La profezia di John Doe

Usciva il 3 maggio del 1941 nelle sale cinematografiche di tutti gli Stati Uniti Arriva John Doe, diretto da uno dei registi di maggiore successo commerciale e critico dell’epoca, l’italo-americano Frank Capra [1]. Il regista e il suo sceneggiatore di fiducia, Robert Riskin, entrambi produttori del film, si erano avventurati in un’opera piuttosto rischiosa, non solo per gli alti cosi produttivi, dovuti alle impegnative scene di massa e alla presenza di star quali Gary Cooper e Barbara Stanwick, ma anche sul piano politico. Tuttavia, Capra e Riskin credevano fortissimamente nel progetto e ne sentivano tutta l’urgenza.

Arriva John Doe e la situazione politica internazionale

Arriva John Doe era stato scritto e girato mentre in Europa e in Africa infuriava, da circa 2 anni, la Seconda Guerra Mondiale e l’Inghilterra da sola fronteggiava le armate di Hitler e Mussolini, che ormai dominavano l’intero continente europeo. Fino a quel momento il governo degli Stati Uniti, guidato dal democratico Franklin Delano Roosevelt, al suo terzo mandato (era stato eletto presidente degli Stati Uniti la prima volta nel 1932 ed era stato rieletto nel ’36 e poi di nuovo nel ‘40), era bloccato fin dall’agosto ’35 dalla mozione Pittman sulla neutralità e dall’insediamento in posti chiave di senatori repubblicani e di democratici conservatori (soprattutto degli Stati del Sud) determinati a tenere gli USA fuori dal conflitto, così come la maggioranza degli americani. Capra e Riskin, perciò, pur preoccupati al pari di Roosevelt e della minoranza degli americano liberal e progressista  dal dilagare dell’ideologia fascista nel mondo, sapevano che la maggior parte degli americani non avrebbe gradito un’opera apertamente interventista e antifascista. Decisero così di collocarsi sulla scia delle precedenti produzioni realizzate insieme, che avevano ottenuto un notevole apprezzamento da parte del pubblico e della critica.

John Doe e i suoi predecessori impegnati nella lotta contro il potere

Nel corso degli anni Trenta Frank Capra si era piazzato alle vette del box office con diverse pellicole molto apprezzate anche dalla critica. Tra Accadde una notte (1934), scritto da Riskin, che era stato premiato con ben 5 Oscar (miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura, miglior attore protagonista – Clark Gable – e miglior attrice protagonista – Claudette Colbert) e Orizzonte Perduto (1937), premiato per il montaggio e la scenografia, aveva realizzato la sua prima opera di schietto contenuto sociale: È  arrivata la felicità (1936). Il primo dei suoi film interpretato da Gary Cooper, nei panni di Longfellow Deed, era anche la prima pellicola che eleggeva a protagonista un cittadino comune in lotta con le manovre losche di plutocrati e politici corrotti. A questo, film che gli aveva fruttato un altro Oscar per la regia, erano seguite due opere con James Stewart, sempre sceneggiate da RiskinL’eterna illusione (1938) e Mr. Smith va a Washington (1939) –, di cui soprattutto la seconda proseguiva il discorso avviato da È  arrivata la felicità. Anche qui il protagonista, Jefferson Smith, era un uomo comune che diventa eroe per caso nel combattere da solo per il bene dell’intera comunità, sorretto solo dalla propria forza morale, contro esponenti corrotti e malintenzionati del potere politico e finanziario. Loschi e avidi figuri, determinati, prima a strumentalizzare la sua goffa eccentricità e la sua ingenua timidezza, poi a distruggerlo agli occhi della collettività. Così, Capra e Riskin, quando si misero all’opera per Arriva John Doe, decisero che avrebbero concluso la trilogia sociale avviata nel ’36, ma spostandone un po’ l’asse.

Il maggiore rilievo politico di Arriva John Doe

Se Capra e Riskin erano consci dei rischi commerciali legati alla produzione di un’opera dichiaratamente antifascista, erano, però, anche persuasi del fatto che il pubblico avrebbe risposto positivamente ad un film, che, come i precedenti successi, avesse posto al centro un altro uomo comune. John Doe – che è l’equivalente del nostro Mario Rossi -, quindi, doveva essere soltanto un po’ più emarginato di Deeds e Smith, e come loro alle prese con l’opportunismo, la corruzione e l’immoralità di un potente. Ma, in tal caso, questo era incarnata non da un finanziere o da un politico qualsiasi, ma da un magnate dell’editoria (Mr. Norton, interpretato da Edward Arnold), intenzionato a diventare presidente degli Stati Uniti, con l’inganno e, soprattutto, con la manipolazione delle masse. Non contava molto, dunque, per i due autori delineare precisamente i contenuti fascisti del suo progetto politico. Era sufficiente, ai loro fini, esplicitare che si trattava di un programma di destra decisamente autoritario, ma rivestito di populismo.

Il lato oscuro del populismo denunciato da Arriva John Doe

Il populismo era sembrato essere proprio il credo di Capra e di Riskin, non solo in È  arrivata la felicità e Mr. Smith va a Washington, ma anche nelle altre pellicole di quel decennio [2]. Con Arriva John Doe, tuttavia, anche il populismo veniva messo in discussione. Sull’idealismo dei loro film degli anni Trenta, con il loro lieto fine rassicurante e liberatorio, scendeva ora il sipario. Arriva John Doe mostrava senza mezze misure come il populismo, anche quello più ingenuo, politicamente neutro e benintenzionato, contenesse al proprio interno la possibilità di essere strumentalizzato e pervertito alla stessa stregua delle visioni politiche organizzate e sviluppate dai partiti. In particolare, denunciavano Robert Riskin e Frank Capra, il populismo si prestava ad essere strumentalizzato dalla destra, specie da quella più reazionaria e filofascista.

Le ombre di Arriva di John Doe sul binomio populismo – onestà

L’aspetto più sinistramente pessimista di Arriva John Doe, quello che probabilmente ha fatto mancare all’opera il successo commerciale e critico cercato dai due autori-produttori, però, non risiede soltanto nell’avvertimento sui rischi che anche il più idealistico movimento populista possa essere inventato e manovrato da chi aspira al potere, per realizzare i propri interessi imprenditoriali e porre fine al sistema liberal-democratico. Ciò che rende profetico quel film è, da un lato, l’allarme che lancia sul falso mito dell’onestà della gente comune, dall’altro, il suo porre in dubbio l’affidabilità del buon senso del popolo, mostrandone l’incapacità di riconoscere chi, blandendoli, intende servirsi dei sentimenti collettivi [3].

Questo risvolto, oggi, in Italia, non meno che negli USA e in altri parti d’Europa, renderebbe una pellicola come Arriva John Doe un film particolarmente scomodo, forse ancor più di quanto non lo fosse ai tempi della sua uscita.

Il volto oscuro della folla

Neanche il popolo, l’insieme degli uomini comuni, dunque,  viene particolarmente lusingato in questo film. Le masse dei John Doe e dei Jane Doe che aderiscono a quel movimento, perché sembra ad essi il primo interlocutore collettivo in cui saranno protagonisti diretti, non brillano certo per perspicacia. Lusingati da un oratore (“Long” John Willough – John Doe) che dice loro che essi sono i veri buoni, i depositari autentici dei valori dell’onestà e dell’altruismo, non si chiedono chi e perché finanzi e gestisca una così complessa macchina organizzativa e propagandistica. Ai loro occhi il movimento è intrinsecamente affidabile non solo in quanto predica la solidarietà, ma perché quanto mai distante dalla politica fin lì conosciuta. Anzi, rifiutandosi di scrutare con occhio critico l’impiego capillare e mastodontico di tutti i mezzi di comunicazione possibili da parte del movimento dei Circoli di John Doe, questo gli pare essere la quintessenza dell’onestà. E perciò d’istinto lo contrappongono positivamente alle meschinerie dei partiti tradizionali. Ai cui esponenti i membri dei Circoli di John Doe non consentono di partecipare. Né i politici dei due maggiori partiti si permettono di mettere in discussione pubblicamente la purezza di quel movimento, essendo consci che il farlo significherebbe, in quel momento, commettere un suicidio politico. Come fa notare un personaggio in quel movimento può riconoscersi il 90% della popolazione. E questa può diventare la percentuale dei voti che potrebbe ottenere alle prime elezioni. Anzi, più che una possibilità, l’attesa di quel successo elettorale è esattamente lo scopo per cui quel movimento è stato inventato, organizzato e finanziato.

La pericolosamente manovrabile simbiosi tra il movimento populista dei circoli di John Doe e gli iscritti

Frank Capra, peraltro, ebbe l’abilità, anche, scegliendo un interprete come Gary Cooper, di sapere, grazie a pochi impercettibili passaggi, farci cogliere come il movimento dei Circoli di John Doe sia caratterizzato dalla creazione di un legame emotivamente fortissimo tra il suo portavoce, Gary Cooper (in realtà, un burattino i cui fili sono tirati dall’imprenditore Norton), e i suoi aderenti. Vi è tra Cooper e i membri dei Club una sorta di entusiastica e acritica identificazione totale, in cui ciascuno si specchia e si lusinga nell’altro. Questa simbiosi è la premessa necessaria per i fini, prima, elettorali e, poi, politici, che l’imprenditore Norton persegue. Poiché, assicurando la permanenza dell’emotiva adesione di massa, consentirà di potere poi condurre quegli elettori laddove l’opportunismo politico e le ambizioni del suoi vero padrone vorranno.

Non stupisce, dunque, che Frank Capra, per tutta la vita un convinto repubblicano conservatore, sia tornato a denunciare i rischi della demagogia populista 7 anni dopo, in pieno maccartismo (sul maccartismo si può vedere il post A cavallo della paranoia). Realizzando Lo Stato dell’Unione (1948), affiderà ad un attore che, come Gary Cooper, era per gli spettatori sinonimo di onestà, Spencer Tracy (ne abbiamo parlato nella rubrica Corsi e Ricorsi, nel post L’umanità di Spencer Tracy, il fascismo e l’America First), il ruolo di un candidato repubblicano alle presidenziale, scelto e manovrato dai cinici vertici del partito, per il suo appeal populista.

 

Alberto Quattrocolo

[1] Arriva John Doe era stato proiettato in anteprima il 12 marzo a New York City, Los Angeles e Miami. Uscirà in Italia soltanto nel 1948.

[2] Negli anni del New Deal di Roosevelt, anzi del secondo New Deal, decisamente più progressista del primo, i film di Frank Capra non erano un’esaltazione delle politiche economico-sociali sviluppate dal Partito Democratico al potere, con la loro complessa attuazione organizzativa, che orientava, smistava e addirittura creava lavoro. La visione capriana rinviava piuttosto ad una sorta di Old Deal: una celebrazione dell’iniziativa individuale, non intralciata dalla macchina governativa, che sapeva tradursi spontaneamente in solidarietà sociale e reciproca comprensione. Certamente gli stava a cuore la realtà sociale, come confermò nel ’71, nella sua autobiografia, Il nome sopra il titolo.

«Volevo cantare le canzoni degli operai oppressi, degli sfruttati, degli afflitti, dei poveri. Volevo stare al fianco degli eterni sognatori e condividere l’offesa di tutti coloro che erano disprezzati per motivi di  azza e di censo. Soprattutto, volevo combattere per le loro cause sugli chermi del mondo intero».

Però, in tutti i suoi film guardava con sospetto programmi e ideologie. La sua era la fiducia cieca nell’integrità morale degli sfruttati e degli oppressi, cioè, del pubblico dei suoi film, che egli senza sforzo riusciva a far sentire apprezzato e rispettato.

[3] Infatti, i due poveri diavoli protagonisti, l’homeless “Long” John Willough, alias John Doe (Gary Cooper), e la giornalista Ann Mitchell (Barbara Stanwick), non possono affatto dirsi del tutto integerrimi, essendosi entrambi lasciati comprare e manipolare da Norton. Né può essere definito spontaneo e puro il movimento dei Circoli di John Doe, anche se coloro che vi aderiscono lo ritengono tale. Anzi, paradossalmente, proprio nel momento in cui il personaggio di Cooper tenta di di dire la verità, smette di essere creduto e viene disprezzato dalla folla. Solo uno sparuto gruppo di seguaci, indisposti a rinunciare all’idealizzazione originaria, gli resterà accanto, assicurando un happy end, assai poco consolatorio.

Fonti

La visione del film

AA.VV., Il cinema, Grande Storia Illustrata, Vol. II., Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1981

AA.VV., Storia del cinema mondiale, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2000

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