evidenziare che più è diffusa e condivisa la rappresentazione di un gruppo di persone come soggetti sub-umani, più diventa moralmente lecito offenderli, aggredirli e finanche augurargli la sofferenza, gioire per la loro morte…. In ultimo, ammazzarli. Infatti, la de-umanizzazione mediatica priva quelle persone di una protezione rilevante: se rispetto ad un essere umano o ad un gruppo di esseri umani viene meno nella coscienza collettiva il principio dell’inviolabilità assoluta della loro persona, qualsiasi offesa verso di essi cessa di essere moralmente disapprovata, non venendo più considerata ingiusta, incivile, bestiale. Anzi, può addirittura diventare una condotta meritoria [3]

Ora questa dinamica però non è circoscrivibile al terreno partitico, o più estesamente politico, ma si sviluppa in ambiti relazionali e tematici diversi. E anche in questi abbiamo a che fare non con il conflitto e basta, ma con il conflitto violento, cioè con la violenza. Ora quali sono i meccanismi mentali nell’aggressore che la consentono/autorizzano prima, l’accompagnano durante la sua esecuzione e/o la giustificano ancora ex post?

Alcuni meccanismi mentali di auto-giustificazione della violenza

Mi limito a citarne alcuni:

  • “Nessun danno reale”: la persuasione che in realtà la condotta violenta non arrechi alcun vero effetto lesivo, quindi, non è violenta. Ad esempio, chi offende un’altra persona, si dice e dice ai suoi interlocutori: «Eh, capirai! Cosa gli avrò mai fatto di male?!». In questo ambito rientra l’espediente del confronto vantaggioso:
  • “La vittima non è una vittima”: l’aggressore incolpa la vittima di quel che gli è inflitto, perché, pensa, se lo merita. «Ma quale vittima! Ha avuto quel che si meritava! È colpa sua! La vittima sono io, in realtà!»
  • “Non ero consapevole”: l’aggressore agisce sulla spinta di emozioni molto forti, sulle quali non riflette, e ritiene che queste legittimino la violenza messa in atto. «Ero arrabbiato/esasperato/stanco/esausto/spaventato/indignato»
  • “La colpa è degli altri, è del sistema”: l’aggressore attribuisce ad altri (singoli, gruppi, organizzazioni, sistemi, ecc.) la responsabilità morale della sua condotta.

Istigatori e istigati alla violenza

Quest’ultimo meccanismo, quello dello scaricamento delle proprie responsabilità su altri, si lega ad un discorso più ampio. È troppo facile, infatti, dirsi e dire che gli unici colpevoli o responsabili sono i seminatori di odio e di violenza nel Web, magari pensando a quelli animati da precisi intenti politici. Non perché non ci siano, ma perché se la loro opera di istigazione funziona è perché ci sono molte persone che si lasciano istigare.

Ora facciamo un esempio un po’ datato. Il 15 aprile 2017, il quotidiano La Repubblica proponeva un’intervista ad un signore che aveva attaccato la presidente della Camera dei Deputati, commentando in termini offensivi e rilanciando su Facebook la falsa notizia (diffusa dal sito “Avanguardia nera”) secondo la quale la sorella di Laura Boldrini stava gestendo alcune cooperative che si occupavano di migranti e stava beneficiando di una pensione ottenuta a 35 anni. In realtà, la sorella di Laura Boldrini era morta da anni per una malattia. Si trattava, dunque, di una bufala. E il signore intervistato, il quale su Facebook aveva scritto che le persone citate nella news facevano schifo così come i loro elettori, si è scusato con Laura Boldrini, spiegando di aver creduto in buona fede alle veridicità del fatto. La rabbia provata, come già altre volte, ha detto, lo aveva indotto ad esprimere sul web il suo schifo.

«Scriverò a Facebook protestando per il fatto che fanno girare notizie false», aveva aggiunto. «Come facciamo noi che non abbiamo strumenti a distinguerle dalle vere? Devono dircelo loro, altrimenti per colpa di altri facciamo la figura dei cretini. Se non avrò rassicurazioni, mi cancellerò dal social. Non voglio che loro guadagnino i soldi della pubblicità a scapito anche della povera gente come me. Ma non finisce qui».

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Da social ad anti-social

Infatti, non finisce lì: non finirà mai lì, finché cercheremo all’esterno colui che fa muovere le nostre dita sulla tastiera allo scopo di socializzare, agendole, le nostre emozioni.

Da simili dinamiche può derivare la tendenza, fin qui inarrestata, alla trasformazione della destinazione originaria dei social nella loro antitesi terminologica, in anti-social, cioè in cloaca dei peggiori modi comunicativi, in negazione ogni rilevanza alla relazione, al sociale. Se ciò è raccapricciante sul piano culturale, è anche preoccupante in termini di sicurezza e legalità. Mi riferisco, di nuovo, alla legittimazione culturale e morale della violenza.

Cosa può fare la mediazione dei conflitti?

Ora quali sono le possibilità per reagire a questa tendenza generale? Rispondiamo all’odio con un  odio frutto della paura, dell’angoscia, che quell’odio ci suscita? Reagiamo con la violenza verbale alla violenza verbale? Demonizziamo per replicare alla demonizzazione di chi comunica in modo violento e, facendolo, la diffonde, finendo così con il contribuire alla demonizzazione e alla legittimazione culturale della violenza?

La de-escalation

Certo questa opzione esiste ed è la più largamente usata. È una risposta conflittuale. Ma, occhio, ché l’altro cui si indirizza la nostra risposta indignata, non è tanto diverso da noi. Nel senso che, molto spesso, non si sente un aggressore ma un aggredito. Meccanismi di autogiustificazione? Può darsi, ma il fatto è che ci crede. Si sente una vittima non un carnefice[4].

Un’altra opzione a disposizione è la de-escalation, la quale, infatti, tenta proprio di disinnescare le premesse della violenza, a partire dalla de-umanizzazione, e tenta di ridare efficacia comunicativa alla parola.

La mediazione dei conflitti, quindi, che fa largamente ricorso alle tecniche di de-escalation, se fosse declinata anche sui social,adempirebbe anche ad una funzione culturale: riabituare a pensare, a leggere e a ragionare, anche sui social. In controtendenza con la propensione ad assecondare l’inclinazione a produrre solo pensieri brevi, facili facili, perché il limite massimo intellegibile dall’utente medio sarebbe una manciata di caratteri e il tempo limite di attenzione un minuto, dieci secondi e due primi. Scrivere e pensare in termini facili sui social induce a fare lo stesso in altri ambiti, e questo impoverimento è il terreno ideale su cui far crescere la mala pianta della violenza, che include l’intolleranza, l’emarginazione, la discriminazione. La violenza, infatti, sorge anche quando ci mancano le parole. E non è un’amica intima della democrazia, come non lo è il non-pensare.

Il Social Media Conflict Management

Come spiega anche Umberto Galimberti,

non si può formulare un pensiero se non si hanno le parole per farlo.

L’aggressione, però, è anche un modo di comunicare: un modo di comunicare svolto senza pensare, senza parole pensate.

Quindi, la necessità di una funzione di Social Media Conflict Management (per usare un’espressione altisonante) potrebbe iniziare ad essere ravvisata. Se accadesse, non sarebbe un fatto di poco rilievo. Anche, perché, per quanto ben intenzionati, non possono bastare gli appelli all’autoregolamentazione (come “ragazzi, diamoci tutti una calmata”). Sembra plausibili ritenere, quindi, che chi si occupa di mediazione familiare e di mediazione in altri ambiti caratterizzati da pregnanti risvolti relazionali – e quindi è propenso a concentrarsi su tali aspetti – debba considerare in maniera sempre più seria la possibilità di proporsi ad enti privati e pubblici, incluse le organizzazioni politiche come Social Media Conflict Manager.

Alberto Quattrocolo

Tratto dalla relazione di Alberto Quattrocolo  nel convegno Le nuove frontiere della mediazione. Il futuro della mediazione in una società sempre più “arrabbiata”

[1] Eppure ci sono anche questi e sono una parte rilevantissima di coloro che scrivono su Facebook e su Instagram. Non da sempre esistono, però. Si potrebbe pensare che siano apparsi sulla scena quando l’odio è stato sdoganato come sentimento nobile a discapito degli altri sentimenti e degli altri atteggiamenti relazionali, quelli all’insegna dell’amore, della tenerezza, dell’empatia, che, per gli odiatori, sono leciti se indirizzati verso soggetti neutrali (i gattini, i propri figli, nipoti, genitori, partner, ecc.), ma non verso soggetti che, in una prospettiva di conflittualità radicale, radicalizzata e diffusa, assurgono alla poco invidiabile posizione di soggetti divisivi. Ne cito un esempio che vale per tutti: gli stranieri. Occhio, non gli stranieri in generale, ma gli stranieri presenti in Italia, e non tutti gli stranieri, ma solo gli immigrati stranieri. Non è, questo, il solo esempio considerabile e, come è ovvio, si tratta di un tema che una certa area della politica ha fatto di tutto per renderlo divisivo. In effetti, se si fa un salto indietro nella memoria, si può facilmente rilevare come la violenza verbale sui social sia sorta, almeno nella sua dimensione più capillarmente estesa, proprio in ambito politico, su stimolo di precise organizzazioni politiche, che hanno cercato e trovato un modo per dare voce a rabbia, invidia, frustrazione, solitudine, ansia, amplificando tale voce nei toni e moltiplicandola all’infinito in una crescita esponenziale di cori: il più delle volte con incitazioni esplicite alla demonizzazione, quali condividi se sei indignato o vergogna! – Su tali aspetti ci si è soffermati in diversi post della rubrica dell’Associazione Me.Dia.Re. Politica e Conflitto

[2] Si è fatto riferimento, negli ultimi tre anni, più volte, a questo concetto in diversi post pubblicati sulla rubrica Politica e Conflitto e, in particolare, nei seguenti: Colpa della vittima?, Autorizzazione della violenza, La politica della scorrettezza politica, C’è in giro un virus di cui non si parla (abbastanza), La criminalizzazione dell’avversario.

[3] Che le campagne d’odio funzionino, del resto, lo ha dimostrato alla grande il Terzo Reich, e non per caso, ancora oggi, il Manuale della Propaganda di Goebbels trova delle applicazioni quasi alla lettera.

[4] Ci si riferisce agli odiatori spontanei, non a quelli prezzolati, ovviamente, o a quelli che prima progettano e poi danno il via alla campagna d’odio: per costoro i meccanismi di auto-giustificazione possono essere altri, come il classico “il fine giustifica i mezzi”. In tal caso, il fine, da chi svolge la campagna d’odio, può essere considerato perfino altissimo e nobilissimo, tale insomma da giustificare ampiamente la radicale violenza morale che si appresta a pianificare e commettere.

 

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