La democrazia in fumo

Il 27 febbraio del 1933 quel che restava della democrazia tedesca andò in fumo. Quella sera, infatti, le fiamme divamparono nel palazzo del Parlamento tedesco, il Reichstag, il simbolo della democrazia tedesca. Nel giro di pochi anni il potere distruttivo di quel fuoco, dalle rovine fumanti del parlamento tedesco, si propagò in tutta l’Europa. E spazzò via tutto, quel fuoco nazista, milioni di vite umane incluse.

Fino a quel 27 febbraio, formalmente, la Germania era ancora una democrazia

Il 30 gennaio del 1933, appena 28 giorni prima, Adolf Hitler era stato nominato cancelliere del Reich, cioè primo ministro, dal presidente della Repubblica tedesca, l’anziano Paul von Beneckendorf und von Hindenburg (lo abbiamo ricordato qui). Hindenburg si era risolto a questo passo, appoggiato dall’esercito e dai conservatori, anche se Hitler non poteva contare sull’appoggio della maggioranza degli eletti. Il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (National Sozialistische Deutsche Arbeiterpartei, NSDAP), alle ultime elezioni, quelle del 6 novembre del ’32, aveva ottenuto il 31,1%, corrispondenti a 196 seggi [1]. Una vasta maggioranza dei tedeschi, quindi, aveva votato contro Hitler, se non proprio in difesa della democrazia [2]. Le divisioni interne alle forze antinaziste, che non si erano compattate in un fronte unico contro il loro più mortale nemico, avevano portato, comunque, alla morte della democrazia e alla loro autodistruzione [3].

La doppia trappola di Hitler

Quello al cui vertice era stato posto Adolf Hitler, però, non doveva essere un governo presidenziale (come lo erano stati altri in precedenza, si veda ancora il post Hitler non fece né un colpo Stato, né una rivoluzione, pubblicato il 30 gennaio su questa rubrica, Corsi e ricorsi, dell’Associazione Me.Dia.Re.). Nel rispetto delle forme della democrazia rappresentativa,  il nuovo governo doveva poter contare sulla maggioranza del Reichstag. E ciò poneva qualche difficoltà al disegno hitleriano di una completa e capillare nazificazione della Germania (assai ispirato in ciò dal precedente esempio mussoliniano). Infatti, il Partito Nazionalsocialista di Hitler e quello nazionalista di Hugenberg, gli unici due rappresentati nel governo, avevano soltanto 247 dei 583 seggi del parlamento. Non disponevano, quindi, della maggioranza.

30 gennaio 1933: la prima riunione del governo di Hitler

Alle cinque del pomeriggio del 30 gennaio, appena cinque ore dopo aver giurato come cancelliere, Hitler riunì i suoi ministri per affrontare tale questione. Per ottenere l’appoggio della maggioranza del Reichstag, gli occorrevano i voti del partito di Centro, che disponeva di 70 deputati [4]. Oppure, si dovevano far fuori i 100 seggi dei comunisti, sopprimendo il loro partito [5]. Hitler decise di “lavorare” con metodo su entrambi i fronti, quello del Centro e quello del partito Comunista.

L’indizione di nuove elezioni

Sul primo fronte, la mossa di Hitler consistette in un semplicissimo imbroglio. Egli stesso si incaricò di far fallire i colloqui con il capo del partito di Centro, monsignor Kaas, chiedendogli a quali condizioni avrebbe accettato di sostenere il governo. La condizione posta da monsignor Kaas fu la promessa da parte di Hitler di governare rispettando la costituzione. Ma Hitler riferì agli altri membri del governo che Kaas aveva fatto delle richieste impossibili e che non vi erano margini per un accordo.  Propose, pertanto, che il presidente della Repubblica sciogliesse il Reichstag e indicesse nuove elezioni [6]. Hindenburg accolse la richiesta. Le nuove elezioni furono fissate per il 5 marzo di quell’anno. Joseph Goebbels esultò. Il 3 febbraio scrisse sul suo diario:

«Ora sarà facile condurre la nostra battaglia, perché possiamo aiutarci con tutte le forze dello Stato. La radio e la stampa sono a nostra disposizione. Insceneremo un capolavoro di propaganda. E naturalmente questa volta il denaro non mancherà».

La propaganda anticomunista e la politica nazista del terrore

Per quanto riguarda il secondo fronte, il 31 gennaio del ’33, cioè neanche 24 ore dopo che il suo capo era stato nominato cancelliere, Goebbels aveva scritto:

«In una conferenza con il Fuhrer abbiamo fissato le linee per la lotta contro “il terrore rosso”. Per il omento ci asterremo da immediate contromisure. Occorre prima che il tentativo rivoluzionario bolscevico divampi. Al momento giusto colpiremo».

Per perseguire il duplice obiettivo di impedire ai comunisti di essere democraticamente eletti e per spingere quel partito, o almeno i suoi militanti, a delle reazioni violente, il governo di Hitler vietò, infatti, all’inizio di febbraio, ogni comizio comunista e, soppressa tutta la stampa comunista, scatenò la violenza. Anzi scatenò la violenza anche contro i socialdemocratici, i liberali e i cattolici. Con ciò imitando la strategia seguita da Mussolini dieci anni prima (si veda la riguardo quanto ricordato quiqui e qui[7].

La persecuzione di tutte le forze democratiche

Infatti, non soltanto furono vietati o dispersi dalle camicie brune i raduni dei socialdemocratici, ma fu anche sospesa dal governo la pubblicazione dei principali giornali socialisti. D’altra parte, neppure il partito cattolico di Centro fu risparmiato dalla violenza nazista [8]. Complessivamente furono ammazzai nella campagna elettorale 51 antinazisti.

L’invenzione nazista della rivoluzione bolscevica

Nonostante l’opera capillare del terrore nazista, la «rivoluzione bolscevica» non divampava. Hitler, Goebbels e Göring, non riuscendo a provocarla, decisero di inventarla. Il loro primo passo consistette nell’ordinare l’irruzione della polizia di Göring nel Karl-Liebknecht-Haus, il quartier generale comunista a Berlino. Il centro era stato abbandonato dai dirigenti comunisti qualche settimana prima, in realtà [9]. Nello scantinato, però, erano stati lasciati mucchi di opuscoli di propaganda. Göring se ne servì per comunicare ufficialmente che erano stati rinvenuti documenti contenenti le prove di un’imminente tentativo rivoluzionario. La notizia, tuttavia, suscitò un diffuso scetticismo, perfino tra i conservatori e addirittura tra i nazionalisti del governo. Ai nazisti occorreva qualcosa di più sensazionale. Qualcosa di simile a ciò che avevano rappresentato gli attentati a Mussolini da parte di Tito Zaniboni, il 5 novembre del 1925 e, soprattutto, di Anteo Zamboni, il 31 ottobre del 1926, che fu decisivo per ottenere l’approvazione delle “leggi fascistissime”(le quali, tra le altre cose, stabilivano lo scioglimento di tutti i partiti e delle organizzazioni antifascisti, la soppressione dei giornali antifascisti, la pena di morte per i “traditori” e il carcere per chi ricostituiva o aderiva alle organizzazioni disciolte, l’istituzione del confino di polizia, dell’O.V.R.A. e del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato e la retroattività delle norme penali).

27 febbraio 1933, l’incendio del Reichstag

William L. Shirer, all’epoca corrispondente di una grande agenzia di stampa statunitense in Germania, nel suo monumentale Storia del Terzo Reich, descrisse cosa accadde quella sera del 27 febbraio.

«Dal palazzo del Presidente del Reichstag, che allora era Göring, un passaggio sotterraneo, costruito per le condutture del riscaldamento centrale, portava all’edificio del Reichstag. Attraverso questa galleria, Karl Ernst, ex inserviente d’albergo divenuto capo delle SA di Berlino, la notte del 27 febbraio aveva guidato un piccolo reparto di uomini dei reparti d’assalto nel Reichstag, dove essi sparsero benzina e sostanze chimiche autocomburenti, tornando poi rapidamente nel palazzo da cui erano venuti. Nello stesso tempo, un comunista olandese semideficiente che aveva una mania per gli incendi, Marinus Van der Lubbe, era penetrato nel gigantesco edificio, da lui non conosciuto e immerso nell’oscurità; per conto suo aveva appiccato qua e là qualche fuoco. Per i nazisti, questo piromane semideficiente sembrò inviato dal cielo. Era stato fermato dalle SA un paio di giorni prima, essendo stato sorpreso mentre si vantava in un bar di aver tentato di dar fuoco a diversi edifici pubblici e diceva che prossimamente avrebbe tentato di incendiare il Reichstag» [W. L. Shirer, 1962, p. 212-213] [10].

28 febbraio 1933: il Decreto dell’incendio del Reichstag

L’incendio del Reichstag era stato proprio concepito come elemento di svolta di quella “strategia della tensione” su cui si erano specializzati i nazisti (e prima di loro i fascisti italiani): creare il massimo disordine, spaventando e disorientando l’opinione pubblica, in modo tale da potersi proporre come paladini dell’ordine e della sicurezza [11]. In primo luogo, Hitler riuscì in quest’operazione nei confronti del presidente Hindenburg, facendogli firmare a poche ore dall’incendio, già il 28 febbraio, un decreto «per la protezione del popolo e dello Stato». Con esso venivano soppressi i sette articoli della Costituzione che garantivano le libertà individuali e civili. Lo schema seguito da Mussolini alcuni prima per instaurare “legalmente” il regime fascista in Italia, trovava in Germania una nuova efficacissima applicazione.

La soppressione di ogni residuo di democrazia

Presentato come «una misura difensiva contro gli atti di violenza commessi dai comunisti a danno dello Stato», il decreto stabiliva:

«restrizioni della libertà personale, del diritto di libera espressione delle opinioni, compresa la libertà della stampa, del diritto di riunione e di associazione; violazioni del segreto nelle comunicazioni postali, telegrafiche e telefoniche private; perquisizioni, confische e restrizioni della proprietà anche al di là dei limiti legali vigenti». Inoltre, il decreto autorizzava il governo ad assumere i pieni poteri negli Stati federali, in caso di necessità, e ad imporre la pena di morte per un certo numero di crimini, tra cui il grave turbamento della pace.

Il terrore nazista legalizzato

Con l’incendio del Reichstag e con quel decreto, Hitler riuscì a far arrestare legalmente migliaia di suoi oppositori e a seminare il panico tra milioni di tedeschi delle classi medie e contadine, convincendoli che, se non avessero votato per lui alle elezioni di marzo, i comunisti avrebbero scatenato la sovversione.

Quattromila funzionari del partito Comunista e moltissimi dirigenti liberali e socialdemocratici furono arrestati. Inclusi i deputati del Reichstag, che avrebbero dovuto essere tutelati dall’immunità. Le truppe d’assalto irrompevano nelle case e portavano le persone nelle caserme delle SA dove venivano picchiate e torturate.

Una campagna elettorale del tutto al di fuori della democrazia

Non soltanto la stampa e i comizi dei comunisti furono proibiti, ma anche quelli dei socialdemocratici, dei democratici e dei liberali. Gli unici a poter svolgere la campagna elettorale furono i nazisti e i loro alleati nazionalisti. I quali del resto potevano contare sul controllo totale della radio di Stato, che trasmetteva i discorsi di Hitler, Goebbels e Göring. Inoltre, grazie ai finanziamenti dei magnati dell’industria, a partire da quelle delle armi e dell’acciaio, e della finanza, poterono contare su risorse illimitate per svolgere una propaganda spettacolare, quale non si era mai vista prima. Ma non ancora soddisfatti i vertici nazisti insistettero nella criminalizzazione mediatica dei loro avversari. Göring, infatti, il 28 febbraio, mentre la democrazia, rappresentata dal palazzo del Parlamento, si dissolveva in volute di fumo e cenere, pubblicò una lunga relazione in cui affermava che sarebbero stati presto pubblicati i documenti dei piani comunisti per la realizzazione di attentati tesi a dare il via ad una guerra civile. La promessa pubblicazione «dei documenti comprovanti la cospirazione comunista» non fu mai mantenuta.

Le ultime elezioni del 5 marzo 1933

Il 3 marzo a Francoforte Göring gridò:

«Certo, miei cari comunisti, sfrutterò al massimo i poteri dello Stato e della polizia; non fatevi illusioni. Però, la lotta a morte, in cui la mia mano vi afferrerà per il collo, la condurrò con questi uomini che vedete, le camicie brune» [12].

A dispetto dell’incendio del Reichstag e del successivo decreto, che sopprimeva diritti e libertà proprie di una democrazia, a dispetto del terrorismo, delle intimidazioni, degli assassinii, degli arresti e delle torture e a dispetto della gigantesca macchina propagandistica e dei brogli, i nazisti non trionfarono. Ottennero, infatti, il 44 % (17.277.180 voti), cioè 12 punti in più rispetto alle elezioni precedenti (quando avevano conseguito 5 milioni di voti in meno), ma non la maggioranza assoluta. Mentre il partito di Centro aumentò i suoi consensi di 200.000 voti (4.424.900 voti) e i socialdemocratici restarono stabili (7.181.629 elettori). Perfino i comunisti, pur perdendo 1 milione di voti, contavano ancora assai più di quanto avessero previsto Hitler (4.848.058 voti). I suoi alleati nazionalisti erano cresciuti di appena 200.000 voti, giungendo al’8% (3.136.760 voti). Però, con i loro 52 deputati portavano ai 288 eletti del partito nazista un numero di seggi sufficiente ad avere la maggioranza, con 16 seggi di scarto sull’opposizione. Il che bastava ad Hitler per governare con feroce brutalità, ma non era abbastanza per realizzare il suo obiettivo: istituire la dittatura con il consenso del parlamento.

Alberto Quattrocolo

[1] Perdendo un buon 6% rispetto a quelle del luglio ’32, allorché, con il 37% dei suffragi, aveva raggiunto il suo massimo successo elettorale.

[2] Non tutti coloro che a novembre del ’32 votarono partiti diversi da quello nazista si potevano definire convinti sostenitori della democrazia in Germania, considerando che l’8% aveva votato per il partito Nazionalista, il quale, sebbene più moderato di quello di Hitler, non era proprio un fervido credente nel sistema democratico. Come, del resto, non lo erano i comunisti, che erano passati da 90 a 100 seggi in parlamento.

[3] Cioè alla fatale decisione del presidente Hindenburg di incaricare Hitler di governare la Germania.

[4] Ciò ripugnava sia Hitler che Hugenberg, che proprio non sopportavano la mentalità democratica dei centristi.

[5] Questa seconda opzione, prospettata da Hugenberg, non convinse Hitler, che la ritenne prematura.

[6] Hugenberg e Papen, che tutto volevano tranne che andare a nuove elezioni, visto che il loro partito aveva il maggior numero dei ministeri, contro i soli tre in mano ai nazionalsocialisti, furono così presi in trappola. Acconsentirono alla proposta di richiedere al presidente della Repubblica di sciogliere il parlamento solo a condizioni che Hitler promettesse che, quale che fosse stato l’esito delle nuove elezioni, la composizione del governo sarebbe rimasta invariata. Hitler, mentendo, li rassicurò.

[7] Cioè anche contro le principali e tradizionali forze anticomuniste, le quali erano tali in quanto fedeli alla democrazia, e che pertanto non potevano che essere anche antinaziste.

[8] L’ex cancelliere Heinrich Brüning, durante un comizio, dopo che le SA avevano aggredito un certo numero di manifestanti cattolici, dovette chiedere la protezione della polizia, mentre Stegerwald, capo dei sindacati cattolici, fu pestato dalle camicie brune, mentre stava per fare un discorso durante un comizio. Inoltre il ministro degli Interni della Prussia (uno stato che controllava i due terzi della Germania), il nazista Herman Göring, ordinò alla polizia prussiana, da un lato, di evitare ogni attrito con le forze paramilitari naziste (le SA, le SS e lo Stahlhelm), dall’altro, di fare uso delle armi da fuoco, cioè di sparare, su tutti coloro che si opponevano al governo.

[9] Un buon numero di dirigenti del partito Comunista Tedesco si era già nascosto. E alcuni erano fuggiti in Unione Sovietica.

[10] Durante i processi che si tennero a Norimberga, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, la responsabilità dei nazisti nell’episodio dell’incendio del Reichstag venne definitivamente appurata. Hans Gisevius, funzionario del Ministero prussiano degli interni nel ’33, spiegò che l’ideazione dell’incendio era stata di Göring e di Goebbels. Rudolf Diels, ex capo della Gestapo, riferì in una dichiarazione giurata che lo stesso Göring aveva già qualche giorno prima dell’incendio approntato una lista di persone da arrestare subito dopo di esso. Il generale Franz Halder, infine, riferì che lo stesso Göring, durante un pranzo ufficiale, si era pubblicamente vantato di avere personalmente organizzato anche i particolari dell’incendio.

[11] Sotto tortura, il comunista olandese Marinus Van der Lubbe confessò ulteriori dettagli e fu portato in giudizio unitamente ai leader del Partito Comunista all’opposizione. Al processo che si tenne a Lipsia, otto mesi dopo, Van der Lubbe fu riconosciuto colpevole e condannato a morte. La pena capitale nell’ordimento giuridico tedesco fu introdotta, però, dopo l’incendio del Reichstag e dopo l’arresto del suo presunto autore. Cioè con il decreto «per la protezione del popolo e dello Stato» del 28 febbraio del ‘33. Marinus Van der Lubbe  fu decapitato il 10 gennaio 1934, tre giorni prima del suo venticinquesimo compleanno. È assai verosimile che Van der Lubbe, fosse in qualche modo coinvolto nell’incendio del Reichstag, ma è impossibile che abbia agito da solo. L’estensione del danno e la velocità con cui il fuoco invase l’edificio, unitamente ad altre prove, dimostrarono infatti che il fuoco, in quel luogo di democrazia era stato acceso in più punti e con sostanze infiammabili di cui Van der Lubbe non disponeva. Nel processo, però, fu assolta la dirigenza del partito comunista. Il principale imputato, l’agente del Comintern, Georgi Dimitrov, aveva sostenuto, nonostante le intimidazioni, che i comunisti erano estranei all’incendio e che i veri colpevoli erano Hitler, Goering e Goebbels. Hitler, infuriato, decretò che, da quel momento in poi, il tradimento, assieme ad altri reati, sarebbe stato giudicato solamente dal neocostituito Volksgerichtshof (la “Corte del popolo“), che emetterà un numero enorme di condanne a morte. L’autodifesa di Dimitrov fu tradotta e diffusa in tutto il mondo, mentre in vari paesi delle inchieste indipendenti dimostravano che l’incendio del Reichstag era stata una montatura dei nazisti, volta a mettere fuori legge il partito comunista e perseguitarne i militanti.

[12] Quello stesso giorno l’ex cancelliere del partito di Centro, Brüning, dichiarò che il suo partito si sarebbe opposto a ogni rovesciamento della costituzione e che avrebbe preteso un’inchiesta sull’incendio del Reichstag. E si appellò a Hindenburg «per la protezione degli oppressi dai loro oppressori». Il vecchio presidente non disse una parola.

Fonti

Georgij Dimitrov, Il processo di Lipsia, Editori Riuniti, Roma, 1972

Nico Jassies, Berlino brucia. Marinus Van der Lubbe e l’incendio del Reichstag, Zero in condotta, Milano, 2007.

W. L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1962

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