La domenica di sangue degli Usa

Stati Uniti, metà anni Sessanta. La questione razziale attraversa tutta la nazione, concentrandosi in particolar modo negli stati conservatori del sud. Sud, dove, peraltro, l’idolatrato John Kennedy ha da poco perso la vita. A Lyndon Johnson l’arduo compito di raccoglierne l’eredità: dialogare con Martin Luther King, senza, però, perdere l’appoggio di chi ancora non vede di buon occhio l’uguaglianza tra bianchi e neri.

Da Washington D.C. a Selma, Alabama. Amelia Boynton Robinson e suo marito guidano la Dallas County Voters League (DCVL) che tenta di tutelare il diritto di voto degli afroamericani in quella terra difficile. Insieme allo Student Nonviolent Coordinating Committee (SNCC), però, incontrano serie difficoltà a far rispettare quel fondamentale diritto. Decisero di chiamare in causa il pastore di Atlanta e la sua Southern Christian Leadership Conference, nella speranza di attrarre gli occhi della nazione sulle ingiustizie che venivano perpetrate. Il movimento per i diritti civili degli afroamericani stava per far sentire la propria voce una volta di più.

Infatti, nonostante i cittadini neri avessero già legalmente il diritto di voto, una serie di requisiti discriminatori impediva, di fatto, a milioni di afroamericani, nel sud del Paese, di iscriversi al registro elettorale e poter così votare. Fu organizzata, per il sette marzo, una marcia pacifica di protesta: da Selma, i partecipanti avrebbero dovuto raggiungere a piedi Montgomery, la capitale dello stato dell’Alabama.

Arrivati sul ponte Edmund Pettus, i 600 partecipanti furono accolti da manganelli e gas lacrimogeno, dando luogo a quella che sarà poi chiamata bloody sunday. Il ricordo di quei momenti è ancora vivo nella memoria collettiva, in gran parte a causa delle immagini che vennero trasmesse su tutte le televisioni. L’intervento di King aveva sortito il suo effetto: piena visibilità nazionale.

Il pastore partecipò attivamente alla seconda marcia, due giorni dopo: con un atto di grande coraggio e determinazione, guidò i 2500 manifestanti appena oltre il ponte che aveva visto la fine del primo evento. Turnaround Tuesday (martedì dell’inversione di marcia), così fu chiamata, poiché King decise di far tornare tutti indietro, rispettando le decisioni del giudice, che non l’aveva autorizzata.

Una settimana dopo, la Corte Federale concesse agli attivisti la possibilità di manifestare, dichiarando illegittima l’abrogazione del Primo emendamento costituzionale da parte del giudice locale. Il 21 marzo, 8000 persone iniziarono a marciare verso Montgomery, scortate da migliaia di esponenti delle forze dell’ordine, Esercito compreso. Arrivati alla capitale dopo quattro giorni, il numero di partecipanti era più che triplicato.

Cinque mesi più tardi, il voting rights act, la legge che proibiva la discriminazione razziale e rafforzava il diritto di voto difeso dal quindicesimo emendamento della Costituzione Usa, entrava a pieno titolo nella normativa americana. Era stato proposto dallo stesso Presidente Johnson.

 

Alessio Gaggero

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