La mediazione e lo sviluppo delle comunità

La mediazione può essere uno strumento di promozione dello sviluppo locale di una comunità?

Per rispondere a questa domanda è necessario chiarire alcuni termini.

Mediazione? Quale mediazione?

In primo luogo quello di “mediazione”, visto che vi sono più modelli. Quello qui considerato è l’approccio “umanistico trasformativo”: un modello che pone particolare attenzione alle dinamiche relazionali che si sviluppano nel conflitto e alle emozioni sottese a tali dinamiche.

La prima sensazione sperimentata da chi è in conflitto è quella di perdere il controllo della situazione, che sfugge dalle mani. Le persone si sentono impotenti di fronte ad una dinamica che sembra svilupparsi in maniera completamente indipendente dalle loro intenzioni.

Con la mediazione umanistico trasformativa si tenta di mettere le parti nelle condizioni di ritrovare il controllo e di prendere delle decisioni non dettate dalla dinamica conflittuale. Acquisiscono, cioè, la capacità di incidere sulla situazione conflittuale grazie, al miglioramento complessivo della comunicazione

Il che significa poter sbloccare le situazioni e favorire il passaggio dalla dimensione statica, nella quale nessuno si muove più dalle posizioni assunte, ormai irrigidite, a una condizione in cui si è ristabilito il dialogo.

Questo passaggi sono resi possibili dall’ascolto: questa mediazione, infatti, offre alle parti in conflitto uno spazio e un tempo in cui le emozioni provate nel conflitto possono essere dette sentite e accolte e, quindi, ottenere riconoscimento. Il riconoscimento, da parte del mediatore, del vissuto delle parti, della sofferenza in esse provocata dalla situazione conflittuale, permette loro di uscire da una dimensione solipsistica, estremamente autoreferenziale, e di sviluppare un atteggiamento disponibile ad accogliere il punto di vista altrui e ad aprirsi.

In definitiva, l’ultimo aspetto importante di questo modello di mediazione, in un’ottica di comunità, è la sua capacità di ristabilire il contatto tra le persone, cioè di promuovere la rigenerazione dei legami tra le persone.

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In che senso sviluppo di comunità?

Il secondo termine su cui soffermarsi è quello dello “sviluppo di comunità”, cioè quel particolare approccio allo sviluppo locale che mira a stimolare l’organizzazione degli attori locali e il loro impegno nella definizione di progetti orientati a migliorare la qualità della vita delle persone, attraverso la valorizzazione delle risorse locali. Quindi, l’aspetto chiave di questa particolare approccio alla promozione dello sviluppo di un territorio è l’attivazione delle risorse locali, cioè la capacità intrinseca a tali processi di portare le comunità a riconoscere le risorse presenti sul territorio. Possono essere risorse di tipo materiale e immateriale, quali, ad esempio, competenze e capacità.

Secondo alcuni autori esistono due strade per rispondere ai problemi di sviluppo di una comunità. La prima è quella di focalizzarsi sui bisogni e sulle debolezze. Quali sono i bisogni di una comunità? Quali sono i problemi della comunità e come possiamo risolverli? La seconda strada, invece, comincia col concentrarsi sulle risorse. Quali sono le risorse e come facciamo ad attivarle? Come facciamo a usarle per promuovere un processo di sviluppo?

La prima strada – quella focalizzata sui bisogni – rischia di ingigantire i problemi di una comunità e di produrre una situazione di stallo in cui questi problemi diventano talmente grandi che è impossibile affrontarli.  In tal caso le comunità diventano immobili, in attesa che un intervento dall’esterno arrivi per porre fine ai loro problemi. Ad esempio, una progettualità sviluppata dall’amministrazione comunale o da un investitore esterno, che arriva sul territorio e porta un certo sviluppo.

Sviluppo locale centrato sulle risorse asset-based

Al contrario quello che si definisce uno sviluppo locale centrato sulle risorse asset-based consiste nel promuovere iniziative basate sulla riattivazione delle risorse locali: spesso le comunità che  vivono in territori marginali fanno fatica a riconoscere se stesse come entità, come luogo pieno di risorse. In effetti, per diventare realmente tali ovviamente vanno riattivate e vanno collocate all’interno di una progettualità specifica: quindi lo sviluppo locale centrato sulle risorse parte anzitutto da un processo di ricognizione delle risorse presenti sul territorio per poi dare luogo ad un processo di attivazione delle stesse

Ciò implica la partecipazione della popolazione locale alla costruzione di progettualità in grado di incidere sulla qualità della vita, all’interno del proprio territorio.

Empowerment

Un terzo elemento chiave è quello delle empowerment.

Alcuni autori lo traducono come capacitazione, ossia il restituire alla persona e ai gruppi sociali la capacità di affrontare i problemi che le coinvolgono e di incidere sulle loro condizioni di vita. Empowerment significa, quindi, sentire di essere in grado di incidere e di avere anche la capacità organizzativa per farlo.

Zimmermann individua tre dimensioni del processo di empowerment: la dimensione individuale, la dimensione organizzativa e la dimensione di comunità.

La prima dimensione ha come oggetto l’individuo e si riferisce alle azioni tese a far sì che la persona sviluppi la capacità e la consapevolezza di poter agire nel contesto locale, per produrre dei cambiamenti nel proprio contesto di vita. La seconda dimensione riguarda la capacità delle persone di organizzarsi per sostenere delle progettualità e produrre dei cambiamenti. La dimensione di comunità riguarda, invece, la capacità della comunità in senso più ampio di organizzarsi, quindi rimanda sia ai rapporti tra le organizzazioni sia alla capacità della comunità di essere inclusiva e di coinvolgere tutti i gruppi sociali

Il termine di empowerment quindi racchiude significati che riguardano l’ambito psicologico – appunto, la capacità personale di sentirsi in grado di agire – ma anche aspetti politico-organizzativi – cioè, la capacità di leggere il contesto in cui ci si muove per individuare le risorse necessarie a intraprendere determinate progettualità.

Conflitto e sviluppo di comunità

Veniamo quindi al termine “conflitto”, che può essere un elemento positivo per lo sviluppo di un sistema sociale.

Il conflitto è necessario e fertile, ma non lo è più quando si trasforma in accanita battaglia tra nemici che tendono all’eliminazione dell’altro”.

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L’escalation del conflitto

Quindi il problema non è tanto la presenza di un conflitto, ma la possibilità di affrontarlo in modo costruttivo. È normale che nelle comunità vi siano dei conflitti, ma oltre ad essere inevitabile, può anche essere un’occasione di crescita e di confronto. Il punto, quindi, è trovare una modalità per gestirli, i conflitti.

Il che chiama in causa l’aspetto più problematico, che non è il conflitto in sé, ma quello dell’escalation, cioè, un processo di progressiva intensificazione della dinamica conflittuale fino a raggiungere livelli d’intensità e di violenza particolarmente acuti.

Come sappiamo l’escalation è un percorso a tappe in cui all’azione dell’uno corrisponde l’azione della controparte e più si percorrono queste tappe più è difficile tornare indietro. Percorrere una tappa significa infrangere una regola e percorrere un’altra tappa significa infrangerne un’altra, e più si prosegue su questa strada più si riducono le possibilità e le disponibilità a fare retromarcia.  Così gli attori del conflitto continuano a perpetuare questo comportamento fino al punto che i costi superano di gran lunga i benefici: si arriva a desiderare la distruzione dell’altro al costo della propria autodistruzione. In questo processo ci sono alcuni aspetti ricorrenti: uno è ad esempio la demonizzazione e disumanizzazione dell’altro. L’avversario perde i suoi connotati reali, le sue caratteristiche peculiari, cessa di essere un nostro amico, un nostro parente, un nostro vicino di casa… Cessa di essere addirittura un essere umano! E diventa il male in persona. Anzi, la personificazione di tutti i mali!

Un altro tratto caratteristico dell’escalation è il portare le parti ad arroccarsi, ad irrigidirsi su posizioni, che diventano non trattabili, in quanto sempre più autoreferenziali, cioè sempre più centrate su di un unico punto di vista. Ne deriva che gli attori sono sempre meno disponibili ad accogliere il punto di vista dell’altro.

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L’escalation del conflitto all’interno delle comunità e la leadership basata sulla contrapposizione radicale

L’escalation del conflitto all’interno delle comunità è forse ancora più difficile da disinnescare di quello interpersonale, perché alle dinamiche che riguardano il rapporto tra le persone – le dinamiche interpersonali, strettamente intese – si sommano dinamiche di gruppo, legate ad esempio alla costruzione della leadership. Così, può comparire il tema del “non poter perdere la faccia”. Ad esempio, per il leader di un gruppo che abbia costruito la sua leadership sulla contrapposizione e su una particolare posizione all’interno di un conflitto diventa molto difficile trattare. Poniamo il caso di un comitato di cittadini che nasce per opporsi alla localizzazione su un’area dismessa, su un vuoto urbano, di un supermercato, sostenendo che su quell’area è assolutamente necessaria la realizzazione di un giardino, poiché il quartiere è particolarmente privo di aree verdi e, quindi, si ritiene che un supermercato non porti alcun beneficio alla comunità, mentre lo potrebbe portare invece la localizzazione di un giardino. Supponiamo che si instauri così un dialogo con le istituzioni e che il leader di questo comitato di cittadini costruisca attorno a sé un bel po’ di consenso anche attraverso una certa radicalizzazione delle proprie posizioni. Supponiamo ancora che dopo un bel po’ di tempo l’amministrazione comunale decida di accogliere in parte le richieste di questo comitato di cittadini, dicendo: «Bene abbiamo creato un nuovo progetto, in cui il supermercato non è più grande come prima, anzi è molto più piccolo, e accanto al supermercato abbiamo deciso di fare un’area verde. E ciò grazie anche agli oneri di urbanizzazione che derivano dall’ edificazione di questo supermercato». In tal caso, sebbene la posizione dell’amministrazione comunale sembri conciliativa e razionalmente accettabile, potrebbe essere difficile per il leader di quel comitato accogliere tale soluzione di compromesso, perché la sua leadership si è costruita sull’opposizione radicale alla localizzazione del supermercato. Quindi il rendere più morbida la propria posizione, comporterebbe per lui il perdere la faccia di fronte ai propri sostenitori.

La demonizzazione dell’altro gruppo sociale

Il secondo aspetto peculiare è il fatto che nei conflitti che riguardano le comunità il processo di disumanizzazione demonizzazione dell’altro si estende spesso all’intero gruppo sociale alimentando i pregiudizi e le differenze tra culture diverse. Ad esempio, il conflitto con il nostro vicino di casa, che magari è straniero e magari è anche di colore, diventa un conflitto che coinvolge tutta la comunità straniera e tutta la gente di colore. Immaginiamo all’interno di un condominio che un gruppo di bambini di origine straniera residenti all’interno del condominio faccia molto rumore, giocando a palla, di pomeriggio, e che ci sia un gruppo di anziani residenti infastiditi da questo rumore: è possibile che in virtù delle dinamiche del conflitto, il problema si sposti e non si sia più un problema legato al rumore, ma diventi un problema di tipo culturale.

Le narrazioni mediatiche che alimentano il conflitto

Accade poi che il conflitto venga alimentato da un certo tipo di narrazione che viene fatta sui giornali: una narrazione in negativo, così, viene utilizzata dalle parti in conflitto per addurre motivazioni alle proprie posizioni e amplificare rafforzare le proprie posizioni.

Anche per queste ragioni appare fondamentale agire su questi territori in un’ottica preventiva:  non tanto per evitare che si inneschino dei conflitti, ma per evitare che questi conflitti raggiungano livelli di escalation difficilmente controvertibili, cioè che si superi quella soglia del non ritorno.

La mediazione come strumento di un più articolato sviluppo di comunità

In conclusione, la mediazione può essere un elemento che integra e arricchisce un disegno più articolato di sviluppo di comunità, in quanto capace di migliorare il clima relazionale della comunità, così da valorizzarne le risorse e promuoverne l’empowerment.

Ma quale contributo può dare la mediazione dei conflitti all’interno di un più complessivo processo di sviluppo di comunità?

Anzitutto, il rafforzamento e il sostegno al processo del processo di empowerment.  La mediazione dei conflitti viene spesso associata alla promozione dell’empowerment personale, perché, è noto come in un processo di mediazione si possano produrre cambiamenti personali profondi. Ma se ci muoviamo nell’ottica di ridare alle persone la capacità di agire, quindi di capacitarsi e di riprendere la situazione in mano, la mediazione può essere d’aiuto. Tuttavia il contributo della mediazione può riguardare anche le altre due dimensioni del empowerment: rispetto a quella più legata all’aspetto organizzativo, un contributo della mediazione sta nella sua capacità di stabilire ponti tra gruppi, basati sull’ascolto sincero del punto di vista altrui; inoltre la mediazione è particolarmente utile per raggiungere i gruppi più marginali, che rischiano spesso di essere esclusi dai progetti di sviluppo.

In secondo luogo, il contributo della mediazione potrebbe essere quello di restituire un volto umano all’antagonista. Nel processo di mediazione il contatto con l’avversario induce a relativizzare i propri stereotipi, ad andare oltre alle credenze negative e ai pregiudizi associati a determinati i gruppi sociali. E ciò è particolarmente importante in contesti in cui spesso e volentieri l’altro appartiene ad un’altra cultura e ha un altro colore della pelle.

In terzo luogo, è interessante la capacità della mediazione di far giungere le persone a soluzioni innovative. E questo ha un suo rilievo se si parla di sviluppo di territori in cui la capacità di innovare e di immaginare percorsi alternativi appare di importanza fondamentale. Si tratta spesso di territori che faticosamente stanno cercando di ricostruire un’identità, attraverso anche l’individuazione di risorse ancora latenti, quindi la mediazione potrebbe facilitare e accompagnare il percorso di individuazione ed emersione di nuove risorse, grazie alla sua capacità di stabilire contatti tra le persone e di favorire la ricerca di soluzioni innovative a situazioni problematiche.

Uno spazio di Ascolto e Mediazione dei Conflitti all’interno di un quartiere periferico

Un’ultima riflessione, di tipo progettuale, riguarda sia la possibilità di attivare uno spazio di Ascolto e Mediazione dei Conflitti, all’interno di un quartiere periferico, e sia le caratteristiche che, in base alle considerazioni fin qui svolte, tale spazio dovrebbe avere.

Tale spazio dovrebbe essere aperto ai cittadini e gestito da un’equipe esperta, capace di offrire alle persone un ascolto e una possibilità di mediazione, nei casi in cui lo ritengano necessario o opportuno. Ma dovrebbe essere anche uno spazio di progettazione in cui dare luogo ad esperienze di cittadinanza attiva. Quindi gli operatori dovrebbero, da un lato, avere il compito di accogliere e ascoltare, ma anche di favorire l’empowerment e di favorire l’attivazione delle comunità su progettualità concrete.

L’obiettivo sarebbe l’attivazione dei cittadini attraverso l’ascolto e la gestione delle situazioni conflittuali, ma anche la gestione dei temi che si producono nell’ambito di questi conflitti.

Sarebbe utile che un simile laboratorio organizzasse anche iniziative di carattere formativo che contribuiscano a diffondere un clima più consapevole rispetto alla mediazione e all’ascolto dell’altro e che formino dei volontari affinché assumano un ruolo di antenne sul conflitto nel territorio.

Sara Mela

Tratto dalla relazione di Sara Mela nel convegno Le nuove frontiere della mediazione. Il futuro della mediazione in una società sempre più “arrabbiata”.

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