La rete come arena ma anche come “cloaca”

Sempre più spesso si levano voci e proteste contro l’uso del web e, in particolare, dei social come piazza virtuale in cui sfogare pubblicamente con un linguaggio triviale, offensivo, arrogante, talora anche razzista e sessista – a volte in modo anonimo, ma non sempre – emozioni e sentimenti ingombranti, come: rabbia, disperazione, angoscia, paura, ansia, invidia, frustrazione, senso di emarginazione, invidia, delusione, senso d’ingiustizia, di abbandono e di tradimento.

Perché ciò accade? Probabilmente le cause sono tante e complesse. Presumibilmente vi figurano le crescenti diseguaglianze, l’insicurezza e il disagio sociale, l’insuperata crisi economica, la crescente sfiducia non soltanto verso la politica ma anche verso molte altre istituzioni, l’ansia per l’oggi e la paura del domani, ecc. Mi pare, tuttavia, che vi sia anche il propagarsi ai cittadini comuni (iscritti, militanti, elettori, simpatizzanti) dell’elevata intensità dello scontro tra esponenti politici. Sicché anche tra i primi si direbbe proporsi con una certa frequenza non tanto il confronto tra opinioni, proposte, programmi, valori, ecc., quanto l’escalation del conflitto, con le sue caratteristiche di innalzamento continuo dei toni polemici, con lo spostamento dell’oggetto della discussione dal merito delle questioni alle caratteristiche personali dei litiganti, con la costruzione dell’immagine dell’avversario come nemico demoniaco, da umiliare ed eliminare.

A ben vedere, probabilmente, quel che accade sul web, da questo punto di vista, dunque, potrebbe essere considerato nuovo ma non radicalmente originale.

Non si può certo dire che sia un fenomeno inedito il manifestarsi al livello dei cittadini comuni di una conflittualità politica esasperata, faziosa, talora ottusa nelle sue più rigide contrapposizioni, perfino disumanizzanti. Ciononostante, credo che sarebbe miope il non vedere come la rete non solo costituisca un potente mezzo di partecipazione al dibattito pubblico, ma anche come rappresenti una straordinaria occasione per elevarne la qualità.

Infatti, se nella rete sede trovano spazio anche forme di confronto scorrette, offensive e addirittura penalmente illecite, ciò, benché in parte possa essere considerato fisiologico, intrinseco alla natura umana e al modo di dispiegarsi degli umani conflitti, in parte può essere compensato e corretto, a mio avviso, proprio dalla base. Da tutti noi.

Già in un altro post mi sono soffermato sul tema della violenza verbale. Qui, mi permetto di aggiungere un’ulteriore considerazione: così come abbiamo imparato a non gettare l’immondizia per terra, potremmo essere in grado di avere cura anche di questo ambiente comune, evitando di cospargerlo di rifiuti.

Infatti, anche la rete è frequentata dalle persone, per scopi e usi diversi e, come ci irrita e ci disgusta colui che fa i suoi bisogni sul marciapiede o sull’aiuola, così risulta sgradevole colui che evacua nella vie di questa città virtuale. Naturalmente, ancor di più ci infastidisce, se ci getta addosso il suo flusso di bile.

Certo ci sono, e ci saranno sempre, nei nostri paesi e nelle nostre città dei  vandali, dei maleducati, delle persone prive di senso civico e che se ne infischiano dell’ambiente e degli altri, ma non rappresentano ormai che una piccola minoranza. La maggior parte di noi ha imparato che sporcare la via e la piazza e lordare la nostra cucina o la nostra camera da letto sono, infine, la stessa cosa.

Non è tutto perfetto, certi luoghi sono più sporchi di altri (e non mi pare il caso di entrare sul tema della gestione dei rifiuti urbani, perché riguarda ben altri registri), ma, in generale, credo che siamo diventati un po’ più responsabili. Siamo stati educati dai genitori, dagli insegnanti, dai vicini, ecc. Siamo stati aiutati dall’esempio e dalla disapprovazione altrui a non disseminare le strade di involucri mentre scartavamo pacchetti.

Quindi, senza attendere gli insegnanti, senza aspettare né l’altolà né l’esempio virtuoso dei genitori,  potremmo già iniziare noi a rispettare noi stessi, a rispettarci l’un l’altro e a rispettare questo virtuale spazio comune e potremmo assumerci la responsabilità di far notare, con gentilezza, a chi getta la spazzatura dal suo dispositivo-balcone nella via di un sito web o di una pagina Facebook che la cosa non ci è gradita.

Infine, alla questione che potrebbe porsi sul dove potremmo scaricare allora i nostri rifiuti, cioè dove dare voce alla rabbia, si potrebbe rispondere di farlo sempre in rete, e neppure in appositi siti, ma di farlo in maniera tale da non imbrattare né l’ambiente né il prossimo. In fondo, quando siamo arrabbiati non ci mettiamo sistematicamente a spaccare o lordare le cose che ci stanno attorno né ad offendere i passanti o a strattonare e malmenare chi non la pensa come noi. Per lo più usiamo la parola.

Appunto, anche sul web si potrebbe provare ad usare la parola e non la parolaccia. Tanto per vedere l’effetto che fa. La mia opinione personale è che, per sfogare la rabbia, è assai più liberatorio dell’insultare e diffamare. Appaga di più scrivere, ad esempio, «contesto quel provvedimento perché sento uccisa la mia fiducia», piuttosto che «brutta carogna, fai schifo». Nel primo caso esprimo il mio dissenso e do voce a ciò che provo, con un numero di caratteri che va bene anche per un tweet, nel secondo caso sembro deprivato della capacità di pensare oltre che di esprimermi e la mia rabbia risulta soltanto irrazionale, pregiudiziale e molesta.

In fondo, è il primo dei due modi quello per litigare che insegniamo ai nostri figli e che ci aspettiamo gli insegnino gli altri loro educatori.

Non si tratta, dunque, di soffocare il conflitto, sia esso politico o di altra natura, né di imbavagliare le emozioni e i vissuti che lo sottendono e che esso sprigiona, ma di richiamarci a quel basilare senso di responsabilità che ci permette di vivere in mezzo agli altri, sia pur litigando, ma senza fare risse e duelli tutti i giorni.

Alberto Quattrocolo

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