La mediazione e l’Alterità

Il filosofo francese Emmanuel Lévinas ha messo in luce, come l’intera storia del pensiero occidentale (della metafisica in particolare) abbia rappresentato, come egli afferma, una «riduzione dell’Altro al Medesimo»: si è sempre assistito, cioè, al tentativo di ricondurre l’alterità dell’Altro, del Diverso ad una Totalità unitaria, che, nel tentativo di racchiudere il molteplice, ne avrebbe provocato una neutralizzazione.

La “retorica del dialogo”, con il suo potere ricattatorio (“chi non dialoga non vuole mettersi in comunicazione-relazione”), avrebbe celato, in realtà, una “violenza metafisica”, in cui l’Alterità non trovava posto come concetto a sé stante e irriducibile.

Oggi, come allora, queste osservazioni di Lévinas non sono prive di implicazioni e risvolti afferenti registri e piani diversi. Possono essere interessanti anche rispetto alla dimensione dei rapporti e delle interazioni che sviluppiamo nella nostra quotidianità. Hanno un’attinenza non irrilevante, però, anche con il Conflict Management in generale e con la mediazione dei conflitti, in particolare.

Risguardo a quest’ultimo aspetto, annotiamo che quello della mediazione è un mondo assai vasto, in cui sono presenti prospettive, modelli, chiavi di lettura, modalità di intervento, metodologie e approccio diversi. A volte sommamente eterogenei.

Soffermandoci brevemente sulla mediazione applicata da Me.Dia.Re. in diversi ambiti (familiare, penale, sanitario, organizzativo-lavorativo…), puntualizziamo che il mediatore, in tale modello, chiamato di “Ascolto e Mediazione”, non soltanto si astiene dal giudicare e dal prendere posizione, com’è naturale che sia, ma adotta anche un approccio che, in qualche misura, rinvia alle riflessioni di Lévinas.

In particolare, in tale modello, il mediatore non interviene nel conflitto per contrastarlo o sedarlo, ma accetta rispettosamente le posizioni dei soggetti in esso coinvolti, sostenendo con i propri interventi l’uno e l’altro, aiutandoli ad esprimersi e permettendo, perciò, il confronto. Quindi, non li spinge al dialogo.

Ciò non significa che al mediatore sia personalmente indifferente se si produca o meno il dialogo tra gli attori del conflitto. Spesso accade, infatti, che egli se lo auspichi, per quello che suppone possa essere il loro benee per il bene di coloro che, pur non essendo protagonisti attivi di tale conflitto, ne subiscono gli effetti. Pertanto, deve esercitare un’auto-osservazione per evitare di “agire” tale suo augurio. Ed è quest la ragione per la quale in sede formativa così tanto spazio è dedicato alla riflessione su tali aspetti.

Tuttavia, quale che sia il pensiero o il sentimento del mediatore, nel suo relazionarsi con loro, egli si astiene dal tentativo di contrastare l’eventuale indisponibilità al dialogo con delle esortazioni, dirette o indirette, esplicite o implicite, a stabilirlo.

La mediazione, in altri termini, in tale prospettiva, è proposta e gestita non come spazio in cui stimolare le persone dialogare, se tale non è la loro intenzione, ma come occasione di confronto. Cioè come possibilità di esprimere, in un confronto, posizioni, punti di vista, idee, bisogni, esigenze, aspettative, emozioni e sentimenti differenti, spesso in contrasto.

Il dialogo, del resto, ci sembra, ha più probabilità di affermarsi realmente e sinceramente, e non in termini retorici, allorché il mediatore, con la sua attività di ascolto, con la sua comunicazione, invece di negarla o neutralizzarla, riconosce l’Alterità.

 

Rielaborazione da D’Alessandro M., Quattrocolo A. (2015), L’ascolto e la mediazione (umanistico-trasformativa) nei conflitti familiari, in La Giustizia Sotenibile vol. VIII (pag. 273-286), Aracne, Roma.

1 commento
  1. Susanna cristiani
    Susanna cristiani dice:

    Sicuramente in tutte le relazioni sane il dialogo è fondamentale per il confronto dei diversi punti di vista quando esistono problemi di coppia. Il terzo che ascolta i problemi delle parti in causa e che non è coinvolto sentimentalmente può valutare con relativa obiettività quello che viene detto e consigliare al meglio. Questo naturalmente deve essere fatto da personale qualificato che sa agire con equilibrio. Quando però la relazione è malata perché una delle parti in causa non accetta una situazione di fatto come ad esempio di essere lasciata perché non amata a sufficienza e non se ne fa una ragione ma tormenta il malcapitato di turno volendo imporre se stessa nonostante la realtà di fatto allora siamo in presenza di soggetto con problematiche da definire. Quando poi la situazione degenera in minacce in intrusioni nella vita dell’altro anche violente è il caso di intervenire con interventi mirati su soggetto evidentemente malati. Lo stalking è uno esempio evidente di questa situazione che si viene a creare e che mette in seria difficoltà chi lo subisce che incomincia a temere per la propria incolumità. In questo caso appare evidente che assolutamente deve essere allontanata la persona anche con denunce circostanziate e il dialogo diventa oltre che da escludersi anche pericoloso. Se le persone che vogliono curare reputano di voler andare avanti su questa strada cioè con la mediazione devono assumersene le responsabilità e nel caso sii verificassero fatti incresciosi essere s loro volta denunciati e ritenuti complici.

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