La mediazione ridà fiducia nella parola

Due aspetti, tra loro intrecciati, terribilmente ricorrenti nei conflitti, specie quando pervengono a livelli significativi di escalation, sono la difficoltà di parlare e quella di ascoltarsi, cioè di ascoltare se stessi e di ascoltare l’altro.

Quando queste due difficoltà arrivano a sembrare insormontabili la comunicazione subisce delle alterazioni, risulta distorta. Gli eventuali sforzi di dialogo, come, del resto, i tentativi di riparazione, possono essere vissuti dalla controparte come manifestazioni di resa riluttante, come ammissioni di colpa mascherate o come segni di debolezza, oppure, addirittura, come possibili, insidiosissime, trappole.

Infatti, in tali circostanze, alla fiducia si è ormai sostituita la diffidenza; e ciascuno vede l’altro come se fosse un nemico. Un nemico infido, che potrebbe essere capace di qualsiasi cosa.

Sono, queste, situazioni intrise di rabbia, dolore, rassegnazione e stanchezza. E talvolta anche di solitudine: infatti, vi è anche da considerare un altro aspetto desolante: in quelle situazioni, la sensazione di incomunicabilità non riguarda solo il rapporto con coloro con i quali si è conflitto, ma spesso anche con quegli altri ai quali si tenta di raccontare, di spiegare, di far capire ciò che ci sta succedendo.

Perché dovremmo rivolgersi ad un mediatore?, ci chiediamo, se qualcuno ci propone tale eventualità, quando ci troviamo coinvolti in conflitti di simile portata. Si tratta di una proposta che ci suona come una perdita di tempo, dato che gli atteggiamenti e i comportamenti della nostra controparte ci portano a pensare che, al punto cui si è arrivati, parlare non serve più a niente?

In realtà, l’oggetto della nostra sfiducia non è la mediazione come intervento professionale da parte di un terzo. Il punto è che abbiamo iniziato a perdere la fiducia nella parola. E ciò aumenta i vissuti di frustrazione e di impotenza, poiché, anche se abbattuti, sfiduciati, arrabbiati e delusi, in fondo, un po’ ci piacerebbe che il nostro avversario prima o poi comprendesse un paio di cosette, quelle che tante volte abbiamo cercato di fargli capire.

Seguire un percorso di mediazione, se non ad altro, almeno a questo serve: a ritrovare la fiducia nella parola. Non è una cosa poco quando il conflitto ci sta togliendo il sonno e l’appetito, incupendo l’animo e le giornate, logorando nervi e pazienza, quando ci sta gravando sul cuore e il suo carico si fa più pesante per la sensazione che, nonostante la fatica di spiegare e persuadere, siano pochissime le persone capaci di comprenderci.

Ritrovare fiducia nella parola non è qualcosa di teorico. È un dato di fatto. Ha le forme e le sensazioni di un’esperienza di riscoperta.

Tra le varie ragioni per provare la strada della mediazione, infatti, vi è anche quella di poter essere, in primo luogo, ascoltati. Intendo: proprio ascoltati, ascoltati davvero.

Questa esperienza, non esattamente frequentissima, dunque, ridà fiducia nello strumento della parola. Nella mediazione c’è, infatti, qualcuno che comprende quel che diciamo e quel che cerchiamo di dire. E quel qualcuno può aiutarci a comunicare, a veicolare a coloro con cui siamo in conflitto quei significati che ci stanno particolarmente a cuore.

In fondo, qui sta il nocciolo della mediazione.

 

Tratto dalla lezione di A. Quattrocolo svolta nel primo incontro della XI edizione del Corso di Mediazione Penale e in ambito Lavorativo e Sanitario (http://www.me-dia-re.it/master-mediazione-penale/)

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